La gestione dei rifiuti tra i termovalorizzatori e la raccolta differenziata: fatti e ipocrisie.

Arrivano i primi dissidi interni alla maggioranza di governo. Dopo mesi di calma apparente, in cui le due anime dell’esecutivo giallo-verde sembravano essere d’accordo su ogni argomento, stanno emergendo le prime diversità d’opinione su materie rilevanti: riforma della prescrizione, reddito di cittadinanza, decreto sicurezza, gestione dei rifiuti. Quest’ultimo, in particolare, può essere considerato il tema più caldo degli ultimi giorni, solo parzialmente oscurato dal dialogo Italia-Unione Europea sui parametri di bilancio. Le posizioni dei due vice-premier sembrano, almeno a parole, inconciliabili: se Luigi Di Maio rifiuta ogni tipo di investimento in nuovi inceneritori, spingendo verso il potenziamento della raccolta differenziata, all’opposto Matteo Salvini vorrebbe dotare ogni provincia di propri termovalorizzatori, visti come strumenti di crescita. La verità, come spesso accade in questi casi, sta nel mezzo.

Anzitutto è fondamentale fare chiarezza terminologica sugli impianti di cui si parla, per poi analizzare lo stato delle cose nel nostro Paese. Il termine inceneritore è usato in modo intercambiabile quando si parla di impianti per la combustione dei rifiuti. Se gli inceneritori sono celebri per essere molto inquinanti, diverso discorso vale per i termovalorizzatori(fondamentalmente degli inceneritori di seconda generazione) con i quali non si è solo fortemente ridotta l’emissione di sostanze inquinanti, ma si riesce ad utilizzare la combustione per produrre energia termica (con produzione conseguente di energia elettrica).

Attualmente, gli impianti di smaltimento italiani sono circa quaranta, di cui il 66% sono nel nord Italia, mentre soltanto 8 impianti, oltretutto di medio-piccola dimensione, coprono l’intera area del Mezzogiorno; questi non sono sufficienti a soddisfare l’intero fabbisogno di smaltimento dell’Italia, che si vede costretta a esportare una grossa fetta dei propri rifiuti a Paesi terzi, che dietro pagamento smaltiscono i nostri rifiuti.

L’Unione Europea sta muovendo passi importanti nell’ambito della gestione rifiuti, con strumenti giuridici più o meno vincolanti volti a favorire la raccolta differenziata e la diminuzione complessiva dei rifiuti negli Stati membri. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, l’Italia è un paese in cui il riciclo, nonostante forti disparità regionali, funziona bene; si calcola che il 52% dei rifiuti, nel 2016, sia stato differenziato. Ciò che invece sorprende, e non poco, è la scarsissima domanda del mercato verso il materiale riciclato: in altre parole, molti prodotti, seppur riciclati, non vengono riutilizzati, andando ad unirsi ai rifiuti di scarto, oggetto di smaltimento. Questo paradossale cortocircuito nel processo di riciclo dei rifiuti è il vero problema attuale: il mancato rientro nel mercato porta ad un ulteriore sovraccarico dei termovalorizzatori italiani, ormai sommersi di rifiuti e incapaci di smaltirli.

Le soluzioni, allo stato delle cose, dovrebbero essere due: da un lato, come anche previsto in ambito europeo, potenziare la raccolta differenziata e gli impianti di riciclo, per portare il paese verso una sempre maggiore diminuzione di rifiuti da smaltire con combustione; dall’altro lato, favorire in maniera decisa la domanda di prodotti riciclati nel loro reinserimento nel mercato, ad esempio con agevolazioni fiscali.

Allo stesso tempo, però, con sguardo realistico, è necessario rafforzare la capacità di smaltimento del Paese. La politica “no inceneritori”, soprattutto nel Mezzogiorno, ha portato a sovraccaricare i pochi impianti di smaltimento esistenti, ormai saturi: le alternative sono le esportazioni all’estero di rifiuti (quando possibili, e a costi molto alti) oppure soluzioni più immediate e illegali (quali la creazione di discariche abusive, o roghi dolosi di rifiuti; il tutto quasi sempre gestito dalla criminalità organizzata). Oltretutto, la produzione di rifiuti nella società attuale è probabilmente destinata ad aumentare; è impensabile immaginare che si sia in grado di arrivare al riciclo di tutto ciò che si utilizza (senza dimenticare che lo stesso riciclo produce scarti), reinserendo al tempo stesso tutto il differenziato nel mercato.

Oppure, si può percorrere la strada più facile, lasciando che le cose scorrano da sole, senza prendere decisioni. E’ la strada preferita dai cosiddetti “nimby” (not in my backyard), pronti a mettere i bastoni tra le ruote a qualunque tipo di opera pubblica che riguardi il proprio territorio, ergendosi a difensori del loro ambiente e della loro salute (fermo restando che, spostandosi di 100 chilometri, l’ambiente e il territorio non siano più in pericolo). L’ Italia, soprattutto nel Meridione, è piena di comitati di opposizione alla costruzione di impianti di gestione dei rifiuti, per i motivi più disparati: molto spesso, contro la costruzione dei termovalorizzatori; talvolta, paradossalmente, contro la costruzione di impianti di riciclo. E così, al raggiungimento di accordi e compromessi per il bene pubblico (in una direzione o nell’altra), si preferisce l’inerzia, con risultati disastrosi: simbolo è stata, 10 anni fa, l’emergenza rifiuti napoletana; mentre è ora l’aumento esponenziale dei roghi dolosi di rifiuti di ogni genere.  Della loro dannosità e tossicità, nessuno dubita.