A volte mi fermo a riflettere, e penso che sia incredibile e significativo che una cupola, anzi, “la cupola” da Filippo Brunelleschi sia stata e sia tuttora espressione di una città, di un popolo, di un senso di appartenenza così forte come quello dei fiorentini. Una cupola che ha sfidato per troppo tempo le leggi dell’architettura del periodo, rimanendo a lungo incompiuta, che solo con il progetto di un genio visionario come l’architetto fiorentino, avrebbe potuto cominciare a risplendere di luce propria. Era infatti il 1296 quando Arnolfo di Cambio diede avvio ai cantieri per la realizzazione del duomo fiorentino, ma solo nel 1419 la Signoria indisse un concorso per porre fine ai lavori in maniera definitiva. La chiesa era compiuta, mancava la struttura che la completasse, qualcuno che provasse a sfidare tutte le certezze che erano state date fino a quel momento.

Coloro che vi lavorarono, lo fecero per mezzo dei marchingegni realizzati su progetto dello stesso architetto, mettendo in pratica tecniche mai viste fino a quel momento. Vennero realizzate infatti due cupole, una più spessa e posta internamente, e una più sottile a contatto invece con l’esterno. Tra le due, era poi posta un’intercapedine che permetteva, tramite un sistema di scale di raggiungere la sommità della costruzione, oltre che a dare leggerezza alla struttura intera. Le due cupole poi, rendevano, per costruzione, la struttura completamente autoportante oltre che molto leggera, qualità necessaria date le misure straordinarie della volta. Essa diventa simbolo di un vero e proprio stile, quando nel 1436 la conclusione dei lavori diventa segno indelebile, dell’inizio del Rinascimento. È legata indissolubilmente però, anche al contesto storico che la vide nascere, con la crescita dal punto di vista politico, della Signoria e dell’influenza della famiglia dei Medici. Firenze infatti in quel periodo, cresce e prospera grazie all’opera di Cosimo il Vecchio, lui, che da vero capostipite della famiglia si dimostra essere non solo un abile e assennato uomo politico, ma anche un attento mecenate. Rientrato infatti dal suo esilio nel 1434, egli riuscì in breve tempo a rafforzare la sua influenza a livello politico, grazie al sapiente utilizzo di vincoli economici traghettando la città verso una prosperità che in pochi sarebbero stati in grado di replicare. Cosimo, era un uomo dalla spiccata dote oratoria, celebri erano i suoi discorsi, tanto da permettergli di rapportarsi con i più importanti capi di stato del periodo, primo fra tutti il Papa. Inutile ripetere che la politica non era il suo unico interesse, sua grande premura era ad esempio la promozione sociale di uomini che appartenevano ai ceti meno abbienti della società. Tra tutti, non poteva mancare neanche l’interesse artistico, essendo egli sia, un grande estimatore, sia consapevole che si trattava di uno strumento di estrema potenza evocativa. Le sue opere di mecenatismo sono infatti, estremamente importanti, e hanno tutte una caratteristica fondamentale in comune : sono fatte per il popolo. Cosimo infatti, trovando la chiave giusta per decifrare il gioco della politica, non dissociò mai il suo nome da quello delle opere fatte per la città. Fu egli stesso a finanziare la costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore, così facendo, accrebbe il prestigio della sua famiglia, avendola legata indissolubilmente ad una costruzione dalla potenza evocativa così grande. Ed Inoltre avvantaggiò e accrebbe il prestigio della città stessa: una città che può investire in arte anziché in guerra è una città perfetta per il commercio, e questo Cosimo lo sapeva molto bene, essendo stato istruito per poter valutare nella maniera più esatta possibile questo genere di situazioni.

Da implicazioni politiche, di ordine storico ed economico, dal genio artistico di un grande architetto nacque quindi il progetto di una cupola, di natura ibrida, fino a quel momento non era stata vista una costruzione del genere, sorretta da archi a sesto acuto. Una cupola dalla natura ibrida, come la chiesa di cui è copertura, gotica per la semplicità dell’interno ma simbolo allo stesso modo di un’architettura che fiorisce nuovamente secondo principi che sono totalmente nuovi. Una cupola che da sola si erge sulla città di Firenze, quasi come volesse urlare al mondo che, come la città che l’ha accolta, lei è questo:  il frutto del pensiero e del sudore di uomini che hanno creduto in un pensiero comune e che, da soli, hanno creato qualcosa di grande e ineguagliato. Una cupola, secondo molti, sorella maggiore dell’altrettanto famosa volta della basilica di San Pietro. Due volte, due chiese espressione di tante istanze differenti. Avere la fortuna di vederle entrambe, come ho potuto fare io, è qualcosa di inspiegabile, al loro cospetto è davvero possibile capire quanto l’uomo sia capace di creare capolavori unici nel loro genere. Tuttavia, San Pietro per concezione e struttura a mio parere, allontana coloro che vi entrano, rimettendoli quindi al loro posto. San Pietro e la sua cupola, sapientemente creata da Donatello, non sono per il popolo, San Pietro e la sua cupola sono per le alte gerarchie della società. Simbolo di grandezza attraverso il quale viene ristabilito quello che è l’ordine gerarchico. Santa Maria del Fiore e la cupola di Brunelleschi, invece, sono del popolo e per il popolo. Entrandovi non sono riuscita a non sentirmi parte di tutto quello che stavo osservando, questo perché come ho detto in precedenza, la mente di Cosimo il Vecchio, l’ha concepita proprio in questa maniera. La chiesa doveva essere un mezzo attraverso cui affermare ulteriormente la maggiore influenza di cui Firenze godeva, a discapito della fiorente Siena, se si guarda alle dimensioni. Ma la cupola venne concepita anche per uno scopo molto più alto, fornire ai fiorentini un’identità e una comunanza che solo la famiglia dei Medici ha saputo risvegliare. Loro, vi hanno messo a disposizione il proprio capitale, e Brunelleschi ha portato a compimento l’opera in maniera pratica, costruendo non solo un’opera grandiosa a livello architettonico, ma anche qualcosa di non così pratico e tangibile, il senso di appartenenza a qualcosa di comune come il bene e l’interesse per una città.

“struttura sì grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e’ popoli toscani”. (Leon Battista Alberti)