Tre nomi che spaccano. Una produzione degna di un colossal. Un significato nascosto che viaggia tra mitologia e attualità.

Mescolare bene le strofe del fenomeno trap Sfera Ebbasta, del king della vecchia scuola, Mr. Tarducci in arte Fabri Fibra e la nuova onda del soul-rap italiano Mahmood. Aggiungere una melodia orientaleggiante e a tratti ipnotica.

Servire tiepido.

Come ogni ricetta culinaria che si rispetti, abbiamo appena elencato gli ingredienti e il procedimento che hanno reso il singolo Calipso quello che è, una canzone rap che viaggia oltre le banali hit estive, oltre che testimonianza viva e selvaggia di quella che è una nuova scena rap, talmente mainstream da essere controcorrente. 

Ma facciamo, come sempre, un passo alla volta.

Analizzando il titolo del brano, l’insolito e dinamico trio d’artisti ci teletrasporta nella mitologia greca che strizza l’occhio ad Omero: Calipso infatti è la musa che trattiene Ulisse sull’isola di Ogigia per sette lunghi anni, offrendo all’eroe greco l’immortalità, rifiutata però in quanto era sì troppo forte il desiderio di libertà ma altrettanto la volontà di tornare ad Itaca dai propri cari. 

Alla fine Ulisse abbandona l’isola e riprende il viaggio, ed è il messaggio che la canzone vuole lasciare a chi ascolta: è facile cadere in tentazione, sopratutto se essa tocca corde delicate e se si è cresciuti in mezzo al nulla, tra fame e stenti, ma spesso la strada più brillante, la decisione più eccitante, la via più gloriosa, si trasformano in spade di
Damocle.

La base spinge, merito del magistrale lavoro di mix del produttre Charlie Charles, poliedrico artista già noto per aver realizzato la strumentale di Soldi, brano vincitore dell’ultimo Festival di Sanremo, entrambe con il supporto di Dardust, pianista con un quoziente creativo fuori dal mondo. Ed è su una strumentale che ricorda spiagge selvatiche e viaggi mitologici che si incastrano tre scuole di pensiero e flow completamente diverse l’una dall’altra. In ordIne di apparizione, il primo a “prendere parola” è Sfera Ebbasta, che in nemmeno trenta secondi esplode sulla base con giochi di
parole che danzano tra assonanze rime alternate ed autotune, linguaggio fresco e pulito che crea un equilibrio metrico come pochi, oltre ad introdurre quello che è il cuore del discorso:

 

“Io non so più dove ho messo il cuore

forse non l’ho mai avuto 

forse l’ho scordato dentro ad una ventiquattrore

ma non mi ricordo dove

la gente aspetta i miracoli

a braccia aperte, sì, come i tentacoli

spera che risolva tutto il Signore

ma non è così”

 

E’ il preludio perfetto al bridge, due quartine cantate da Mahmood, che con la sua voce ci proietta, come del resto fa il videoclip ufficiale, tra i vicoli di una città baciata dal sole, dove però qualcuno fugge, se dal suo passato o dal suo futuro non si sa bene, ma deve correre, salvarsi, magari da una musa che nemmeno esiste, ma è necessaria:

 

“Calipso,

corri ragazzo nei vicoli

cento sirene negli angoli

nessuno cercherà nel tuo cuor.

 

Calipso,

cerchi per strada miracoli

gli altri ti dicono “c’est la vie”

ora ricordi dov’è il tuo cuor.

Ora ricorda dov’è il tuo cuor.”

 

E poi si balla, perchè la strumentale continua a spingere anche nei momenti di silenzio, creando un gioco di suoni che prepara l’orecchio di chi ascolta alle parole del rapper che non ti aspetti in una hit così, ma che si inserisce alla perfezione:

“ho provato ad andare lontano
per guardare il mondo con occhi diversi
che possiamo scappare da tutto, sì
tranne che da noi stessi
giorni vuoti, contavo le ore
si ricordano solo il migliore
basta guadagnare per aver ragione
chissà dove ho lasciato il mio cuore”

Fabri Fibra dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, di essere il Re eterno ed indiscusso di una scena che non lo vede spesso protagonista, ma ogni sua collaborazione è oro colato, e lo dimostra il fatto che si diverta (e diverta) come fosse il suo primo giorno.

Con le parole di Mahmood, che accompagnano la canzone alla sua conclusione, si chiude una traccia che al primo ascolto risulta strana, esotica, quasi fastidiosa, ma che dopo un attento ascolto (anche più di uno), si rivela una gemma nascosta, nonchè una canzone rap insolita: Calipso è essere controcorrente, è l’inno alla speranza, alle seconde possibilità, al perdono.

In una giungla dove si parla di violenza, spaccio, malavita, luoghi
comuni ormai desueti in quello che è l’universo rap, qualcosa di nuovo si muove e, finalmente passa in radio.

Se vi aspettavate la classica hit estiva da ballare mentre sorseggiate un cocktail stesi su un lettino cambiate canzone, se invece siete alla ricerca di un pò di freschezza di linguaggio pompate Calipso più forte che potete, lasciatevi incantare dal diverso e, perchè no, da un pò di sana novità, che non guasta mai.

 

Lunga vita a Calipso. Lunga vita al diverso.
Pace.
S.P.