Dati e analisi del referendum di domenica, per riflettere sulla salute dell’istituto in Italia.

In un fine settimana a tinte campali per la città di Roma, mediaticamente segnato dall’ assoluzione della sindaca Raggi dall’accusa di falso ideologico, un altro fatto politico di rilievo, anche se passato in secondo piano, merita una riflessione: il referendum consultivo sull’ Atac, società municipalizzata concessionaria del trasporto pubblico cittadino.

Attraverso il referendum, promosso dai Radicali italiani (alias +Europa), i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi sulla proposta di liberalizzazione del servizio, chiudendo così la stagione di monopolio Atac, verso l’indizione di una gara pubblica europea con cui designare la nuova concessionaria (mantenendo, almeno formalmente, pubblico il servizio). Ad affiancare i radicali, PD e Forza Italia si sono dichiarati favorevoli al cambiamento; all’opposto, l’attuale maggioranza di governo insieme alla sinistra e ai sindacati, si è schierata per il mantenimento del monopolio pubblico.

Il risultato è stato di quelli clamorosi: l’obiettivo dichiarato dei promotori era il raggiungimento del quorum, previsto dallo statuto comunale al 33%, unico mezzo per rendere valida la consultazione referendaria (ferma restando la non vincolatività, per la giunta, dei referendum consultivi); al contrario, si è arrivati ad un molto misero 16%, che ha reso non soltanto giuridicamente inutile il referendum, ma lo ha persino trasformato in una sconfitta politica bruciante. Il dato è peraltro particolarmente clamoroso pensando allo stato delle cose: Atac è società arcinota per ritardi epocali, fino addirittura alle frequenti cancellazioni delle corse, con un mare di debiti (verso i contribuenti) e ormai ufficialmente in concordato preventivo; era quindi lecito attendersi quantomeno qualcosa di più.

Tralasciando questioni francamente poco stimolanti (tra cui il presunto boicottaggio, mediatico e non, del referendum e il possibile ricorso al Tar invocato a giochi fatti dai Radicali), è interessante analizzare la votazione, dati alla mano, da due diversi punti di vista.

Anzitutto si nota con sorpresa che l’affluenza maggiore, con annessa schiacciante maggioranza di si (favorevoli al cambiamento) si è registrata nei municipi più vicini al centro, di conseguenza più serviti e dotati di mezzi di trasporto alternativi; l’opposto invece nei quartieri periferici: semi-diserzione delle urne e vittoria del si meno accentuata. Quanto emerso, che potrebbe sembrare paradossale, trova una spiegazione logica confrontando i dati referendari con le percentuali delle ultime elezioni politiche comunali: laddove il candidato sindaco del centrosinistra, Giachetti, aveva ottenuto buoni risultati, il referendum ha avuto più successo; viceversa, il fallimento della consultazione coincide con la larga vittoria della Raggi al ballottaggio. Emerge quindi la tendenza, per non parlare di vera e propria coincidenza, a seguire le indicazioni di voto del partito, nonostante la materia sia vicinissima alla vita quotidiana dei cittadini, e avrebbe probabilmente meritato una maggiore partecipazione autonoma.

Inoltre, emerge in modo eclatante il dato dell’affluenza: un misero 16%, raramente avvicinato da qualsiasi altra consultazione referendaria di questa rilevanza (volendo anche nazionale, parlando di Roma Capitale). Probabilmente, la “fuga dalle urne” è dovuta a tre fattori: il disinteresse dei cittadini verso il referendum, visto forse come inutile; l’invito a mezza bocca (come sempre in questi casi) a disertare le urne dalla fazione del no; lo scarso peso mediatico dato alla consultazione, strettamente legato ai primi due fattori.

Il referendum romano diviene così la perfetta cartina tornasole dello stato di salute dell’istituto referendario (non solo consultivo) nel nostro paese: ignorato, perché ritenuto inutile, da alcuni; considerato alla stregua di una votazione politica da praticamente tutti (con strumentalizzazione della ratio giuridica del quorum), travisando completamente la sua finalità. Il referendum nasce infatti nel 1974, come istituto volto a dare diretta voce ai cittadini su materie scottanti, di facile comprensione e di diretto interesse di tutti, permettendo così un felice incontro tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta; felice almeno fino agli anni novanta. Guardando ai risultati referendari di livello nazionale degli ultimi vent’anni, si nota come l’unico (su 8) referendum abrogativo a raggiungere il quorum sia stato quello del 2011 (in materia di acqua pubblica e nucleare); mentre l’ultimo referendum costituzionale, di importanza di gran lunga maggiore, si è ridotto ad una votazione meramente politica (per non dire sulla persona).

E’ dunque lecito chiedersi se l’istituto debba essere revisionato, aggiornato, per facilitare il raggiungimento del quorum (alcuni ipotizzano addirittura di eliminarlo); altri propongono direttamente il parallelo sviluppo di nuovi strumenti di democrazia diretta (con ampio seguito dell’opinione pubblica), come il referendum propositivo, o altre proposte semi-rivoluzionarie, quali l’abolizione dell’intermediazione dei partiti e la centralità alle votazioni on-line. La vera analisi, però, andrebbe fatta sulle motivazioni che spingono i cittadini a votare praticamente sempre e solo seguendo le indicazioni del loro riferimento politico.

Così facendo, qual è il senso della democrazia diretta, in tutte le sue forme?