Sotto questo titolo si raccolgono 4 film (“La notte del giudizio”, “Anarchia”, “Election Year”, “La prima notte del giudizio”) diretti da James DeMonaco, inscrivibili nel genere horror ma anche, e mi permetterei soprattutto, nella categoria delle opere distopiche. 

Con ampi riferimenti a capisaldi come “1984” ed “Arancia Meccanica”, la realtà cinematografica si fa amplificazione dei problemi etico-morali della quotidianità: gli incubi del mondo prendono vita in scenari apocalittici per palesare ciò che normalmente è nascosto o mascherato. Infatti, opere del genere portano a sviluppi estremi gli elementi negativi cui spesso ci troviamo di fronte, in maniera tale da renderci pienamente consapevoli dei possibili sviluppi e della natura profonda celata dietro i fatti. 

I protagonisti delle pellicole vivono in un’America anti-utopica in cui si svolge annualmente la notte dello “Sfogo” (“Purge”), un evento della durata di 12 ore nel quale ogni crimine è reso legale. Questo avvenimento è frutto di un regime totalitario instaurato a seguito del crollo economico che gli Stati Uniti sembrano aver subito nel 2010, anno caratterizzato da elevati indici di disoccupazione, povertà e criminalità.

Il nome “Sfogo” nasce dalla presunta purificazione che l’evento dovrebbe indurre nell’animo delle persone, permettendo l’espressione delle pulsioni più infime e dell’aggressività repressa. In realtà, questo annuale appuntamento con la violenza, sembra essere un’abile strategia governativa per ridurre il numero di coloro che non contribuiscono alla crescita economica del paese. Le principali vittime risultano essere, perciò, i meno abbienti senza fissa dimora o colore che non hanno la possibilità di acquistare costosi sistemi di sicurezza per le proprie abitazioni.

La decrescita del livello di criminalità e di povertà diventano, così,  tesi a favore di una nottata di pura “anarchia statalizzata”: un palese ossimoro che sembra voler porre lo spettatore di fronte ad una complessa metafora sociale.

“The Purge” ci mostra come il diritto possa prevalere sulla morale piuttosto che fondarsi su di essa: l’omicidio diviene normalità poiché permesso dalla legge. La maggior parte delle persone decide, così, di ignorare quel principio della coscienza che spinge a rispettare la vita e a seguire, piuttosto, una voce esterna che pretende di autorizzare odio e violenza. Questo comporta una riflessione sull’impossibilità della legge di definire univocamente gli atti morali o immorali, e ci induce ad avere un occhio critico verso tutto quello che viene “dall’alto”, spesso prodotto di interessi economici o semplici strategie politiche. 

Eppure l’elemento più sconvolgente dei film non è l’istintiva attrazione dell’uomo verso ciò che giustifica la sua brutalità, bensì l’ignavia di coloro che, pur non sentendo realmente  la necessità di partecipare allo “Sfogo”, ne accettano tacitamente l’esistenza esponendo fuori dalla propria casa un mazzo di fiori blu, simbolo di appoggio e solidarietà, ironicamente, verso gli aggressori. 

Sta a noi riconoscere le forme dell’odio, anche se sostanzialmente lontane dal tangerci in prima persona poiché non sembra esserci nulla di più schiacciante dello sguardo di chi osserva inerme, di chi comprende il male perpetrato ma impassibile non lo combatte: l’immobilità non rende innocenti, tutt’altro.