Personaggi, a cura di Francesco De Massis, Teramo 29/12/2018

La prima intervista della rubrica “Personaggi”, coinvolge il professor Luciano D’amico, classe 1960, nato a Torricella Peligna in Abruzzo, Professore Ordinario di Economia Aziendale, Magnifico Rettore emerito dell’Università degli Studi di Teramo dal 2013 al 2018, già Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione.

Professore, com’è stata sotto il profilo personale l’esperienza di Magnifico Rettore? Qual è la sua missione sociale e il rapporto con l’Università?

Grande entusiasmo e grande responsabilità, grande entusiasmo perché è possibile realizzare dei progetti; grande responsabilità perché quei progetti vanno ad impattare sul future di migliaia di giovani e sulla struttura, che è una grande risorsa per qualsiasi territorio ed anche quello teramano; grandi responsabilità perché I finanziamenti ministeriali sono in progressive riduzione, sono sempre più correlate ai risultati, quindi la responsabilità deriva dal produrre risultati per ottenere finanziamenti. Buona parte dei finanziamenti è invece da acquisire attraverso procedure competitive e progetti di ricerca in cui si compete con tutte le università del Mondo. E’ difficile riuscire a far quadrare tutte queste esigenze, in questo senso è una grande responsabilità, ma è anche un grande entusiasmo, perché in questo modo si riesce ad elaborare una strategia adeguata creando le condizioni per lo sviluppo dell’ateneo e per traghettare gli studenti verso il mondo del lavoro.

In base a ciò che prevede l’ordinamento giuridico il mandato del Rettore non è rinnovabile a differenza, ad esempio, di quello del Sindaco. Ci sono dei progetti non conclusi durante il suo mandato o è pienamente soddisfatto dei trascorsi?

La soddisfazione è piena, ed anche maggiore di qualsiasi aspettativa, per i risultati che con il lavoro di tutti, di tutta la squadra, sono stati ottenuti. Se escludiamo la questione della cabinovia, gli altri progetti sono tutti avviati felicemente alla conclusione; ovviamente man mano che si realizzano alcuni progetti, viene voglia di farne altri, per cui sicuramente, ci sono delle cose che non sono state fatte perché l’ateneo non era ancora pronto per farle; maggiore internazionalizzazione e soprattutto, un obiettivo che mi ero dato e che non è riuscito per tanti ostacoli che abbiamo incontrato nella realizzazione era rendere obbligatorio, per ogni studente dell’ Università di Teramo, un periodo di Erasmus all’estero, perché un soggiorno all’estero è importante per la formazione tecnico-specialistica, ma lo è ancora di più come esperienza di vita e apertura mentale; non ci siamo riusciti, in parte per carenza di fondi, in parte per difficoltà organizzative con tutte le università parters; noi abbiamo duecentonovantadue convenzioni con altrettante università straniere e per, a volte anche resistenze, che speravo di sconfiggere, da parte di studenti che non volevano spostarsi all’estero, questo se vogliamo è il primo rimpianto. Il secondo rimpianto forse, è non aver premuto sull’acceleratore per l’attivazione di nuovi corsi e per accelerare lo sviluppo dell’ateneo, rimpianto per modo di dire, perché questo non è stato fatto, per carenza di risorse; l’attivazione di corsi, oggi, è subordinata.

Sostanzialmente, si ha le mani legate, perché il Rettore ha potere decisionale ma se non si ha un’autonomia di finanziamento…

Non è tanto l’autonomia di finanziamento, è che il problema di questa, come di tutte le università italiane, io lo riassumo sempre con queste parole, siamo “pubblica amministrazione”, dovremmo diventare “amministrazione pubblica”, che significa svincolare le università dai vincoli di finanziamento, non per farne centri di spesa incontrollati, ma per eliminare tutte quelle strettoie e quei colli di bottiglia che sono stati posti alla PA come ad esempio il blocco del turnover, che per quanto riguarda le università ha significato ridurre gli organici di tutte le università d’Italia, all’incirca di un terzo, il corpo docente, e questo significa limitare fortemente l’attività.

Professore, com’è cambiata l’università da quando lei era studente ad oggi?

L’università, quando io ero studente, era organizzata rigorosamente contro lo studente, adesso è organizzata con lo studente al centro di tutte le attenzioni, a volte forse anche troppe; questo poi, può provocare come effetto negativo il fatto di non stimolare l’intraprendenza di ogni singolo studente, ma è cambiata anche per un altro verso: l’università non è più solo un luogo di formazione, è sempre più un luogo, oltre che di ricerca, che è la missione istituzionale, anche di trasferimento tecnologico; avere un’università in un territorio, significa non solo avere un centro di ricerca e di alta formazione, ma anche un centro da cui far partire trasferimenti tecnologici che possono far bene al territorio, questa è la differenza fondamentale.

Com’è cambiato il nostro ateneo, secondo i dati di dominio pubblico relativamente giovane, dalla sua Fondazione fino ai nostri giorni?

Il nostro ateneo ha raggiunto la forma autonoma dal ’93, i primi corsi sono del 1961. Nel ’94 è successa la rivoluzione delle università, perché nel ’94, le università hanno iniziato ad avere autonomia; ora un ateneo giovanissimo che un anno dopo va in autonomia, significa che non è più una diramazione periferica del Ministero, ma è un ente che decide autonomamente, pur con tutti i vincoli che abbiamo detto. Le strategie di sviluppo hanno creato problemi significativi, innanzitutto una struttura amministrativa che come in tutte le amministrazioni non può improvvisarsi, ma per funzionare bene ha bisogno di inventare procedimenti, procedure, cultura amministrativa e questo richiede tempo. L’ Università di Teramo ha dovuto invece accelerare molto su questo aspetto.

Diciamo che è dovuta crescere un po’ troppo in fretta.

Esatto, questo però le ha dato una snellezza, un’agibilità operativa, che quando è stata attivata ha prodotto dei risultati straordinari in termini di qualità e risultati di ricerca ed anche in termini di formazione oltre che della terza missione che dicevo prima. L’ Università di Teramo grazie a questo processo di crescita accelerata, oggi probabilmente è più dinamica della media di sistema, bisogna non perdere questo dinamismo, valorizzarlo e cercare di perseguire obiettivi ambiziosi, sapendo che si ha a disposizione una struttura snella, agile e un corpo docente che nella stragrande maggioranza è molto motivato.

Quali sono le prospettive le prospettive per il nostro ateneo per il nostro ateneo nel sistema abruzzese ed italiano, che futuro spetta per l’ UNITE?

Si dovrebbe vedere in modo “matriciale” nel senso, l’ateneo non può’ che avere un orizzonte di tipo internazionale, noi competiamo e saremo chiamati a competere sempre di più in un contesto internazionale; per fare questo è necessario che l’ ateneo si rafforzi attraverso una serie di partenariati che a partire da quelli con le università locali, si estendano poi, all’intera rete delle università; le università locali poi possono, raccordate opportunamente, potenziare gli elementi di sviluppo che raggiungono una massa critica adeguata per affrontare l’ottimizzazione dei gruppi di ricerca e per razionalizzare il quadro dell’offerta formativa, ma questa forma di partenariato copre solo una parte dei rapporti collaborativi che l’ateneo deve avere perché deve collaborare con chiunque, non solo con le università. Ricordavo prima: noi abbiamo duecentonovantadue convenzioni con duecentonovantadue università straniere, bisogna avere con chiarezza il quadro di cosa bisogna fare e con chi, con due atenei regionali, coordinare sempre di più l’offerta formativa e la formazione dei gruppi di ricerca; con gli atenei di tutto il resto del mondo, sfruttare le migliori possibilità in termini di collaborazione sui progetti di ricerca specifici, in termini di rapporti con i nostri studenti che sono dell’ateneo di Teramo e in quanto tali, sono membri di una rete nazionale.

Cambiamo decisamente argomento. Come corsista di Economia Aziendale, ho avuto modo di approfondire la figura dell’imprenditore; aldilà delle nozioni tecniche, che possiamo rintracciare sul manuale, qual è la figura sociale dell’imprenditore? Com’è cambiata nel tempo in Italia, anche nel contesto storico, come ad esempio la famiglia Agnelli, Enzo Ferrari, con il passare per Flavio Briatore, persone che non svolgono solamente un’attività imprenditoriale ma che hanno anche influenza sull’opinione pubblica e sul contesto sociale, questa figura?

Per l’imprenditore rimango ancorato ad una visione un po’ shumpeteriana: l’imprenditore dev’essere una persona che ha una grande missione, una grande capacità di visione e quindi da questo fa derivare una grande capacità di innovazione che non può essere circoscritta solo ad aspetti tecnici o economici, l’innovazione quando c’è riguarda la cultura dell’intera comunità, la ricchezza culturale della comunità, innovare I cicli di produzione della FIAT, ha significato anche modificare la struttura sociale dell’Italia. Dal secondo dopoguerra in poi, delle nuove sensibilità, dei nuovi stili di vita, dei nuovi diritti; avere un significativo aumento della classe operaia, perché con l’innovazione dei cicli produttivi, la FIAT poi è cresciuta di dimensioni, per rimanere all’esempio di questa azienda, ha significato anche sviluppare una cultura sindacale e quindi una cultura dei diritti, di democrazia sempre più estesa a tutta la comunità a tutti gli angoli di essa; democrazia non è solo il funzionamento del Parlamento democraticamente eletto, ma significa avere una cultura democratica e sicuramente gli imprenditori con le innovazioni che riescono a produrre, impattano direttamente nello sviluppo di questa cultura e credo che conducano molto spesso alla creazione di condizioni per un aumento del livello di democraticità per un aumento del benessere economico. Quando c’è benessere economico, c’è anche benessere sociale e culturale.

Il ragionamento si può’ ricondurre ad una teoria della felicità?

Ma, forse è un termine troppo impegnativo, una teoria del miglioramento continuo applicato non solo alla gestione di una fabbrica ma ad esempio ai diritti di cui ciascun cittadino deve e può’ usufruire; il nostro obiettivo come comunità è di ampliare sempre più lo spazio dei diritti senza ledere i diritti degli altri e per fare questo ci vogliono anche le condizioni economiche e sociali che consentano questo ampliamento dei diritti; è faticosissimo proprio perché è collegato al verificarsi di una serie di condizioni che ne sono alla base.

Quali sono, secondo lei, le prospettive per un laureate oggi in Italia e all’estero e cosa consiglia ad un giovane che si accinge a gettare le basi del suo futuro professionale?

Ad un giovane senza alcun dubbio consiglio di andare in giro per il mondo, di cogliere qualsiasi opportunità, occasione, magari per poi tornare nel suo luogo d’origine, ma sicuramente andare in giro per il mondo significa ampliare la capacità di comprendere il mondo e gestire la propria vita. Le prospettive, nonostante un diffuso pessimismo, in questo periodo in cui faticosamente stiamo cercando di uscire dalla crisi, io le vedo molto positive. Nessuno ha mai avuto le possibilità negli anni scorsi che oggi si offrono ad un laureato, oggi un laureato può’ viaggiare, può’ andare all’estero, ha una migliore conoscenza rispetto a un laureato di venti, trenta, quarant’anni fa, non ha difficoltà a sentirsi a casa propria in Europa, piuttosto che nel Mondo, quindi le prospettive le vedo ottime, quarant’anni fa un laureato aveva perfino difficoltà linguistiche, aveva difficoltà a muoversi, aveva difficoltà ad entrare in contatto con altre culture; oggi invece credo che si possa dire che si hanno le migliori prospettive in assoluto rispetto al passato; ovviamente considerando le aumentate prospettive è aumentata la complessità del mondo con cui interagire, quindi il miglioramento di prospettive si accompagna alla necessità di un maggiore impegno, ma questo non toglie nulla alle possibilità di scelta, che sono decisamente maggiori oggi rispetto a quarant’anni fa.

In sostanza bisogna tracciare una linea tra ciò che è percepito e la realtà dei fatti. Facendo un esempio possiamo considerare colui che quando ci sono cinque gradi ne percepisce quaranta, una condizione che si traduce in una difficoltà di ricezione nel nostro Paese che si concretizza con un pessimismo dominante.

Non è tanto una questione di pessimismo, questo lo si avverte soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno; la quinta essenza del provincialismo è avere dei confini mentali molto stretti e questo comporta non fare scelte coraggiose, non mettersi in discussione, non accettare le sfide che ci sono. Il nostro è un percorso di emancipazione progressive dal provincialismo, che ha relegate parte anche l’Abruzzo e tutto il Mezzogiorno ad una condizione di sottosviluppo. Lo sviluppo presuppone capacità di agire, capacità di rischiare, non solo da parte dell’imprenditore, ma da parte di tutti. Oggi le condizioni ci sono e sono tali da abbattere quel muro mentale che abbiamo ereditato e che ci portiamo saldamente in testa, che ci inducono a ripiegare su un atteggiamento rinunciatario, invece che spingerci a diventare protagonisti. Oggi, qui a Teramo si può’ essere in collegamento con il Mondo sotto tutti i profili, non solo per la rete, perché è facile viaggiare, lo si può’ fare perché c’è una diversa predisposizione culturale, rispetto a quarant’anni fa c’è un abisso, è questo di cui dobbiamo renderci conto.

Parliamo della nostra Regione; ma questo atteggiamento forse contraddistingue tutto il contesto italiano. L’Abruzzo probabilmente non sembra una regione, ma quattro province messe insieme, con una competitività intrinseca e delle rivalità storiche come ad esempio quella tra Pescara e Chieti, che forse lede i nostri interessi.

Questa è un’eredità del passato, più che ledere i nostri interessi, non ci fa vedere i veri problemi, dobbiamo eliminare subito questa cosa. Parlare di campanilismo tra le province o tra le città è assolutamente anacronistico. In Cina, dove si decide in parte il futuro del Mondo, non saprebbero collocare non solo l’Abruzzo ma probabilmente nemmeno l’Italia sulla cartina geografica. Quando dico uscire dal provincialismo intendo proprio questo: noi dobbiamo riconoscere che appartenere ad una comunità, ha un senso se è una comunità di valori, e non di confini geografici ben precisi.

Oltre all’urbs la civitas.

Esatto, e noi dobbiamo puntare alla civitas; definirsi di Teramo, piuttosto che di Pescara o di Chieti ci indebolisce, perché l’appartenenza geografica è un modo comodo, miope e dannoso di ricercare contatti di comunità. La nostra dev’essere una comunità costruita sui valori, su ideali in cui dobbiamo essere proprio per questo capaci di includere, accogliere, indipendentemente dal luogo geografico di nascita o di provenienza.

L’ingegneria istituzionale ci può aiutare in questo sistema?

Più che l’ingegneria istituzionale se le strutture, le istituzioni sono governate con questa missione nel mondo, potrebbero costituire un poderoso sviluppo. I nostri studenti devono essere cittadini del mondo, anche le nostre Istituzioni devono avere la capacità di rapportarsi nel mondo, ovviamente secondo le proprie competenze.

Un atteggiamento diffuso in precedenza, di scontro tra amministratori di differenti colori politici che competevano tra loro nella produzione di provvedimenti sul territorio.

È questo l’atteggiamento per il quale, se rileggiamo la storia economica e sociale degli ultimi cento anni, troviamo un cimitero di occasioni perdute, però io adesso credo che i tempi siano maturi perché mi ricollego alle opportunità dei nostri studenti e dei giovani in generale, adesso i nostri studenti sanno perfettamente che questo schema non è più valido, e quando dicevo prima, uno dei rimpianti è di non avere reso obbligatorio un soggiorno all’estero, che c’è perché anche con questo si riesce a scardinare la scarsa collaborazione, diciamo un campanilismo provinciale.

Divagando, infine, cosa l’ha spinta verso questa vocazione che prevede la condivisione del sapere e cosa consiglia ad un giovane che vuole intraprendere questa strada?

Studiare, studiare, studiare, questo è il motto che ho applicato per tanti anni. Non solo bisogna sapere le cose, studiare consente di acquisire una capacità di interpretare il mondo, e quando si riesce a leggere il mondo, si aprono tante di quelle strade che possono essere sicuramente la ricerca piuttosto che l’insegnamento. Sono tutte strade che hanno un fattore comune: consentire una realizzazione professionale, quindi un’inclusione sociale significativamente soddisfacente.

Concludendo, cosa pensa dell’attuale situazione economica e sociale, anche legata al mondo della produzione e dell’impresa e che apporto può’ dare a tutto ciò il mondo accademico, molto spesso all’esterno percepito estraneo.

Nessuna separatezza, gli sforzi fatti sono stati finalizzati ad abbattere ciò. Adesso stiamo vivendo un momento di rinculo, di crisi di sviluppo, viviamo in quella fase in cui usciamo da una crisi economica molto forte e paghiamo i costi di un mancato rinnovamento di visione, di stili di vita, di obiettivi e i risultati sono sotto gli occhi di tutti e io li ritengo disastrosi sotto questo punto di vista, però generalmente queste fasi di rinculo precedono poi fasi di slancio, sono fiduciosissimo che tutti quanti prima o poi ci renderemo conto che non ha senso né piangersi addosso, né perseguire politiche assistenzialistiche di stampo paternalistico. Tutti quanti ci renderemo conto che non abbiamo catene che ci legano e che possiamo riprendere in mano il nostro futuro, riprogettarlo in termini diametralmente opposti a quelli che oggi vengono proposti anche dalla classe di governo nazionale. Noi siamo fatti per l’inclusione, per lo sviluppo di nuove conoscenze, per una fertilizzazione incrociata di culture, non siamo fatti per rinchiuderci dentro mura di difesa, sarebbe una vita noiosissima e frustratissima.