Libro umido, pieno d’acqua: Virginia Woolf sta perdendo il gusto per la realtà ed in cambio vuole confidenze di un mondo che le sta franando addosso.

Abolite trama, fisicità dei personaggi, è un continuo parlarsi addosso. La narrazione impersonale descrive di situazioni già avvenute come se fossero fotografate: come il sole, la marea, l’acqua…lo stato liquido e mutevole dell’esistenza.     

Una delle ultime opere dell’immensa scrittrice prima del suo suicidio, essa racchiude più che mai le massime vette della sua poetica. I soliloqui dei protagonisti, veri e propri flussi di coscienza, ripercorrono le loro vite dall’infanzia alla maturità e sono alternati da dieci interludi puramente descrittivi che scandiscono il tempo della narrazione.

Dall’incipit del romanzo:

«Vedo un anello» disse Bernard «sospeso sulla mia testa. Pendente, tremulo e vibrante, in un cerchio di luce.»
«Io vedo una lastra di un giallo pallido» disse Susan «che fugge via fino a perdersi in una striscia violetta.»
«Io odo un suono» disse Rhoda «cip cip, cip, cip; su e giù tra i rami.»
«Io vedo un globo» disse Neville «pendulo come una goccia contro i fianchi immensi di una qualche collina.»
«Vedo una nappa color cremisi» disse Jinny «con fili d’oro intrecciati.»
«Io sento come uno scalpitío» disse Louis. «Il piede di un grosso animale è stato incatenato. E la bestia scalpita, scalpita, scalpita.»

Bernard: lo scrittore, l’amante dei poeti, il suo cuore urla il nome di Susan. Racchiuso nel suo mondo fatto di fantasia che lo tiene al sicuro dalla crudezza del presente.

Neville: gracile, timido, ossessionato dalle proprie visioni.

Louis: amato da pochissimi, escluso per  la sua origine coloniale e per la difficoltà ad avere rapporti non ansiosi col suo prossimo.

Susan: donna radicata nella terra e nei suoi affetti familiari, possessiva, assetata di potere.

Rhoda: parlando di sé dirà “non ho volto”. Figura più commovente di tutta l’opera per l’angoscia causata dall’incapacità di costruire un’immagine di sé che non vada a pezzi dopo il primo incontro con un uomo.

Jinny: la sua natura rispecchia l’anima della notte, danzatrice sensuale e seduttrice.

Altrettanto importante è il settimo personaggio del libro Percival, di cui però non sentiremo mai risuonare la propria voce.

Questi sei monologhi sembrano essere preghiere per chi sta morendo. I personaggi si relazionano tra loro e spesso non si comprendono: si amano si odiano, si allontanano per poi inevitabilmente rincorrersi. Impossibilitati da scindersi come gocce d’acqua.

“Arrivai alla pozzanghera. Non riuscii ad attraversarla. Persi l’identità. Noi non siamo nulla, mi dissi, e crollai. Volai via come una piuma, vorticai dentro un tunnel. Poi con grande cautela spinsi in avanti un piede, mi appoggiai con una mano al muro di mattoni rossi. Ritornai in me con grande fatica, rientrai nel mio corpo, superai la pozza grigia, cadaverica. Ecco la vita a cui mi riconsegno.” Alcune delle righe più emozionanti di tutta l’opera.

Un libro non va necessariamente capito. Si può leggerlo con attenzione, apprezzarlo, amarlo ma non non capirlo affatto.

Questo accade forse a buona parte dei lettori leggendo “Le Onde “ di Viriginia Woolf ( a detta sua anche uno dei suoi romanzi più difficili). Qui la letteratura si confonde con il caos, con il pensiero, con le innumerevoli sfumature della caotica mente umana. Solo immergendosi piano piano nella lettura si prende esattamente il ritmo della narrazione come quando ci si adatta gradualmente al movimento delle onde che ci cullano nella vastità del mare. Sopra le onde le falene, le farfalle notturne in cerca di luce, dalle quali Virginia fu ossessionata durante l’intera stesura del romanzo (tanto che il suo primo titolo doveva essere proprio “Le falene”), forse ossessionata come loro dalla ricerca della luce, della salvezza che solo nell’immortalità che garantisce la scrittura si può raggiungere. Ma farfalle notturne che cercano luce è un controsenso; ecco perché la figura delle falene è paragonata alla vita dei suoi protagonisti.

Eppure in ogni lettore di questo romanzo, rimarrà certamente quel senso di estremo completamento, pienezza, grandezza. Perché sì, inevitabilmente ogni atomo del nostro corpo viene travolto e cullato da onde di emozioni e palpitazioni. La grandezza della Woolf sconfina in un senso di onnipotenza letteraria ma anche di estrema fragilità umana, due elementi così opposti mai così pienamente complementari. Più che mai dunque affermeremo: “Sono radicata, ma scorro”.