Parliamo del concorso “Vinci Salvini”, una geniale trovata comunicativa per coinvolgere ancor di più il pubblico affezionatissimo e che sempre più lo ama e lo insegue tramite telefonino. Si parla di spettacolarizzazione della politica, di leaderismo e di Matteo Salvini. Ma tutto ciò è davvero qualcosa di nuovo? In parte. Già nelle ultime settimane abbiamo visto una certa evoluzione nel passare da foto con slogan molto accattivanti e dirette online a vere e proprie pillole video – post girati in prima persona, con brevi messaggi sui temi del giorno e sulle posizioni in merito. Una svolta coinvolgente e sempre più vicina alle persone, con numerosi aggiornamenti nell’arco della stessa giornata. Con il concorso “Vinci Salvini” il vicepremier, cartellina alla mano e fan alle spalle, sembra ricordare un presentatore televisivo (un primo riferimento, in ordine cronologico e di importanza può essere Mike Buongiorno) e allo stesso tempo una star intervistata (della politica o del cinema poco importa, il confine è sottile, come vedremo). La cosa curiosa è la modalità innovativa (perlomeno su questo medium) e il fatto che il ministro sia presentatore e premio allo stesso tempo. L’altra novità curiosa è l’invito a mettere “like” che lo consacrano definitivamente come “influencer“. L’efficacia nello screditare categorie come i “professoroni” a fine video è un tocco di classe, ma di certo non una novità.

Allora proviamo a capire da dove provenga tutto ciò. E magari troviamo il “papà artistico” del ministro Salvini.

Storia. Il primo passo è stato portare la cultura popolare all’interno della televisione associando l’informazione all’intrattenimento e permettendo una forte immedesimazione pubblico a casa – pubblico in studio – concorrenti attraverso i generi game show e quiz show (come “Lascia o raddoppia”), primi esperimenti di cultura pop come protagonista. Le persone in studio sono persone qualunque che hanno la possibilità di vincere un premio doppio: quello in palio nel gioco e quello, già vinto, del protagonismo. E a casa si tifa con forza, con il pensiero che quello è “uno di noi” e che al prossimo “giro” potrebbe “toccare a me”.

Il secondo passo è stato enfatizzare un certo tipo di intrattenimento nazional popolare attraverso le televisioni private prima locali, poi nazionali (ricordate Fininvest?), lasciando che i primi messaggi di semplificazione della realtà e di alienazione verso i semplici piaceri della vita riempissero, con effetto ipnotico, le giornate (e non più solo poche, specifiche serate) degli italiani. Gianni Canova, analizzando “Caro Diario”, “Il Caimano” (ancora Silvio) e altri film di Nanni Moretti, definisce come una delle più efficaci, la funzione, della tv, di favorire un continuo movimento. Mentre Frankie Hi-Nrg, nella canzone – editoriale “Accendimi” fa discrete fotografie di questa fase, tra cui l’idea che “basta dare all’occhio la sua parte per dare l’illusione che vada tutto bene”.

Il terzo passo è stato un adeguarsi alle nuove tendenze rivalutando le funzioni originarie della televisione (educare, informare, intrattenere), riproponendole come ibridi, rielaborando e intersecando i generi e diffondendo i format. Lo spettacolo e la realtà si invertono o sono addirittura una cosa sola con i reality show. L’informazione televisiva, per essere accattivante, si unisce al divertimento (infotainment) con il talk show; i politici e i giornalisti si confrontano in divertenti (o meno, ma sempre accesi e coinvolgenti) dibattiti che, come per il resto, prendono spunto dal sistema americano e (come anche in questo caso) privilegiano la figura del leader di partito, di uomo forte (Berlusconi, con astuzia) o comunque di figura rappresentativa di un intero movimento politico, anche più delle sue proposte. Nel caso di Silvio, il presidente diventa un vero e proprio personaggio, un divo dello spettacolo in grado di smorzare i toni e a far propaganda in maniera meno esplicita ma più efficace, più subdola, spostando l’attenzione dove vuole (iniziano a tornarvi in mente i modi dei “due Mattei”?). Ecco anche l’educazione.

Ricordo il confronto da Santoro tra Travaglio e Berlusconi su La7, con questo che pulisce la sedia su cui era seduto il giornalista.

Con la “democrazia del pubblico” la conquista dell’elettorato “diventa un’operazione di attrazione dei telespettatori attraverso l’offerta non di programmi di partito e ideologie, ma di personaggi che vogliono sedurre e piacere al pubblico”, andando verso la “democrazia del privato”, con “l’informalità e il quotidiano come modelli” e i “fatti intimi dei politici” come “interesse morboso” (sostiene Anna Sfardini). Dunque, il “politainment” si diffonde, l’intrattenimento è il fine ultimo, anche con “la politica come contenuto”. Questo favorisce il successo di programmi di informazione e satira politica che affiancano agli attori politici, attori veri e propri. E se i primi fanno dei loro volti la base fondamentale della loro comunicazione e propaganda, questi non possono che essere anche l’oggetto degli attacchi parodistici.

Muovendoci molto velocemente e sommariamente arriviamo ad una fase successiva: per una serie di ragioni, tra cui la volontà di più movimento e il bisogno di continui stimoli dei giovani, il miglioramento delle tecnologie (in particolare l’on demand e il replay), la perdita praticamente definitiva della funzione di radunare amici o famiglia, da parte della tv (etc), la politica si trasferisce sui social network. Altro che piazze. Piattaforme. Twitter è da tempo il leader per le comunicazioni continue dei politici, dai battibecchi personali, alle notizie, alla linea del partito.

Ma l’efficacia si raggiunge al giorno d’oggi con Facebook, ormai “abitato” prevalentemente da persone di una certa età che hanno finalmente cominciato a relazionarsi con i social. Persone che seguono attentamente lunghe dirette in cui si risponde a quesiti più o meno personali (Matteo Renzi) o soprattutto si dettano i temi e le posizioni del giorno (Di Maio con la proposta di sfiduciare Mattarella). Più di ogni altra cosa risultano coinvolgenti le immagini di quotidianità, delle piazze in campagna elettorale, degli spostamenti e dei gesti plateali, che hanno contraddistinto la comunicazione di Matteo Salvini. Meglio tardi che mai, ci siamo arrivati. E con Instagram. In particolare, con le  foto del ministro in prima persona al fianco degli Italiani, come uno del popolo e al contempo come un uomo forte, che si prende responsabilità e si mette in discussione, che è sempre in prima linea; il “capitano” che appoggia determinate categorie con gesti simbolici e ben visibili, che dà spettacolo e al contempo si mostra mentre lavora concretamente, che scherza su sé stesso ma sa quando essere duro e carismatico, che prende in giro gli avversari “amiconi” e sdrammatizza o drammatizza all’occorrenza… Insomma quello lì, lo conosciamo. Con la capacità di muovere attenzione e sguardo e di performare efficacemente. E abbiamo capito che non è un caso questo successo, come non è casuale il metodo.

Dunque, in conclusione, possiamo affermare che il maestro è stato Berlusconi in tv, l’allievo è Salvini su Instagram.

Fonti: “Storie e culture della televisione italiana”, a cura di Aldo Grasso, 2013.