Come e dove raccontiamo una (parte di) realtà.

 

Da studente di comunicazione e da amante del cinema e delle storie, mi preme portare alla vostra attenzione un argomento interessante, oggetto di dibattito da qualche anno: cos’è e come viene utilizzata la narrazione. L’intento è quello di lasciare qualche spunto e qualche provocazione sul tavolo, data la vastità del fenomeno storytelling.

La premessa (e anche la provocazione principale) è comunque abbastanza realistica: il mondo del marketing e della comunicazione, da alcuni anni, ha preso in prestito “l’arte di raccontare” (definizione di Christian Salmon nel suo libro sulla questione) per rendere più emozionante, avvincente, l’acquisto e la vendita di un prodotto.

Esperienza soggettiva, avventura.

Di contro, nell’ambito artistico (cinema e serialità televisiva), vi è sempre più la tendenza a trasformare un prodotto creativo in uno di marketing, vendibile in un gigantesco spot, in una serie di puntate con ognuna sempre meno narrazione (e sempre più confusione sul modo di farla).

Ora, se è vero che vi è un abuso di storytelling e che questo termine viene proposto in qualsiasi occasione (penso al macellaio dello scrittore Alessandro Baricco, da lui citato scherzosamente in uno spettacolo), è vero anche che, come dice lo stesso Baricco, questo fenomeno “viene da molto lontano” e “contribuisce alla costruzione della realtà”. La semiotica (disciplina che studia i meccanismi, come segni e linguaggi, posti alla base della produzione e comprensione del senso) mi ha infatti insegnato che la narratività è un meccanismo mentale di base secondo cui organizziamo il senso sotto forma di storie. Dunque ne abbiamo bisogno. Si tratta di una necessità e, al contempo, di un principio organizzativo. Detto questo, non è che ogni singola cosa che diciamo o facciamo sia una narrazione (l’atto effettivo di narrare, il racconto). Così come non è che siamo tutti in grado di farlo bene o allo stesso modo. Tuttavia, quando serve, raccontiamo.

Che si tratti di uno sceneggiatore che suddivide il suo film in tre atti (o quattro) e posiziona i turning point o caratterizza l’agire dei personaggi, che si tratti di uno scrittore di fiabe o di un semiologo che si rifà alle indicazioni di McKee, Genette, Propp e le fasi dello schema narrativo canonico di Greimas (complementari ma diversi), ci sono dei criteri da seguire per scrivere e per analizzare un racconto; abbiamo elementi in comune tra un film e un romanzo così come tra le conoscenze dello scrittore e del semiologo, ma anche importanti o sottili differenze tecniche e di metodo (mi piacerebbe coglierne meglio l’entità: perché non è che si diventa storyteller a tutto tondo solo perché si sa scrivere una fiaba, ma si ha un discreto vantaggio).

Il punto è che nel mondo del marketing (e anche del management) si è scoperto che il marchio non basta più come strategia, non basta più come garanzia. E ci si è tuffati sulla narrazione, per poter mostrare le persone, le loro storie, per persuadere con più efficacia emotiva e mentale, stuzzicandone l’immaginazione e l’immedesimazione, allontanandosi dai fatti (il marchio) e spingendosi verso “il polo dello storytelling”, che insieme “costituiscono la realtà” (citando ancora Baricco). Salmon parla di fiabe magiche di guru del capitalismo mostrando come si possano accomunare elementi totalmente differenti tra loro in qualunque tipo di categorizzazione, per accostarli a un prodotto o ad un management attraverso il veicolo della narrazione. Nello stesso paragrafo del libro c’è l’assurda riproposizione (da parte di Dave Snowden) di una raccolta di fiabe, stilata da Propp per elaborarne una struttura comune, in ottica aziendale, studiandone l’utilità ed efficacia. E stiamo tralasciando (volutamente), per ora, le strategie in politica…

Nel cinema ad esempio, il processo è (a mio avviso), oggi, contrario. Basterebbe seguire le regole tecniche e avere un po’ di originalità nell’aspetto creativo. La storia. Senza intaccare queste regole. La storia in sé è sempre meno importante. Ormai la conosciamo tutti, perciò la si stravolge. E non parlo di fabula (“schema della narrazione ordinato temporalmente”, secondo Umberto Eco) e intreccio (“la storia come di fatto viene raccontata”, con “dislocazioni temporali”). Parlo del fatto che blockbuster (definibili tali, ormai, esclusivamente per il budget di cui dispongono, questo è un fatto) come Batman vs Superman o Infinity War mettano insieme, come fossero testimonial di un profumo, un numero esagerato di super star, super eroi, ma ben poco personaggi, considerando la illogicità delle scene e la mancanza di caratterizzazione ai fini della trama. Fan service. Soldi. C’è più storia nella vostra testa, nell’attesa di vedere il film, che nel film stesso. Un altro esempio che mi viene in mente riguarda la continua riproposizione di saghe tramite sequel (che però ci sono da un po’ e ci possono stare, con criterio e un numero esiguo di capitoli precedenti o successivi al primo prodotto), serie televisive e spin off, reboot, remake, (oggi di moda, penso a Ridley Scott che sta lavorando per Il Gladiatore 2) o adattamenti…

Comunque, ho esposto le mie idee su questa doppia concretizzazione del concetto di storytelling nel mondo, dandovi qualche nozione di base proveniente soprattutto dalla semiotica e mostrandovi qualche fraintendimento, qualche abuso e qualche ripercussione di questi sulla realtà, appunto fatta un po’di fatti, un po’ di storie, insieme. Mi piacerebbe riflettere su cosa dunque si possa sostituire al termine storia, narrazione, nell’ambito della vita di tutti i giorni. Io, con un’ultima provocazione, proporrei il termine interpretazione.

P.S.: Eco ha collegato tra loro (e non solo) i concetti di interpretazione di un testo, di storia e di sceneggiatura situazionale (o di frame) in maniera sia filosofica che tecnica – semiologica e più o meno diretta, ma sicuramente esaustiva.