Notizia di tutti i giornali, nazionali ed internazionali, lo strano caso della Sea Watch 3, battente bandiera dei Paesi Bassi, gestita dall’organizzazione non governativa Sea-Watch con sede a Berlino, viola l’alt del Viminale e sperona una motovedetta della GdF. 

Ripercorriamo la storia e le controversie

Registrata come yacht da diporto tramite la Watersportverbond, è utilizzata per la ricerca e soccorso (SAR) dei naufraghi nelle zone antistanti le coste libiche.

Costruita in Giappone nel 1972 venne consegnata alla Petroleiro Brasileiro S.A. – Petrobras Frota Nacional de Petroleiros a Rio de Janeiro all’inizio del luglio 1973 e messa in servizio con il nome di Alegrete.

Nel 1982 la nave venne venduta alla Compagnia Brasiliana offshore di Salvador. Nel 1990 la nave è stata venduta alla Sunset Shipping di Douglas sull’Isola di Man e trasformata in una nave da ricerca offshore, ribattezzata Seaboard Swift.

Nella seconda metà degli anni 1990 l’imbarcazione è stata rivenduta a più aziende e ridenominata più volte; nel 1999 la società Rederij West Friesland l’ha trasformata in una nave di supporto per la ricerca sismica presso il cantiere navale Frisian Shipyard di Harlingen.

Nel 2004 è stata acquisita dalla Telco Marine, ma pochi mesi più tardi è stata ceduta alla Vroon Offshore Service, che la ribattezzò VOS Southwind.

Nel 2010 la nave fu venduta alla Rederij Groen, che la ribattezzata Furore G. e destinata a nave di supporto offshore.

Nel 2015 la nave è stata venduta all’ONG Médici Senza Frontiere spagnole a Barcellona, che l’ha ribattezzata Dignity I e destinata all’attività di ricerca e soccorso dei migranti nel Mediterraneo.

Nel 2017 viene rilevata dall’associazione tedesca Sea-Watch che la utilizza in sostituzione della Sea-Watch 2.

Una ong come ce ne sono tante altre nel mediterraneo a far la spola tra le acque libiche e le nostre, con una storia trentennale alle spalle che l’ha portata nonostante l’obiettivo espresso di evitare le stragi del mare, ad essere incorsa numerose volte in controversie Internazionali.

Giugno 2018

Nel giugno 2018, le autorità maltesi hanno sequestrato la nave nel porto della Valletta perché non correttamente registrata sotto bandiera olandese. Pur avendo regolarizzato la registrazione nel mese successivo, alla Sea-Watch 3 venne rifiutata l’uscita dal porto della Valletta per motivi politici fino al mese di ottobre. 

Nel dicembre 2018, l’associazione Sea-Watch ha presentato una denuncia contro il Ministero dei trasporti maltese per aver arbitrariamente impedito la libera disponibilità della nave Sea-Watch 3.

Gennaio 2019

Nel gennaio 2019 il Governo italiano rifiutò alla Sea-Watch 3 di entrare in uno dei porti italiani, poiché il porto sicuro più vicino era in Tunisia dove era altresì presente un centro di soccorso. In risposta a una denuncia del capitano della Sea-Watch 3 e di diversi migranti a bordo, dopo dieci giorni la Corte europea dei diritti dell’uomo ordinò all’Italia l’accoglimento di 47 persone, con assistenza medica e alimentare a bordo e, per i minori, il patrocinio legale gratuito. Poco tempo dopo, i governi di Germania, Francia, Portogallo, Romania e Malta hanno offerto la propria disponibilità ad ospitare i migranti a bordo. Il 1º febbraio 2019 la Guardia Costiera italiana, nell’ambito di controlli ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), ha effettuato il fermo amministrativo della Sea-Watch3 per presunte violazioni delle norme in materia di sicurezza della navigazione e di tutela dell’ambiente marino.

La Sea-Watch3 ha poi potuto riprendere il largo il 22 febbraio 2019 dopo il “via libera” da parte delle autorità italiane.

Maggio 2019

A metà maggio 2019, l’equipaggio della Sea-Watch 3 aveva annunciato di aver recuperato 65 persone a 60 chilometri al largo della costa libica, ma il Ministro dell’interno Matteo Salvini ha ordinato il divieto di navigazione nelle acque territoriali italiane. Poco dopo i feriti e le loro famiglie (18 persone) sono state soccorse da una nave della guardia costiera italiana, che però dovette rimanere fuori dalle acque italiane a 15 miglia nautiche da Lampedusa. Dopo che gli attivisti della Sea-Watch annunciarono possibili intenzioni suicide fra i 47 migranti rimasti a bordo, il 18 maggio decisero, nonostante il divieto, di dirigersi verso le acque territoriali italiane per ragioni umanitarie e per lo stato psicologico dei migranti, rivendicando il diritto di approdare nel porto sicuro più vicino in quel momento. I migranti sono stati così fatti sbarcare a Lampedusa dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza. La nave è stata poi sottoposta a sequestro cautelare, per poi essere nuovamente dissequestrata il 1° giugno 2019. 

Giugno 2019

Il 12 giugno 2019 la Sea Watch-3 ha recuperato 53 persone dalla Libia, di cui 11 sono state portate subito a terra per motivi medici, mentre le restanti 42 sono rimaste a bordo. La nave è rimasta in una posizione di attesa al largo di Lampedusa, in acque internazionali senza il permesso di entrare.

Il 21 giugno il capitano Carola Rackete e diversi cittadini di diversi Stati africani hanno chiesto alla Corte europea dei diritti dell’uomo un’ingiunzione provvisoria per costringere l’Italia a far entrare la nave, ma il 25 giugno 2019 il tribunale ha respinto la richiesta urgente, in quanto le misure provvisorie sono previste solo se vi era un “rischio immediato di danno irreparabile”.

La situazione a bordo della nave non giustificava dunque alcuna forma di coercizione nei confronti dell’Italia, la quale aveva comunque prestato assistenza alle persone ferite, donne e bambini. 

L’Italia chiede che la ONG sbarchi altrove considerando il fatto che la Libia aveva autorizzato lo sbarco, ma la Ong ha rifiutato per rispetto delle leggi internazionali che regolano il soccorso in mare.

Nello specifico: la convenzione di Amburgo del 1979 cui l’Italia ha aderito con la Legge n. 147/1989, prevede l’obbligo di prestare soccorso ai naufraghi e di farli sbarcare nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica al luogo del salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. In parole povere, un porto è sicuro se garantisce il rispetto dei diritti dei naufraghi. Ma la Libia non è un porto sicuro. Infatti secondo i rapporti delle Nazioni Unite e le testimonianze dei giornalisti nonché dei sopravvissuti, in Libia, i migranti andrebbero incontro a “orrori inimmaginabili”.

La Libia è un paese in guerra in cui i migranti sono detenuti illegalmente in condizioni disumane, ridotti in schiavitù e sistematicamente oggetto di stupro e delle torture più atroci.

Secondo l’Onu, la Guardia costiera locale collabora con gli aguzzini: I naufraghi riportati in Libia sono sistematicamente ricondotti nei campi di concentramento, dove ricomincia l’inferno di schiavitù, torture e stupri, fino alla fuga successiva. Riportare un naufrago in Libia spesso significa condannarlo a morte.

Dirigersi verso Lampedusa era la scelta più ovvia e con meno conseguenze legali e penali. Il diritto alla vita e il principio di non respingimento prevalgono sulla legislazione nazionale o su altre misure presumibilmente adottate in nome della sicurezza nazionale.

Il 26 giugno 2019, dopo due settimane di navigazione, la nave entra nelle acque territoriali italiane, nonostante la minaccia di pesanti sanzioni. 

Il Ministro Salvini ha invitato la magistratura ad agire rapidamente, dichiarando che l’Italia non era “ormeggio per immigrati clandestini”.

La nave, tuttavia, è stata fermata dalla guardia costiera a largo del porto di Lampedusa. Nel prendere la decisione di accostarsi a Lampedusa, la comandante Rackete ha obbedito a una legge di rango superiore al decreto sicurezza bis. 

Per l’Art. 117 della Costituzione, un trattato internazionale ratificato e reso esecutivo nell’ordinamento italiano è al riparo da possibili ripensamenti del legislatore, e condiziona la produzione legislativa successiva, che a esso dovrà dunque conformarsi.

Dunque, giornali telegiornali e radio certamente non sono entrate nel merito della questione tecnica. Un caso complesso, in cui facile è ritrovarsi in luoghi comuni o opinioni prese di pancia.

Nel frattempo, l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia ha offerto di prendersi cura dei migranti senza costi per lo Stato italiano, mentre anche diverse Stati e città tedesche e non, avevano dichiarato la loro disponibilità ad accettare i migranti.

Quello che non viene detto

Il caso diplomatico ha alzato un polverone degno dei migliori film d’avventura, oscurando quelli che sono i problemi reali del nostro Paese anche sul tema immigrazione. Quando tutti erano concentrati sulla Comandate Rackete, altre 120 persone sono sbarcate in silenzio, in quelli che definisco sbarchi fantasma. 

Gommoni, barche fatiscenti lasciate alla deriva sulle spiagge della nostra costa senza sapere chi, quanti e perché, individui sbarcano ed attraversano il nostro Paese come fantasmi.

Rivedere il Regolamento di Dublino aiuterebbe a risolvere il problema Secondo il trattato, l’accoglienza e la valutazione delle richieste di protezione internazionale spettano al Paese in cui è avvenuto l’ingresso nell’Unione Europea.

Un comportamento inammissibile quello però avuto nella notte dello sbarco. Le motovedette della GdF impediscono l’attracco alla nave, alt e speronamenti, ma la comandante non si fa intimidire e resiste sino ad incastrare una motovedetta tra l’imbarcazione ed il molo.

In quegli attimi la stessa comandante, uscita dalla plancia di comando, sembrava essere preoccupata. Erano in pericolo delle vite, non solo quelle dei migranti, ma anche quelle dei nostri ragazzi delle FFO.

Attualmente la comandante è ai domiciliari, è accusata di violazione dell’art. 1100 del codice della navigazione: resistenza o violenza contro nave da guerra, che prevede una pena dai tre ai 10 anni di reclusione, e tentato naufragio, previsto dagli articoli 110 e 428 del codice penale, sanzionato con la pena massima di 12 anni.

La nave della Ong tedesca è sotto sequestro probatorio, provvedimento che dovrà essere anch’esso convalidato. Non è escluso che possa, però, per effetto del Dl Sicurezza bis (entrato in vigore il 15 giugno), venire poi sequestrata amministrativamente dal Prefetto.

[…]

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”…



Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: “Guai a voi, anime”


Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna

[…]
 
Dante, Inferno Canto III