Fai il dolce, posti la foto su Instagram e magari qualcuno ti chiede anche la ricetta, stupito dalle tue abilità culinarie nascoste che, effettivamente, finora non avevano avuto l’occasione di fuoriuscire. La storia successiva invece prevede un durissimo workout, ma non appena i tuoi amici vedono quanto tu stia tenendo alla tua linea in questo periodo di stasi, butti il telefono e ti fiondi sul divano stile Tania Cagnotto alle Olimpiadi e passi la giornata a fare binge watching su Netflix tra Peaky Blinders e la Casa di Carta. 

Poi, dopo aver rivoltato Netflix da capo a piedi – documentari inclusi -, dopo aver imparato a suonare il Rondador, ottenuto il C1 in Ostrogoto e diventato chef pluristellare alla faccia di Canavacciuolo, ma anche personal trainer ed esperto virologo presso l’Università della Strada, finisce tutto.

Ti svegli e la vita non è più confinata dentro quattro mura, un tetto e un telefono. Ricominciano le ventiquattr’ore in metro, ovviamente piena, le corse ad occupare il posto in aula per te e i tuoi colleghi universitari, il “oh, ma dopo sushino?”, il traffico, i rumori, i ritardi. I viaggi. Prendere l’aereo e ritrovarsi dall’altra parte del mondo, magari in un Paese come la Cina, che qualche tempo prima è stata attaccata continuamente da sorrisetti sornioni, battute sui suoi abitanti, tutti untori secondo l’ingiusta logica globale. Oggi più che mai ci stiamo rendendo conto quanto, nel bene o nel male, la tecnologia e la globalizzazione ci abbiano portati ad essere sempre più vicini, fisicamente, mentalmente e virtualmente, a sentirci a casa anche a Bora Bora, trovare un pacco di spaghetti della de Cecco anche a Berlino. Insomma, provare uno strano senso cosmopolita che ci spinge a guardare oltre le caratteristiche delle diverse etnie e a ritrovarci a mille km da casa nel giro di dodici ore.

Il virus che tanto ci ha stancati, oltre a colpire la sanità, mette i bastoni tra le ruote anche a ciò per cui l’uomo inconsciamente vive: l’interrelazione con gli individui che ha attorno. L’aristotelico politikòn zoon ha chiuso tutte le sue frontiere per proteggere sé stesso e chi ci dice che quando la bufera sarà passata, egli sarà veramente disposto a riaprire i suoi orizzonti? Con quanta semplicità egli abbasserà la guardia e andrà a trovare il suo amico John in Texas?

Viviamo in uno stato di continua paura e allerta e non di certo questi sconquassamenti d’animo ci lasceranno da un giorno all’altro. Ci penseremo due volte prima di prenotare quel biglietto aereo per Londra, od ospitare il carissimo amico giapponese conosciuto in Erasmus. In una società così avanzata, che ci accoglie tutti come figli di una grandissima madre, per la prima volta nella storia ci ritroviamo a fare qualcosa di impensabile: fare un passo indietro. Nel senso letterale del termine. Come reagire? Semplicemente mettersi l’anima in pace e accogliere con maturità il fatto che i confini internazionali saranno strettamente controllati per ancora tanto tempo. Compiere un passo indietro per quanto riguarda un viaggio che può aspettare, una crociera che non rientra nella lista di “cose impellenti da fare”.

Ci è richiesto, per ora e per un domani vicino, di giocare a favore e allo stesso tempo a sfavore di questo strano essere che, ammettiamolo, vorremmo tutti prendere a pugni.

La quotidianità in cui abbiamo vissuto finora tornerà e sarà ancora più noiosamente apprezzata di quanto lo fosse prima. E appunto perché tornerà ci dobbiamo autoimporre di non aver paura di riprendere a girare il mondo, a provare quello stranissimo miscuglio di eccitazione e adrenalina chiamato libertà.

Mettere piede per la prima volta in un Paese straniero appena scesi dall’aereo, parlare (male) una lingua che non è nostra ma veicolare comunque il messaggio, perdersi e ritrovarsi, mangiare cose impensabili che provocano mal di pancia per tre giorni, diventare un tutt’uno con il posto: ce lo riprenderemo, perché siamo esseri umani e la voglia di vita insita in ognuno di noi è decisamente più forte di un subdolo microorganismo.