Nel 2019, gridiamo allo scandalo vedendo una borsetta abbinata male. Nel 1865, a Parigi, dotti e profani dell’arte, gridarono allo scandalo quando Edouard Manet espose al Salon, la sua “Olympia”.

 

Che cosa lo portò, ad impegnarsi un tale lavoro? Coraggio? Incoscienza?

 

In realtà, qualcosa di molto più complesso.

 

“Olympia” è stata ed è un’innovazione, in temi trattati e tecnica utilizzata, pur rimanendo collocabile all’interno di una tradizione estremamente classicheggiante.

 

I modelli a cui Manet fece riferimento furono infatti, “La Venere di Urbino” di Tiziano e la “Maja desnuda” dello spagnolo Goya. Modelli che fanno riferimento a principi tradizionali, quali purezza, fertilità, castità. Modelli che Olympia, a cui la modella Victorine Meurent presta il volto, assimila restituendoceli attraverso una forma diametralmente opposta.

 

Tiziano, creò la sua tela come regalo di nozze, come quindi auspicio di fertilità e simbolo di sensualità casta. Manet, invece, ci restituisce quanto possa esserci di più diverso, una prostituta.

 

Olympia è una meretrix, e tutto ciò che la circonda viene studiato per metterlo in luce. Sono i dettagli a delinearne le caratteristiche, ad iniziare dal nastrino nero attorno al suo collo, le scarpette di velluto, e la schiava che le porge un mazzo di fiori, probabilmente dono di un suo cliente abitudinario. Questa peculiarità si configura in contrasto con quanto si possa identificare nella tela del veneziano, dove in secondo piano, si trovava una nursery, elemento caratterizzante di nuna donna dedita ad occuparsi della famiglia.

 

Elementi, che diventano simbolo di una sorta di status, e che facilmente permettono il paragone con la Venere del celebre pittore veneziano del ‘500.

 

Se infatti il Tiziano, raffigurava ai piedi della sua Venere un cagnolino simbolo tradizionale di fedeltà, Manet sceglie invece un gatto, simbolo di lussuria.

 

Se la Venere veneziana giaceva comodamente distesa su dei drappi bianchi, che alludevano alla sua purezza di corpo e spirito, Olympia dispone invece di drappi colorati alla moda. Non è un modello ideologico di comportamento e pensiero, è realtà. Potente e evocativa, nel suo crudo realismo.

 

Fu difficile apprezzare “Olympia”, visto e considerato anche il modo in cui venne dipinta.

 

Se infatti, i temi a cui Manet si ispirò, erano di matrice estremamente tradizionale, la tecnica pittorica contava solo qualche isolato precedente. La sua tela infatti non ha contorno definito, i margini di figure e oggetti vengono resi attraverso i contrasti cromatici. Toni caldi e freddi, toni scuri e chiari, scompaiono le mezze tinte. Non esiste più il disegno preparatorio, ciò che il pittore vede, viene immediatamente riportato sulla tela tramite il colore. Le pennellate, sono frenetiche e veloci, non possono esserci tratti studiati e ragionati, l’attimo che si vuole imprimere sulla tela scomparirà presto. Bisogna legarlo al colore e alla tela.

 

Una tecnica innovativa, difficile da comprendere. Ad esempio, considerando ancora una volta il mazzo di fiori, creato con tocchi veloci di colori e giustapposizioni, tanto che ad una visione ravvicinata dà l’impressione di una semplice accozzaglia di colori, mentre allontanandoci, riusciamo a coglierne la coerenza e l’aderenza al realismo rappresentativo.

 

Naturalmente i critici d’arte, non erano pronti a comprenderne appieno la carica innovativa. Si trovarono giustamente, a mio avviso, privi di strumenti d’analisi e di propensione alla riflessione, in quanto abituati a trovarsi davanti ad opere come quelle neoclassiche o romantiche, che poco o niente potevano avere in comune con un modus operandi come quello di Manet.

 

Comprendere “Olympia” a livello tecnico, appare quindi molto più facile, oggi.

 

Oggi che abbiamo avuto il privilegio di poter ammirare grandi come Van Gogh, Modigliani, Kandinsky, Klimt, Picasso, Duchamp e potrei nominarne molti altri ovviamente.

 

Al contrario invece, lo scandalo a livello di temi che Olympia ci ha lasciato, credo che sia difficile da comprendere oggi come allora. Quella giovane, rivolge lo sguardo a noi che la osserviamo. Non è intimorita, non prova vergogna, i suoi occhi sono freddi e il suo sguardo distaccato, quasi volesse sfidare l’osservatore. Ed effettivamente la tela stessa non è altro che un grande guanto di sfida alle ipocrite convenzioni sociali che regolano la nostra vita.

 

Perché generò uno scandalo di proporzioni colossali?

 

Perché Olympia era una giovane qualunque, una giovane che Manet non lega all’alto scopo della moralità o della mitologia, ma al buio e alla penombra della società. Quella giovane, gli altolocati parigini e i semplici impiegati la incontravano per le strade durante il giorno, e si accompagnavano a lei in una stanza di notte. Ma vedere ciò che con tanto affanno si cerca di nascondere, fa paura e genera rabbia, infatti più volte durante la sua esposizione la tela rischiò di essere danneggiata dai visitatori dell’esposizione, tanto che dovettero provvedere a farla sorvegliare da alcuni agenti di polizia.

 

Il motivo per cui quindi credo che anche oggi, se non venisse spiegata, “Olympia” genererebbe tanto sgomento, è proprio questo.

 

Nel 2019, come nel 1865, viviamo in nell’ipocrisia, immersi fino al collo in una società che non si regge sulla chiarezza e la trasparenza, ma sul nascondere ciò che è scomodo e diverso dal consueto.

 

Probabilmente in tanti, se “Olympia” fosse stata dipinta al giorno d’oggi, l’avrebbero guardata apostrofandola in svariati modi non consoni, soffermandosi solo ed esclusivamente sul suo corpo. Questo perché spesso siamo talmente tanto timorosi di andare a fondo e guardarci dentro, che preferiamo rimanere a guardare ciò che invece è superficiale e scontato.

 

Dovremmo invece osservare il mondo un po’ come fa Olympia, freddi e distaccati, ignorando ciò che ci imporrebbe la società o ciò che stiamo facendo e vivendo in quel momento.

 

Una volta, durante un’interrogazione, un mio professore mi chiese di definire l’Impressionismo con una parola.

 

Io senza rifletterci troppo risposi “luce”. Perché è attraverso di essa che riuscivano ad esprimersi pittori come Manet o Monet, perché la luce abbraccia e permette di rendere vivo ciò che vediamo. E di riflesso, le stesse tele diventano luce, luce sul mondo di quel periodo, sulle sue ipocrisie, sulle sue difficoltà, sulle sue note positive, sulla sua gente.

 

Una prerogativa che però penso non appartenere solo ai quadri impressionisti, ogni tela, anzi ogni opera d’arte, è luce. Luce che può aiutarci, a capire ciò che ci circonda e a capirci noi stessi, una delle cose più difficili che ci sia, perché spesso, ci spaventiamo da soli.

 

 

Apro solo una piccolissima parentesi, nella parte del mio scritto in cui parlo di come il corpo di Olympia diverrebbe, oggi, catalizzatore delle attenzioni non parlo perché femminista radicale o altro, infatti avrei fatto un ragionamento analogo e identico se il protagonista del quadro fosse stato un uomo.

 

Ci tenevo a chiarirlo perché non mi piace passare per qualcosa che non sono.