Se nasci in una delle città più belle del mondo, Los Angeles, vivi in uno dei suoi quartieri più benestanti, e sei figlia di una coppia di attori, è molto probabile che un giorno il mondo conoscerà il tuo nome.

E’ quello che sta vivendo Billie Eilish, enfant prodige di soli 17 anni che ha completamente rivoluzionato la concezione di musica pop, aprendo ai suoi ascoltatori il suo immenso (e un po’ strano) mondo interiore.

Piccolo flash-back: Billie è una bambina introversa, nonostante l’agiata condizione economica della famiglia e l’enorme panorama creativo in cui è immersa: suo fratello Finneas infatti era frontman di una piccola band e divenne nel tempo ispirazione della piccola (letteralmente, aveva appena 11 anni) Billie, supportandola nello scrivere canzoni e coinvolgendola in piccoli spettacoli dal vivo.

Quello che nasce come un passatempo diventa, nel 2015, un’opportunità per sfondare, come un’onda, la parete dell’anonimato e iniziare a diffondere la propria musica: esce infatti, su Soundcloud (per i meno anziani, una specie di Youtube dove si possono caricare liberamente contenuti audio) la sua prima canzone, scritta assieme al fratello, Ocean Eyes, una ballad che già dai primi dieci secondi ipnotizza l’ascoltatore per la delicatezza della base e della voce di Billie, per il testo malinconico e incredibilmente intimo. In realtà, teletrasportandoci ai giorni nostri, la canzone si focalizza su ciò che è stata una costante della vita di Billie: l’acqua e, più nello specifico, l’Oceano.

Billie ha sempre vissuto in prossimità dell’Oceano Pacifico, e spesso non esitava nel passarci intere giornate, eppure ha sempre avuto il terrore di esso, sviluppando negli anni un rapporto di amore-odio.

Il singolo è un successo, e il secondo, Bellyache, estratto dall’EP Don’t smile at me, è ancora meglio: è un esplosione, nonostante il ritmo lento della canzone e la sensazione di buon umore che essa trasmette già al primo ascolto. Il mondo inizia a conoscere Billie, e la apprezza, tant’è che fioccano le collaborazioni e, tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2018, il Where’s my mind Tour la porta ad esibirsi negli Stati Uniti e in Europa. Il tutto a sedici anni, chapeau.

“Non devi essere innamorato di qualcuno per scrivere una canzone sull’essere innamorati di qualcuno. Non devi odiare qualcuno per scrivere una canzone sull’odiare qualcuno. Non devi uccidere le persone per scrivere una canzone sull’uccisione di persone. Non ho intenzione di uccidere la gente, quindi diventerò un altro personaggio”.

Una filosofia molto semplice, ma efficace. Billie faceva musica che le piaceva per gente a cui piaceva la sua musica.

Il 2018 è un anno rivoluzionario: dall’alto dei suoi 17 anni si rende protagonista di un repentino cambio di marcia e di stile. È infatti in lavorazione il suo primo album, When we all fall asleep, where do we go?, un album completamente diverso dai singoli precedenti, un mondo cupo e misterioso che prende vita, il dark world che diventa good vibe. Bury a friend è l’estratto che ad oggi conta oltre 140 milioni di click su Youtube, una macabra riflessione sulla morte e sull’amicizia, discorsi che nella mente di un comune adolescente serpeggiano ma vanno a morire, ma Billie non è una semplice ragazzina americana benestante e piena di sogni: la sua mente è un cantiere aperto, un universo misterioso che ci ha concesso di esplorare.

Nel giro di due anni, Billie è maturata musicalmente ed umanamente (e se lo dice lei, noi ci fidiamo eh), non scrive di unicorni fosforescenti e milk-shake del McDonald, scrive di fiumi di lacrime, relazioni, amicizie finite, attacchi di panico, depressione, feste in cui si fanno ragazzate, sbronze e qualunque altra cosa che un’adolescente-ma-non-troppo abbia voglia di sperimentare (Lana Del Rey sarebbe orgogliosa di lei).

“I ragazzi usano le mie canzoni come un abbraccio. Canzoni sull’essere depressi, sugli istinti suicidi o su come a volte sei completamente solo contro te stesso… Alcuni adulti pensano che sia sbagliato, ma sento che vedere che qualcun altro prova le stesse orribili cose, è un conforto. È una bella sensazione. È come avere qualcuno con cui urlare”

Leggendo alcune delle sue interviste, mentre ascolto suoi pezzi random su Spotify, ho alcuni dubbi sull’effettiva sanità mentale dell’artista (attraverso un post pubblicato su instagram ha dichiarato di essere affetta dalla sindrome di Tourette), ma forse è proprio quello che ci vuole. Rompere lo schermo, sfondare le cuffie, cantare a squarciagola.
E allora che aspettate? Correte ad urlare con Billie, prima che cambi idea, perché da un’artista come lei possiamo (o dobbiamo?) aspettarci qualunque cosa, magari quando il prossimo 18 dicembre compierà 18 anni e, “conoscendola”, li festeggerà organizzando un concerto su Marte.