Ho ascoltato per la prima volta i Vanesia lo scorso dicembre per puro caso, sono rimasto colpito dal loro modo pittoresco di fare musica, l’energia di Sara, il mondo interiore di Francesco racchiuso in una chitarra, la delicatezza di Mariarita al violino. Ho proposto questa intervista a Sara che ha accettato sin da subito la proposta, e ho incontrato la band in un pub: sembrava un’uscita tra amici di lunga data, due ore di risate e tante chiacchiere, ed è forse questo che mi ha fatto piacere scoprire, le persone dietro gli artisti.

#Underdogs presenta i VANESIA.

 

Rompiamo un po’ il ghiaccio, mentre aspettiamo che Francesco finisca di mangiare la sua tagliata. Chi sono i Vanesia? Quando e perché nasce questo progetto?

Sara: I Vanesia sono l’intreccio di due momenti di vita completamente diversi: un periodo di down, e un periodo in cui loro non avevano nulla da perdere. Non ci conoscevamo, e ho da subito capito che dovevo colmare il vuoto che loro non sapevano di avere.

Quando Francesco ha arrangiato un mio pezzo, ho avuto la conferma che si poteva davvero lavorare insieme. Siamo il risultato dell’incrocio tra due mondi completamente diversi

Francesco: Io sono un po’ come Drugo de Il grande Lebowski, non volevo essere disturbato, infatti l’idea di creare una band all’inizio non mi convinceva.

Mariarita: Sara per noi è stata un miracolo, ha tirato fuori Francesco dalle mura di casa sua, a me ha consentito di tornare a fare musica, mi ha ridato il giusto input per ripartire.

Ho un dubbio che mi porto dentro dalla prima volta che vi ho sentiti. Ma che musica fanno i Vanesia?

S: spaziamo dalle cover a pezzi inediti, per una questione prettamente di lavoro, in quanto il repertorio che proponiamo è adatto alle serate alle quali partecipiamo, ma in ognuna di esse inseriamo pezzi nostri.

M: quando c’è bisogno di finanziare i propri progetti bisogna adattarsi, ormai avendo suonato un po’ ovunque siamo conosciuti come una band libera, non ci chiedono neanche più cosa fare, semplicemente suoniamo.

In tutti questi anni di live qualcosa di divertente deve esservi capitato, no?

M: io ne ho una, ma deve raccontartela Francesco!

F: eravamo all’Università di Teramo, ad una festa di un corso di laurea, pienissima di gente. Dopo aver finito, mi avvicino all’amplificatore e trovo un paio di mutande da uomo.

M: io ho assistito alla scena, un tizio durante il concerto si è tolto le mutande e le ha lanciate verso di noi. Fortunatamente è intervenuta la sicurezza.

È successo che qualche soggetto abbia interferito durante le nostre esibizioni, ricordo che in un’occasione un tipo salì sul palco e mi alzò per una gamba, fortunatamente è intervenuto Francesco.

S: in un live ci hanno rubato alcuni CD, e poi ci sono cose che non posso raccontare (ridono tutti).

Ascoltandovi parlare di musica si percepisce quanto ne siate affascinati, ma com’è nata questa passione?

F: ho iniziato a suonare a 16 anni, affascinato dalla passione di mio padre, e esercitandomi da autodidatta ho coltivato questo passatempo che è diventata una parte di me, e grazie al Maestro Paolo Giordano sono diventato quello che sono.

S: il mio approccio al canto è stato molto emotivo, l’ho fatto perché qualcuno credeva in me, e io non volevo deluderla.

M: io ho suonato il pianoforte, ma non faceva per me. Poi un giorno ho scoperto il violino ed è stato amore, ho studiato per anni al conservatorio con tutte le difficoltà del caso, era difficile combinare musica e impegni personali.

Francesco Aceto – Chitarrista

Quali sono gli artisti che hanno segnato la vostra crescita musicale?

M: io ascolto di tutto, dai Green Day agli Avenged Sevenfold, ma bazzico anche qualcosa di attuale, come Ghemon o Willie Peyote, non riesco a sfociare sul banale. Avevo proposto una collaborazione ai Maneskin molto tempo fa, quando erano ancora sconosciuti, ma poi hanno intrapreso una strada diversa dalla nostra, sono degli animali da palco.

S: io non ho un gruppo preferito, ultimamente ascolto La Rappresentante di Lista, la adoro. Non ho un genere fisso, viaggio molto, e capita spesso che attraversi periodi diversi.

F: sono cresciuto cantando a squarciagola i Linkin Park sul motorino. In generale spazio molto, tendo particolarmente al progressive metal, Opeth, Slipknot, Pain Of Salvation, roba così.

Ho ascoltato i vostri inediti su Spotify e li ho trovati molto interessanti. Immobile è un testo che ti coinvolge al primo ascolto, vi va di parlarmene?

F: non riuscivamo a dare identità ai nostri brani, un giorno Sara ci propose di partecipare al concorso “Musica contro le mafie” e nel giro di due settimane è nata la canzone, autoprodotta.

S: siamo riusciti a presentare Immobile poco prima della scadenza, e su oltre 300 band in concorso siamo arrivati undicesimi, e i primi dieci avevano accesso alla fase finale, bella fregatura! L’anno successivo siamo rientrati come ottavi, abbiamo suonato a Cosenza e abbiamo conosciuto tante belle persone.

M: abbiamo deciso di trattare metaforicamente un argomento delicato come quello mafioso. “Musica contro le mafie” è un concorso nazionale per band emergenti e non, dopo aver partecipato abbiamo stretto amicizie forti con gli organizzatori che ci hanno tenuto a volerci come ospiti.

Zero invece è un singolo molto toccante, completamente diverso da Immobile, immagino racconti una storia particolare…

M: c’è un motivo se Zero è così particolare, e per noi è un diamante, è un pezzo intoccabile.

Ma penso tocchi a Sara raccontartelo…

S: è la ballad dell’album (che uscirà entro fine anno, SPOILER). L’ho scritta in ospedale mentre mi riprendevo da un grave incidente, periodo durante il quale ho scritto una quantità infinita di canzoni. Abbiamo scelto questo testo perché è quello a cui tenevo maggiormente, anche secondo i ragazzi il testo rappresentava perfettamente una situazione particolare. Devi soffermarti a riflettere sulle parole.

M: è stato un evento travolgente, siamo stati ad un passo dal perdere Sara e perdere tutto, avevamo bisogno di dover raccontare questa storia a chi ci ascolta, è stato anche un modo per rialzarci dopo una brutta caduta e continuare a fare casino.

Sara Berardinucci – Cantante

Cosa ha in serbo il futuro per i Vanesia?

S: ci stuzzica l’idea X-Factor, magari il prossimo anno, i provini sono già andati per quest’anno.

M: album, booking, etichetta e poi X-Factor.

F: abbiamo le idee chiare, sono obiettivi da raggiungere gradualmente.

Ora facciamo un piccolo gioco, descrivetevi in poche parole e invitate i lettori di Redazione Idee ad ascoltarvi.

S: io non ho mai visto una band esprimersi sul palco come lo facciamo noi, la nostra espressività è assoluta, anche al costo di sbagliare. Dal punto di vista musicale siamo una delle pochissime band che presentano un violino non come strumento, ma come una vera e propria voce. Siamo diversi, e ci piacciamo così.

F: è musica autoprodotta, non ci comanda nessuno se non noi stessi. È musica che viene dal cuore e che non ha filtri, se non quelli che mettiamo noi stessi. Banalmente, noi siamo così, descriverci è difficile, siamo semplicemente noi stessi.

M: è un invito a casa propria, come se ti invitassimo a passare del tempo con noi, e ci rimarrei un sacco male se non venissi! Per me è questo, invitarvi nel nostro piccolo mondo interiore.

Mariarita Musa – Violinista

Le due ore di intervista sono volate, ho scoperto che Sara adora la senape, che Francesco odia il tabacco troppo umido e quando perde su Fortnite, mentre Mariarita (che ho chiamato Margherita per l’intera serata) mi ricorda molto la cantante Sia.

Questi tre ragazzi sono una forza, consiglio a tutti di seguirli sui loro profili social e di ascoltare i loro brani, di supportarli e assistere almeno una volta ad un loro live.
Credetemi, ne vale la pena.