“The Irishman” di Martin Scorsese, tratto dal libro “I Heard You Paint Houses” di Charles Brandt, è prima di tutto un omaggio al gangster-movie ma non solo.

Risulta essere anche un omaggio a degli attori che hanno fatto la storia di questo genere, del cinema e la storia dello stesso Scorsese (se si guarda in particolare De Niro).

Bisogna partire da questo, perché un omaggio è una cosa, una profonda riflessione un’altra e un testamento intellettuale e artistico un’altra ancora.

Se prendiamo la trilogia de’ “Il Padrino” o “C’era una volta in America”, questi rientrano nelle ultime due categorie, aggiungendo che sono stati insieme avanguardia, classici per quel genere.

A questi potremmo aggiungere, nel mezzo, “Quei bravi ragazzi” e “Casinò”, che anche e soprattutto nella incredibile capacità narrativa, sono nella lista dei capolavori.

“The Irishman”, tuttavia, probabilmente non ne farà parte (sarà il tempo a stabilirlo).

La storia è quella di Frank Sheeran (Robert De Niro), irlandese “tutto-fare” della mafia italo-americana, che racconta il suo passato da criminale e il suo incontro con alcuni degli uomini più influenti e potenti degli Stati Uniti. Uno di questi è il sindacalista dei camionisti Jimmy Hoffa (Al Pacino), capace di sfidare politicamente la famiglia Kennedy e di avere a che fare positivamente e negativamente con la malavita.

L’emblema di quest’ultima è Russell Bufalino (Joe Pesci), un “capoccia” siciliano a sua volta sottostante a uno dei tanti “Tony” che controllano la East Coast.

Le vite di questi personaggi si intrecciano attraverso le scelte e le amicizie di Sheeran, che da sempre è avvezzo al crimine e che sembra non farsi scalfire dagli sguardi contrari della figlia Peggy (Anna Paquin da adulta) e dell’inaspettato amico di famiglia idealista (solo a tratti…) Hoffa.

La verità è che in alcuni momenti si fa fatica a capire cosa lasci questo film. Dà l’impressione di voler raccontare un gangster impavido. Ci mostra qualcosa dei suoi conflitti morali ed emotivi, ma poi ce li nasconde e tira dritto senza darci una vera e propria riflessione. Non solo non vuole spiegare tutto o dare una grande impronta. Qui Scorsese, a tratti, non vuole darcene neanche l’impressione. Sembra quasi dire “eccoti una persona orribile e la sua vita”. Forse, come vedremo meglio, non voleva dir nulla in particolare.

Le scene sul rapporto tra Sheeran e Hoffa, sul conflitto tra questo e l’altro rapporto forte, quello con Bufalino, le scene sul rimorso, sul mentire, sul tradire, sul difendere o rinnegare valori sposati, sul nascondersi dagli sguardi delusi e increduli di una figlia…, sono rare ma presenti; tuttavia lo sono non tanto attraverso una sceneggiatura forte, molto ricca, intrecciata o uno sguardo interessante o emotivamente sconvolgente.

Non tanto attraverso una tecnica narrativa molto “scorsesiana” oppure stilisticamente particolare (la sua ironia e i suoi giochi narrativi e visivi sono presenti solo nella prima metà e in maniera moderata), quanto nel rallentamento (ulteriore) dei ritmi per mostrare il passare del tempo, l’aumentare degli anni e dei pesi sulla coscienza.

Pesi forse un po’ superficialmente trattati, resi quasi solo da questo semplice stratagemma di messinscena, oltre che da una grande espressività degli interpreti nelle numerose scene di dialoghi peraltro un po’ troppo lunghe e ripetitive (anche con attori così bravi e giustamente da esaltare). Nel complesso, risulta essere tutto un po’ asettico.

Il contesto storico è importante, ma solo per inquadrare lontanamente il personaggio di Hoffa. Se ne vede appena l’ombra; seppur Pacino sia dirompente e si “mangi” lo schermo, la trama è brevissima e le azioni
girano solo intorno ai caratteri dei personaggi (in senso stretto). Le tappe principali sono ben note e sono soltanto un appunto: Kennedy e Castro, la morte di John F. e poi Bob e infine Nixon. Contesto utile anche per seguire l’evoluzione e la stratificazione della mafia nel corso del tempo e il suo legame con la politica.

Come detto, Lo spessore dei personaggi non è poi così elevato né storicamente né cinematograficamente se non per i rapporti tra essi in questi strani giochi di potere. E tuttavia Scorsese preferisce essere sempre
più classico e semplice anche nel descrivere questi rapporti, con il risultato di perdere anche qualcosa del dramma, del pathos dato dal contrasto di certi valori e di certe scelte. Registicamente, infatti, nella prima parte si sente la sua mano, nella seconda poggia la macchina da presa e si limita al minimo indispensabile, al servizio degli attori.

L’intera parte finale, che dovrebbe rappresentare il rimorso e ripensamento (nel senso letterale, tirando le somme), è un po’ amara; non tanto per il “non-finale”, quanto per l’evidente non voler calcare la mano su alcun tema, lasciando che Frank resti sempre un po’ troppo freddo e indifferente. Qualche sprazzo c’è, ma sembra più un accenno a “Il Padrino – parte III”, come ad esempio nella scena della confessione col prete. O nei dialoghi di famiglia (tra Pacino e i fratelli nel secondo e terzo episodio), nella rappresentazione della vecchiaia di Brando e poi di Pacino o dello stesso De Niro nell’ultimo film di Leone.

Le citazioni in realtà sono tante a cominciare dallo stesso Scorsese di “Goodfellas” nel ritmo e nella tecnica narrativa della prima metà di film. Joe Pesci però qui è un personaggio incredibilmente pacato, se si guarda rispetto al “bravo ragazzo” che è stato. De Niro meglio nelle espressioni sofferenti che nelle classiche da duro tipiche del regista newyorkese o di un “Heat” di Mann, di cui si cattura velatamente soprattutto l’essenza del personaggio eccentrico e schizzato di Pacino.

Sicuramente i tre livelli temporali ricordano molti film del genere e non, tra cui proprio “C’era una volta in America”, inarrivabile per tecnica narrativa, genialità interpretativa e critica, visione e commistione di fantasia e realismo riguardo ad un genere e ad un immaginario. Per non parlare dei temi affrontati (il tempo, l’oppio, i sogni, la realtà, il fallimento del sogno americano, l’amore per un gangster…).

Inarrivabile anche la trilogia di Coppola, tanto classica quanto innovativa e sperimentale per la New Hollywood e per la rappresentazione scrupolosa di un fenomeno sociale e di una cultura sottostante. Così assurdo e insieme così realistico, da confondere mentalmente e da far sì che ci si immedesimi
emotivamente in modo quasi morboso, come nei rapporti all’interno della “famiglia”.

La scena dello strozzamento di un uomo in macchina (in movimento!) che nel sedile anteriore del passeggero si dimena alzando i piedi, che colpiscono il cruscotto (lì rompevano il parabrezza addirittura), è identica. Altre sono simili: l’omicidio da parte di Frank di un boss nel ristorante e la descrizione di come farlo ricorda Michael Corleone che vendica il padre entrando, per la prima volta, nelle “questioni di famiglia”.

Su una cosa dunque ci ripetiamo, sicuri. Questo film è un omaggio. Un auto-tributo e un tributo a registi, autori e attori eccezionali.

Questo film Scorsese ha dichiarato di averlo fatto per sé e per loro. E noi gli crediamo.

L’ha fatto anche per incassare qualcosina e avere un po’ più di libertà, per allungare i tempi montando a suo piacimento e per sperimentare la tecnologia messa a disposizione da Netflix per il ringiovanimento. Che
non è male, ma neanche così efficiente. Del resto più computer in stile blockbuster-Marvel avrebbe reso meglio l’età evidenziando però troppo la finzione del trucco.

Sì. Scorsese, dopo la carriera che ha fatto, ha dovuto ricorrere a Netflix…
Da vedere sia al cinema (purtroppo difficile) che a casa successivamente.

Direi da apprezzare e amare, soprattutto per ciò che rappresenta. Non da osannare.

Da segnalare anche un grande Harvey Keitel in un cameo di forte impatto. Come straordinario è in generale il resto del cast.

In attesa della prossima coppia: DiCaprio-De Niro.