LA SCELTA (GIOVANNI):

Nel 2004 esce questo remake del film del 1962 “Va’ e uccidi” (ahimè non visto e a sua volta ispirato ad un romanzo) ed è diretto da un grande Jonathan Demme. Non ha alle spalle una produzione di nicchia ma, come il predecessore, questo film è stato sottovalutato, forse a causa delle aspettative del pubblico (esplosioni?) e dei temi affrontati. Infatti, come l’originale, è ambientato in un momento successivo ad una crisi governativa e di valori degli USA; nel caso specifico, siamo poco dopo l’11 settembre. L’ho sempre apprezzato nelle mie numerose visioni: prima come fan di Denzel (uno dei motivi per cui mi sono interessato al cinema), poi come fan della fantascienza, della politica e di un certo tipo di dramma all’americana; infine, affinando gusti e idee, per la sua critica, la sua complessiva messa in scena e per aver capito che non è affatto un classico dramma americano.

Bennett Marco (Denzel Washington) è un ufficiale dei marine che, insieme alla sua squadra d’azione, ha ricevuto una medaglia al valore per il suo comando in una missione risalente alla Guerra del Golfo. Tra i compagni vi era anche il maggiore Raymond Prentiss Shaw (Liev Schreiber), ora candidato alla Vicepresidenza degli Stati Uniti e figlio della potente senatrice Eleanor Prentiss Shaw (Meryl Streep), veterana della politica, visionaria, idealista e rivale del senatore Jordan (Jon Voight). Da un po’ Marco ha delle strane allucinazioni, degli strani sogni su ciò che accadde in Kuwait. Sogni che implicano dubbi. E pare non essere l’unico ad averne…

Film quadrato e che fa il suo dovere, solleva inoltre critiche e questioni che lo rendono un ibrido di genere e autorialità. Il soggetto è bello e già pronto, piuttosto classico. Ma la sceneggiatura secondo me è ritoccata e perfettamente affine allo stile di regia di Demme. Una costruzione della tensione fatta di scene di spessore che si prendono il loro tempo, di personaggi carismatici che compiono azioni e recitano dialoghi spesso in risalto in primi e primissimi piani alla Leone (sembra che si rivolgano direttamente allo spettatore). Regia con i tempi giusti e abbastanza classica. Il ritmo sembra lento (ma è piuttosto incalzante), poiché le inquadrature sono statiche e l’azione vera propria arriva solo nei momenti essenziali. Il montaggio non è dunque frenetico o caotico e soprattutto è supportato da una sceneggiatura efficiente, carica di tensione che arriva perennemente e aumenta a poco a poco; tira fuori colpi di scena sensati e non scontati nonostante la trama e i punti chiave siano chiari, per gran parte, fin da subito. Perfetta caratterizzazione e incastro di vite private e subplot con quelle che sono le scelte fondamentali ai fini della trama principale. Tutto torna e nonostante ci sembri che il nostro protagonista, e con lui lo spettatore, sappia già gran parte di ciò che gli serve, i rapporti di causa-effetto (sembra scontato, ma non lo è) portano a vie continuamente inesplorate e interessanti nello svolgimento della vicenda.

Il film rispecchia pienamente un sistema fallimentare di organizzazione, controllo e distribuzione del potere, il quale è inteso come un privilegio per pochi o per coloro che possono permetterselo. Si vede come sia facile che il denaro corrompa e si insinui nel mondo della politica a favore dell’interesse individuale e non collettivo e quanto sia semplice giustificare qualunque tipo di azione invasiva e immorale per una persona qualunque. Come sia manipolabile un’informazione o una mente grazie alle nuove tecnologie e ad un folto portafoglio. Come sia difficile spodestare certi gruppi o individui influenti dalla vetta di gerarchie esistenti da sempre. Quanto potere abbiano le lobby (non è un’invenzione, semmai un abuso di parola, da parte dei grillini…), in particolare delle armi, negli USA. Quanto tutto ciò minacci la democrazia. Demme ci mostra un esempio credibile e realistico di come sia facile trovare un nemico interno o esterno, di come sia facile spostare l’attenzione su di esso o di come generare e sfruttare la paura nei momenti di incertezza. Di come tutto sia trasformabile in un’arma o in occasione per commettere crimini. Di come certi soggetti disturbati o megalomani accedano alla possibilità di scatenare guerre e di determinare cambiamenti radicali in uno stato. Insomma, ce ne sono di spunti…

Poi quando hai Meryl Streep e Denzel Washington, le cose sono più semplici. Tutta via anche qui si vede chiaramente la mano del regista che, come un direttore d’orchestra, riesce a tenere insieme così tanti attori ingombranti senza mai sfociare in caricature e allo stesso tempo ad ottenere un antagonista degno di qualunque horror, film di fantascienza o magari cinecomic che si rispetti. Personaggi forti, chiaramente schierati ai lati opposti e allo stesso tempo non prevedibili e non senza rispettivi passati discutibili. Che in fondo è ciò che li spingerà ad incontrarsi.

D’altronde Jonathan Demme è quello che ha tenuto a bada un Hopkins “decisamente nel personaggio” e che ha vinto un Oscar (al di là di quello che effettivamente vale ormai) in sedici minuti di interpretazione.

RISCONTRO

Budget promettente: 80 milioni. Demme non è un tipo da effetti sparati e caotici e ottiene un mezzo flop di pubblico con soli 96 di box office. Oggi ha ripreso quota grazie a frequenti riproposizioni in tv (ultimamente su Prime Video) e con l’home-video.

COSA MI PIACE (GIO)

La capacità di tirare fuori un film interessante e avvincente, ma anche intelligente, grazie alla semplicità e chiarezza. Mi piace la messa in scena abbastanza classica ma efficace, in cui tutto è funzionale al film. Il cast esageratamente famoso e competente comprende anche Jeffrey Wright, Miguel Ferrer, Vera Farmiga, Kimberly Elise, Anthony Mackie.

I personaggi hanno sempre le giuste motivazioni e per fare quello che fanno e l’intreccio ha perfettamente senso e mette in dubbio le scelte dell’uomo. Tuttavia, la distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato è evidente e non ci sono alibi. Insomma, un ritratto di cos’è un’ideologia e di cosa possa nascondere in realtà.

Infine, come già detto, qui la tensione si sviluppa in modo vero, lentamente, con qualche salto qui e lì e poi di nuovo in apparente stand by. Non a caso parliamo del regista de “Il Silenzio Degli Innocenti”. Non importa tanto cosa sta per accadere, ma come convivere con ciò che è accaduto e con il fatto che potrebbero non esserci più limiti alle conseguenze. Fantastico.

COSA NON MI PIACE

Avrei voluto vedere qualche dettaglio o approfondimento in più sulla Manchurian Global e soprattutto sull’amico del personaggio di Denzel interpretato, in una particina, dal grande Bruno Gantz.

PARERE (IN)ESPERTI

SCENA PREFERITA

GIO

Complessivamente adoro la scena con l’aiutante Delp (Gantz), che cerca di aiutare Marco a scoprire qualcosa di più sul suo passato e sul suo presente. L’atmosfera è agghiacciante e la tensione e il freddo sono tangibili. Quasi grottesca. Mi ha riportato alla mente una roba da pazzi tra l’horror e il classico scienziato grottesco e un po’ matto. Ma qui c’è anche dell’ironia molto semplice e ancor più inquietante. Tutto ciò in contrasto con il calore che traspare dall’evidente longevità del legame di amicizia tra i due personaggi. E che primi piani. Brividi.

PAOLO

È tutto completamente bianco quando una madre manda suo figlio ad immolarsi per la sua causa.

C’è un bacio tra il tradimento giudaico e l’idea (ma solo l’idea) di un amore che varca ogni confine, per quanto malato.

La mia scena preferita non poteva che essere questa, una scena ferma dove non accade quasi nulla, al contempo una delle scene più “potenti” dell’intera opera.

SCENA CHE CAMBIEREI

GIO

L’ultimissima scena secondo me non è il massimo, se ne poteva fare a meno e la location non è molto convincente per ciò che rappresenta (non per il fatto che non sia integra). Però hanno optato per un’evidente rappresentazione della fase della sanzione finale. Non è grave.

PAOLO

Concordo sull’ultima scena, leggermente vaga se proprio vogliamo, inoltre avrei tanto gradito una più accurata descrizione del processo di “deportazione” dell’unità militare e del conseguente rimpatrio, magari con un approfondimento generale sulla “Manchurian Global”, come faceva notare prima il buon Giovanni.

CHI VORREI CHE AVESSE GIRATO IL FILM O CHI POTREBBE FARLO

Penso a Ridley Scott per un taglio più “thrilleristico” e affascinante per gli amanti dell’azione e di un certo tipo di luci, atmosfere e movimenti di macchina dei suoi noir. Penso a Sergio Leone per i temi politici (sottovalutati) nei suoi ultimi film e per una sua eventuale evoluzione già iniziata appunto con Giù La Testa e che lo ha allontanato dal classico dai primi spaghetti western. E ovviamente per i primi piani così soggettivi.

PAOLO

Mi diverte immaginare cosa sarebbe potuto accadere se qualcuno avesse piazzato David Lynch dietro alla cinepresa, donandogli un thriller politico-psicologico basato sulla ricerca di una verità celata dietro ad un intricato sistema complottistico.

Non so, probabilmente la sindrome da Guerra del Golfo si sarebbe rivelata il disagio minore.

TIRIAMO LE SOMME (PAOLO)

Mai come in questo caso tirare le somme è uno sporco lavoro, che tuttavia come ben sappiamo, qualcuno deve pur fare.

Denzel è Denzel, questo film non fa altro che confermare le straordinarie capacità di un attore leggendario, soprattutto in contesti di tristezza e sofferenza, dove a parer mio da il meglio di sé.

Meryl è bravissima nel farsi odiare, cosa che non credevo sarebbe riuscita a fare meglio di come non avesse fatto in alcuni momenti dell’arcinoto “The Iron Lady”, eppure tant’è.

Ora, non dico che ci siano più chiavi di lettura, ma vorrei spendere due parole su un tipo di situazione “parallela” in cui si inciampa guardando questo film.

Ciò che si percepisce sin da subito, è il danno che la guerra può provocare e spesso provoca alla mente dei soldati che tornano in patria.

Gli americani sono molto seri a riguardo, hanno avuto le loro gatte da pelare alla fine del Vietnam.

Nello specifico qui si parla di “Sindrome da Guerra del golfo”, facendo spesso riferimento allo stato di insonnia, sonno turbato e allucinazioni vissute dai soldati malati.

Paradossalmente, in questo film nessuno è sano, perché la malattia dei soldati va presto a scontrarsi con l’evidente malattia degli alti vertici, ammantati di un idealismo fanatico e completamente patologico.

Ho odiato Meryl Streep e il suo continuo “Io sono un’idealista”, ma di fatto lei stessa rappresenta un fenomeno sottovalutato ma discussissimo: le psicosi che colpiscono principalmente gerarchi e personaggi che si trovano ai gradi più alti della piramide sociale, depersonalizzati e pronti a tutto per proseguire fino alla vetta.

Nessuno è sano in quest’opera e sarebbero tutti da salvare, ma mentre per alcuni la guarigione sta tutta nella verità, ad altri basterà una pallottola al momento giusto.

Written, created and directed by Giovanni Piretti. Article written by Giovanni Piretti and Paolo Marra.