439 km separano la mia Pescara da Rovigo. Ed è nella ridente cittadina veneta che sono nati e cresciuti i Baruffa, complesso indie che ho avuto il piacere di intervistare in piena fase due di questa bizzarra primavera. Lele, Marco,  Enrico e Luca hanno aperto a Redazione Idee le porte della loro creatività e meticolosa organizzazione, regalando al sottoscritto due ore che sono volate via, tra qualche risata e tanta musica. Ripensandoci, è stata una birra (simbolica) tra amici,  nulla di più.

#Underdogs presenta i Baruffa.

– Chi sono i Baruffa? Chi c’è dietro microfono e strumenti?

Marco: Io sono Marco, ho 29 anni e sono della provincia di Rovigo, laureando in sassofono presso il Conservatorio di Rovigo. Nei Baruffa mi occupo di tastiere e sintetizzatori.

Enrico: Sono Enrico, abito vicino Padova, ho anche io 29 anni e sono docente presso una scuola media. Mi diletto nel suonare la chitarra e scrivo qualche testo.

Luca: Mi chiamo Luca e sono il batterista. (annuncio batterista online). Prima di entrare nella band, nel 2018, non conoscevo i miei compagni. Nella vita mi occupo di manutenzione di gruppi elettrogeni. Inoltre, mi occupo della parte tecnica delle nostre esibizioni.

Lele: Io sono Lele ed ho 29 anni. Dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza ho trovato lavoro presso un’agenzia per il lavoro come commerciale. Sono la voce dei Baruffa.

 – Come vi siete avvicinati alla musica? Quali sono le vostre influenze musicali?

M: A 10 anni ho iniziato a studiare sassofono presso il conservatorio, strumento che poi è diventato una vera e propria passione. Il mio genere preferito è la fusion anni’80, ma tra le mie influenze c’è un po’ di tutto, dal rap all’heaavy metal. Nonostante tutto, prediligo il jazz e il cantautorato italiano.

E: Mi sono avvicinato alla musica grazie ad e-mule e gli AC/DC. Da lì mi sono innamorato del suono della chitarra. Anche io ho fatto molta gavetta con le cover-band, ma ho sempre ascoltato tanto prog e indie, dai Baustelle ai Blu Vertigo.

Lu: Mi sono svezzato con Biagio Antonacci e Red Hot Chili Peppers, i miei primi cd. Ad un campo scuola mi sono innamorato della batteria, e da li non ho smesso di suonare. I miei gusti vanno verso il rock anni ’90 e mostri sacri della batteria. Inoltre ho sempre fatto cover-band.

Le: In giro per casa mia c’erano strumenti praticamente ovunque. Il mio primo amore musicale è Zucchero, oltre che i Queen che rimbombavano nel salotto. Tra gli altri, mi piace ricordare Guccini, Vasco Rossi, oltre che tanta musica classica.  Devo ammettere però che questa domanda mi mette in difficoltà, sono molto disorganizzato a livello di ascolti.

– Quando e come è nato il gruppo?

Le: Sin da piccolo volevo diventare un rockstar. Grazie ad un mio caro amico abbiamo unito le nostre passioni, ma la motivazione principale (e infantile) è il voler diventare una rockstar e fare la bella vita (ride). Salire su un palco ed esibirmi è una sensazione bellissima. Dopo che il progetto ha preso forma, ho iniziato a pensare al canto come professione. Io, Enrico e Marco eravamo anche in un gruppo, poi ci ha raggiunti Luca e boom, ecco i Baruffa. Inizialmente, il successo non era la nostra priorità, nonostante dedicassimo molte energie in questo progetto. Ovviamente, c’è stata una precisa evoluzione, abbiamo fatto combaciare i vari elementi, senza sovrapporci.

M: La grande differenza rispetto a prima è che adesso si parte dal testo per costruire la musica attorno ad esso, mentre fino a qualche tempo fa era l’opposto.

E: Testo e melodia sono fondamentali, e ci sono infinte variabili musicali. Il contrario lo vedo piuttosto complicato.

– Perché il nome Baruffa?

Lu: È una storia molto strana e diverte, in quanto non c’entra nulla con il significato originale della parola. Eravamo alla ricerca di un nome, dopo vari papabili scartati senza pietà. Eravamo in bar, scervellandoci per il nome, finché il nome del locale è diventato il nostro. L’hanno apprezzato tutti sin da subito.

– Quanto Baruffa c’è nelle vostre vite?

M: E’ un grande processo di crescita, confronto, colloquio, dalle semplici discussioni alle scelte più importanti, e per questo ringrazio questa band e i miei compagni. Dal punto di vista pratico, arrangiare e produrre il brano al pc con il sintetizzatore è un lavoro che prende tempo, anche perché è fondamentale confrontarsi con il resto del gruppo. “Sporcarsi” le mani aggiustando e mettendo insieme i pezzi è incredibilmente soddisfacente.

– Quale messaggio volete lasciare con le vostre canzoni?

E: Non c’è un messaggio unitario, ovviamente. Prendiamo spunto dal quotidiano, che è ciò che ci accomuna, no? Amore, adolescenza, ragazzate con gli amici. I Baruffa parlano di esperienze, è lo specchio della vita di tutti i giorni.

– Vi ho un po’ studiati in questo periodo, e ho visto alcune delle vostre dal vivo. Vi va di raccontarmi qualcosa di divertente o strano a riguardo?

Lu: L’evento memorabile è quello sulla chitarra di Enrico, c’è un pizzico di paranormale. Stavamo provando per un evento in acustico, e la chitarra di Enrico sembrava non funzionare, abbiamo capito che era un problema dello strumento. Il giorno del live, nonostante Enrico avesse promesso di sistemarla, sembrava proprio posseduta, non c’era verso di farla funzionare! Per fortuna ce ne prestarono un’altra e salvammo il concerto.

E: Il bello dei live è che noi sul palco ci accorgiamo di errori e boiate varie, quindi ogni volta che qualcuno sbaglia viene da ridere a tutti. Ricordo che eravamo in Toscana, ad aprire un concerto dei Legno in acustico, e ci siamo ritrovati in uno chalet di campagna pieno di animali.

M: Un’altra cosa divertente riguarda il nostro hater preferito: è un tizio che si diverte ad insultarci gratuitamente, scrivendoci cose completamente casuali, anche a sfondo sessuale. 

– Parliamo un po’ di Rovigo, una canzone molto particolare. Raccontatemela.

E: Realizzare il video-clip con i nostri amici in una Punto blu prestata è stato incredibilmente divertente, come d’altronde l’immaginario stesso che la canzone vuole diffondere.

Le: Enrico ha composto le strofe, l’idea di parlare della città per raccontare l’adolescenza è sua. Io ho composto il ritornello. Rovigo parla di argomenti intimi e umani rimanendo leggere, Enrico ha una leggerezza unica che non scade nel superficiale, nonostante si parli di argomenti anche pesanti, ho sempre invidiato questa sua qualità.

Lu: La canzone era già composta quando sono entrato nella band. Dal punto di vista delle percussioni ho aggiunto un po’ di me e del mio stile, ritrovando completamente nel mood divertente che la melodia trasmette. La cosa entusiasmante è vedere le persone, soprattutto i bambini, di Rovigo sapere a memoria il testo.

– L’opposto di Rovigo è Billy Idol, passando da sonorità allegre ad altre più cupe. Come mai questo cambio?

E: Al primo ascolto ho pensato che fosse un pezzo bellissimo. L’attore del video, mio maestro di teatro e fan di Billy Idol, sostiene che non si debba mai smettere di credere in ciò che ci piace, anche se spesso è impraticabile. E’ molto tutto molto poetico e malinconico, lontano dalla nostra natura.

Lu: Billy Idol lascia di stucco, ed è esattamente ciò che deve fare. Se esci la sera e cammini nella luce soffusa ammirando la luna devi mettere questa canzone in sottofondo, nasce per questo, ti lascia l’amaro in bocca, il che è ciò che fanno i ricordi.

Le: L’intenzione di questa canzone è diversa da ciò che facciamo spesso. C’è di tutto nel testo, amori non corrisposti adolescenziali e viaggi mentali. Tutto nasce guardando Sex Education su Netflix, auspicando ad un episodio che non è mai accaduto e che mai accadrà, ma il cui ricordo ti spezza il fiato. Sperare in Billy Idol è sperare di poter realizzare i sogni mai avverati.

– Cosa ne pensate di questo periodo di decadenza dell’indie italiano?

Le: Ogni genere è destinato a rinnovarsi. Quando l’indie è diventato mainstream si è rovinato con le proprie mani. Leggere il cambio artistico di un artista unicamente come una mossa per guadagnare di più non è sempre corretto, ogni artista vuole riempire stadi e palazzetti, chi dice il contrario mente. In canzoni come questa emerge l’emotività di Lele.

Lu: Penso che l’indie non stia morendo, sia tornato al proprio “girone”.  Si dovrebbe resistere al dio denaro, anche se spesso non è facile, basta guardare quanto accaduto ai TheGiornalisti.

E: Produrre musica rimanendo allo stesso livello necessita tempo, ma purtroppo il mercato discografico è dittatoriale. La musica sta evolvendo, e con essa i gusti, è una situazione molto complicata.

– Cosa hanno, di diverso, i Baruffa?

M; Contrariamente al nome della band, siamo quattro ragazzi di compagnia, molto docili, fuori dagli schemi delle solite rock-band alternative, il che contrasta con ciò che il nostro nome potrebbe trasmettere.

– Potendo esprimere un desiderio, cosa riserva il futuro ai Baruffa?

E:  I Baruffa sono uno state-of-mind. Sostanzialmente nel mio futuro vedo tre cose: scrivere canzoni, suonare dal vivo e crescere con la band, niente di più.

Le: Mi piacerebbe chiudere l’album, completare questo percorso iniziato tempo fa, ma soprattutto continuare a fare musica, sicuramente insieme. Sarebbe bello diventare un punto di riferimento. 

Lu: Quando ho cercato questa band ho trovato la possibilità di fare musica in proprio con persone a cui tengo, per cui spero vivamente di rimanere amici per molto tempo. Dal punto di vista musicale auspico una crescita creativa e professionale, anche a livello di numeri.

Intervistare quattro persone così lontane è stato tanto difficile quanto sorprendente. Ho scoperto di aver  parlato con quattro amici e non con degli estranei, non lontani dai nostri sogni e incredibilmente umani.

Grazie ai Baruffa ho capito che è ancora lecito Sperare in Billy Idol  e nei ricordi, e questa intervista rimarrà sempre tra i miei.