Sono passati più di tre anni da quando il corpo del giovane friulano venne ritrovato in un fosso lungo l’autostrada Il Cairo-Alessandria il 3 febbraio del 2016.

In settimana, precisamente il 30 aprile, la Camera dei Deputati ha istituito una Commissione di inchiesta sulla morte di Regeni. L’approvazione si è rivelata praticamente unanime con 379 sì e 54 astenuti del gruppo Forza Italia. La Commissione avrà 12 mesi di tempo per effettuare la sua inchiesta, con gli stessi poteri e limiti dell’Autorità giudiziaria. Composta da 20 deputati, ha il compito di «raccogliere tutti gli elementi utili per l’identificazione dei responsabili della morte di Giulio Regeni nonché delle circostanze del suo assassinio».

Ciò che ha fatto discutere è stata l’esigua presenza parlamentare in aula nel giorno del 29 aprile, in occasione della discussione generale. Di fatti solo 19 i deputati presenti, otto del Partito Democratico, due di Liberi e Uguali, cinque del Movimento Cinque Stelle, due della Lega, e due di Forza Italia con Marca Carfagna a presiedere la discussione. Aspre le parole del portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury: “ Un immagine desolante, come un’informale riunione di condominio senza l’obbligo del numero legale”.

Il deputato Stefano Ceccanti (Pd) ha spiegato come nelle discussioni generali partecipino solo coloro che realmente hanno lavorato sui testi all’ordine del giorno, senza contare che alcuni possono essere impegnati in contemporanea nel lavoro in altre commissioni. Mentre l’ex Presidente della Camera Boldrini commenta “La tanto in voga sovranità del nostro Paese non si tutela certamente chinando la testa di fronte a chi ci nega il diritto di appurare la verità. Bisogna esigere il rispetto e anche il Parlamento ha un ruolo da svolgere in questa direzione”.

Il giovane, nato a Trieste il 15 gennaio 1988, si era trasferito nel New Mexico (USA) e poi nel Regno Unito per completare i propri studi. Iniziò a lavorare per l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, in seguito avviò un dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge e si trovava in Egitto per approfondire la difficile situazione dei sindacati a seguito delle rivolte del 2011. Non si ebbero più sue notizie dal 25 gennaio 2016, quando la sua amica Noura Wahby, conosciuta nel 2014, ne denunciò la scomparsa su Facebook.

Quando il corpo venne ritrovato, nudo e mutilato, mostrava gli evidenti segni delle torture subite: contusioni, abrasione, lividi estesi sul tutto il corpo compatibili con lesione da pugni e aggressione con bastone. Circa quindici le lesioni presenti sul corpo, di “differente epoca di produzione” cioè inflitte in un intervallo di tempo, che hanno provocato la rottura di 5 denti e “lesioni cranico cervico-dorsali”.

Sconcertante sarebbe la presenza di tagli sul corpo di Regeni, volti a riprodurre lettere dell’alfabeto come a voler recapitare un messaggio. “L’hanno usato come se fosse una lavagna”, queste le parole amareggiate della signora Paola, la madre del giovane friulano.

La morte sarebbe stata causata da una frattura di una vertebra cervicale a seguito di un violento colpo al collo.

A seguito del ritrovamento del corpo, il generale Khaled Shalabi (direttore dell’amministrazione generale delle indagini di Giza), liquidò la morte di Regeni come un semplice incidente stradale, negando che vi fossero tracce di accoltellamenti. A seguito del largo interesse dell’opinione pubblica mondiale, diversi quotidiani egiziani non hanno esitato a dichiarare l’omicidio Regeni come un tentativo cospirativo ai danni dell’Egitto.

Noto il caso della giornalista Rania Yacine conduttrice del canale El Hadth El Youm, la quale parlando delle indagini afferma “Francamente all’inizio provavo pietà per il giovane ucciso, ma ora che vada al diavolo” aggiungendo “Come se Regeni fosse il primo caso di omicidio in tutto il mondo”.
Le autorità egiziane inizialmente si erano rese completamente disponibili per una piena collaborazione con la Magistratura italiana, aspettative presto disattese. Le Autorità italiane potevano interrogare solo per qualche minuto i principali sospettati, solo dopo che questi venissero sottoposti ad un lungo interrogatorio da parte della Polizia egiziana.

La Magistratura richiese i filmati video della stazione metropolitana in cui per l’ultima volta Regeni aveva inviato un messaggio. I filmati giunsero con un cospicuo ritardo e con solo il 5% dell’originale preservato. La richiesta dei tabulati telefonici della zona in cui il giovane abitava venne negata.

La relazione forense delle Autorità egiziane datata 1° marzo attesta che il giovane venne interrogato e torturato per 7 giorni a intervalli di 10-14 ore prima di essere ucciso. Ciò indica che chi ha torturato Regeni cercava informazioni, non solo, i segni di bruciatura da sigaretta presenti sul corpo della vittima, sono il marchio dei servizi segreti.

La relazione viene giudicata dall’allora Ministro degli Affari Esteri Gentiloni come insufficiente e carente “La valutazione della procura – che il dossier fosse carente, in particolare in alcuni dei capitoli che erano stati richiesti relativi, da un lato, al traffico di cella del telefono di Giulio Regeni, e, dall’altro, agli eventuali video della metropolitana che probabilmente è la zona in cui il rapimento di Giulio è avvenuto”.

Solo nel settembre 2016 vennero consegnati i tabulati telefonici. Lo stesso generale al-Sīsī, presidente della Repubblica d’Egitto, avrebbe un ruolo chiave nell’omicidio del ricercatore, a causa della sua attività di studi del sistema sindacale. Shalabi, uno dei principali investigatori, è già stato al centro di aspre polemiche, quando nel 2000 venne condannato per rapimento e tortura, salvo poi ottenere la sospensione condizionale della pena.

Notizia di poche ore fa sono le dichiarazioni giunte alla Procura di Roma, da parte di un funzionario della National Security, il quale ha raccontato di aver partecipato al prelevamento di Regeni il 25 gennaio 2016. “Credevamo che fosse una spia inglese, lo abbiamo preso, io sono andato e dopo averlo caricato in macchina abbiamo dovuto picchiarlo.

“Io l’ho colpito al volto”, ciò avrebbe detto il funzionario a un collega straniero nel corso di una riunione di poliziotti africani avvenuta nell’estate 2017 in un paese del continente non meglio precisato.

Un testimone casuale, ritenuto attendibile da parte del Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e dal sostituto Sergio Colaiocco, in quanto congruente con i diversi elementi acquisiti dall’indagine.

Al momento sono 5 gli indagati, il generale Sabir Tareq, il colonnello Uhsam Helmy, il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l’assistente Mahmoud Najem, e il colonnello Ather Kamal, tutti in forza nel National Security. Nella nuova rogatoria inviata ad Il Cairo, si chiedono i riscontri della confessione che arricchisce ancor di più le informazioni fin qui acquisite. Sperando che il caso riservi ulteriori aggiornamenti e delucidazioni per giungere alla verità di questa torbida questione, ricordiamo Giulio, il quale animato dalla curiosità e dallo spirito di conoscenza, si è spinto verso i confini del mondo come un novello Ulisse.