I Maneskin non sono il classico gruppetto pop-rock da quattro soldi. Grintosi, giovani e spregiudicati, essi si sono presentati al grande pubblico come un’autentica rivoluzione: l’estetica prestata alla musica, poeti maledetti del ventunesimo secolo.

Rivoluzionari dalla scelta del nome (Maneskin è una parola danese, significa chiaro di luna) alla stravaganza dell’abbigliamento, il gruppo romano è sintesi perfetta di romanticismo, nostalgia e un pizzico di autodistruzione, le loro ballad sembrano venire da un’antichità perduta, si intrecciano tra mitologia e attualità, parole intrise di sentimento che si prestano perfettamente a sonorità semplici ma efficaci e alla voce graffiante e ipnotica del cantante, Damiano David, frontman e autentico animale da palcoscenico.

Il loro album di debutto, Il ballo della vita, è una concreta opera d’arte: il ballo diventa strumento di vita, scuote corpi e anime, così come le tracce che ne scandiscono il ritmo. E’ esaltazione della gioventù, dell’amore fisico e intimo allo stesso tempo, quel vento che quando soffia sradica corpi, li trascina e li fa scontrare. Doppio disco di platino, ovviamente.

Ma non è questo a rendere speciale e innovativo questo gruppo, quanto la perfezione testuale e i riferimenti ad un sentimento che crediamo sia andato perduto.

Quasi tutti i testi del disco ripetono la stessa parola: Marlena. Ma esattamente, chi è Marlena?

“quindi Marlena torna a casa, che il freddo qua si fa sentire, quindi Marlena torna a casa, che non voglio più aspettare.”

[Maneskin – Torna a casa]

Io dalla polvere come fenice sono risorto, ed ho imparato anche a volare
soltanto perchè ho fatto le valigie ed ho baciato la dolce Marlena

[Maneskin – L’altra dimensione]

“Quindi Marlena stai accanto a me per viaggiare
se arriva sera impareremo a guardare la luna piena”

[Maneskin – Niente da dire]

Marlena è la musa ispiratrice del gruppo, ma in realtà non esiste. O meglio, Marlena siamo tutti noi, quando amiamo, quando facciamo arte, quando cantiamo, quando viviamo. Per un pittore, Marlena è la tavolozza dei colori, per un pianista essa è la musica stessa, per un bambino il suo giocattolo preferito, per un amante Marlena è l’amata. Marlena è quella sensazione di poter fare qualcosa per un motivo ben preciso, il mezzo per arrivare all’elevazione, l’urlo di gioia quando si taglia il traguardo. Essa è mutaforme, polimorfa, onnipresente.

Ed è il distaccamento da Marlena che ispira i Måneskin, l’incapacità di condurre una vita soddisfacente senza di essa, quel tassello che colmerebbe il vuoto, che però manca da troppo tempo.

“Che mi è rimasto un foglio in mano e mezza sigaretta
restiamo un po’ di tempo ancora, tanto non c’è fretta
che c’ho una frase scritta in testa ma non l’ho mai detta
perchè la vita, senza te, non può essere perfetta.”

[Maneskin – Torna a casa]

E’ evidente il riferimento alla poesia lirica greca, nel dettaglio, alla poetessa Saffo: per lei poetare era necessario ad elevare lo spirito da uno stato di mediocrità e innalzarlo al celeste. Nei suoi carmi, Saffo si fa cantrice d’amore, non nella concezione alla quale siamo abituati, ma un sentimento nostalgico legato indissolubilmente al ricordo di una persona che non c’è più. 

Le parole lontane, brano magistrale e sintesi completa del concept album, è specchio di questa visione: il testo è dedicato ad un’amata volata via, ma della quale il ricordo non è mai svanito.

“Ma adesso portami a casa che mi spaventa l’inverno, le gambe stanno cedendo, non vedi che ho troppo freddo
Marlena portami a casa che il tuo sorriso è stupendo ma sai se adesso ti perdo, non vedo neanche più a un metro
perché ti sento lontana, lontana da me.”

[Maneskin – Le parole lontane]

In attesa di un nuovo singolo, Il ballo della vita è un must listen, sopratutto se si è alla ricerca di trame nuove, oniriche, che portino l’ascoltatore a viaggiare tra tempo e spazio, magari ispirati dalla nostra Marlena, che poi alla fine siamo noi stessi.

“Ti prego lasciami perdere dentro l’acqua del mare
che le parole lontane giuro te le voglio urlare.”