Era l’11 gennaio del 1999, quando il cantautore Fabrizio De André, ci lasciava prematuramente a 58 anni a causa di un tumore ai polmoni. Quell’undici gennaio non morì solo un uomo, ma una vera e propria istituzione della musica d’autore italiana. Faber, questo era il soprannome datogli da Paolo Villaggio per via del suo utilizzo dei pastelli Faber Castell, ha composto vere e proprie poesie con protagonisti gli ultimi, le prostitute, i ladroni e i ribelli.

Nato a Genova il 18 febbraio 1940, trascorre la sua infanzia tra la campagna di Asti, laddove il padre lo portò per proteggerlo dai bombardamenti che colpirono Genova nel 1941, e i quartieri benestanti del capoluogo ligure. Nel dopoguerra conosce Paolo Villaggio, con cui condividerà varie scorribande in gioventù e diverse esperienze artistiche, come la composizione della canzone Carlo Martello ritorna dalla Battaglia di Poitiers. 

L’incontro decisivo con la musica avviene con l’ascolto del cantautore francese Georges Brassens e con il cantautore Luigi Tenco, a cui dedicherà Preghiera in Gennaio a seguito del tragico suicidio. Nel frattempo, iniziano anche le letture impegnate, degli anarchici come Michail Bakunin ed Errico Malatesta che lo porteranno ad avere idee spiccatamente libertarie. 

Nel 1961, grazie all’etichetta discografica Karim di cui il padre era socio, incide il suo primo 45 giri contenente i due brani Nuvole Barocche ed E fu la Notte. Nel 1964 compone La Canzone di Marinella, che lo porta alla ribalta dei riflettori una volta reinterpretata da Mina.

Femmine un giorno e poi madri per sempre

(L’amore e l’universo femminile)

Faber, ha dato fondamentale importanza al mondo delle donne, descrivendole come protagoniste silenziose non solo della propria vita, ma anche di coloro che le circondavano. L’autore genovese cantava in egual maniera prostitute e sante donne, in quanto pensava la femminilità come emblema del sacrificio. La donna, diviene in De André, condizione necessaria per l’uomo per definirsi tale. Ad esempio, in Via Del Campo, seppur si narra una vicenda di prostituzione, la donna è nobilitata dal reale amore dell’uomo illuso di poterla avere sempre con sé. In Bocca di Rosa, che l’autore definisce come la più rappresentativa della sua vita, viene descritta una donna senza marito che portò un po’ d’amore nel paese. Non solo, qui la figura femminile assume sembianze divine in quanto il parroco la fa sfilare accanto alla Vergine in processione:

Con la Vergine in prima fila e Bocca di Rosa poco lontano, si porta a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano .

Il sacrificio per cui De André ammirava le donne era essenzialmente triplice: 

-Il sacrificio della maternità, che l’uomo non conosce e dura ben più di nove mesi.

-Il sacrificio della prostituzione, che attraverso il dolore, può divenire redenzione e santificazione.

-Il sacrificio della verginità, indispensabile in certe culture per vivere come uomini e quindi godere dei loro diritti.

Il polline di Dio, di Dio il sorriso

(La spiritualità e il sogno)

Non si può definire con certezza il credo del cantautore, in quanto è stato in costante evoluzione.

Probabilmente agnostico in giovane età si va a tramutare in panteismo con l’età adulta, assumendo a seguito del rapimento una connotazione sicuramente più vicina al cristianesimo. Nonostante una forte

spiritualità, si è dimostrato sempre molto critico nei confronti dei membri del Clero, evidenziandone spesso le contraddizioni come in Un Blasfemo o Nel Testamento di Tito. Una delle massime espressioni della sua visione spirituale è senz’ombra di dubbio il concept album La Buona Novella, traduzione di Vangelo.

Vengono ripresi diversi episodi del Nuovo Testamento, dando voce anche ad episodi apocrifi. L’album, concepito nel 1969 e pubblicato nel 1970 è l’allegoria delle lotte studentesche che hanno dominato il ’68 come De André stesso disse “[La rivolta] che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazareth e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”. 

Nell’album, i personaggi vanno quasi a perdere la loro sacralità a favore di una loro umanizzazione che li rende più vicini all’ascoltatore. Come la Vergine che in Tre Madri sospira:

“Non fossi stato figlio di Dio, 

T’avrei ancora per figlio mio”

Si nota la disperazione di una madre, e non la consapevolezza della Madre di Dio conscia della risurrezione alla vita eterna. 

Mi sono sempre sentito parte di un tutto, un piccolo tassello -non certo quello centrale- di un progetto universale. […] vedo l’anima nei sassi, ancorché siano stati sfiorati da qualche elemento vivo. Questo è il mio modo di essere religioso”. 

Dev’esserci un modo di vivere senza dolore

(Guerra e pace, potere giustizia e libertà)

Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l’illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo”.

Tema fondamentale nella poetica “deandreiana” è la giustizia sociale, e la condanna di ogni forma di conflitto. Faber è un convinto pacifista e anarchico, queste idee confluiscono in molteplici canzoni ed album. Il concept album più impegnato da questo punto di vista è Storia di un Impiegato, pubblicato nel 1973. All’epoca dell’uscita non fu un successo di critica, tutt’altro. A De André venne contestato la confusione nella ricerca di un compromesso tra le idee anarchiche e quelle marxiste del paroliere Bentivoglio, il quale aveva collaborato alla stesura dei testi. Solo negli anni ’90 l’album ha subito una profonda rivalutazione. La storia che si pone come filo narrativo tra tutte le tracce, è quella di un impiegato che ascolta il canto del maggio francese il quale lo scuote nel profondo e lo porta a un cambiamento radicale fino all’amara esperienza della prigionia causata da un tentato attacco terroristico.  

C’è chi lo vide ridere

Davanti al Parlamento

Aspettando l’esplosione

Che provasse il suo talento

C’è chi lo vide piangere

Un torrente di vocali

Vedendo esplodere

Un chiosco di giornali

Altra canzone simbolo di questa attenzione sociale è sicuramente la famigerata La Guerra di Piero contenuta nella raccolta Tutto Fabrizio De André del 1966. Faber, grazie ai racconti di suo zio Francesco, veterano della Campagna d’Albania durante il fascismo, comporrà le note tredici strofe, le quali verranno inserite nelle antologie scolastiche. Un’ambientazione davvero caratteristica è quella medievale, in cui mette in scena Giovanna D’Arco del cantautore canadese Leonard Cohen e Carlo Martello torna dalla battaglia di Poitiers, scritta dall’amico Paolo Villaggio. In quest’ultima viene descritto un re dall’aspetto tutt’altro che principesco “Alla donna apparve un gran nasone e un volto da caprone, ma era sua maestà”, il quale dopo essersi intrattenuto con la ragazza fugge senza versare alcuna somma di denaro “Ciò detto agì da gran cialtrone, con balzo da leone in sella si lanciò frustando il cavallo come un ciuco, tra i glicini e il sambuco, il Re si dileguò”. In De André il potere perde la sua nobiltà d’animo e di intenti. 

Cercare di riassumere in poche righe il lavoro di un immenso cantautore è cosa impossibile, solo con l’attento ascolto della sua opera sarà possibile mettere in pratica il suo insegnamento. Non si parla di gusti musicali, ma di un credo (pacifismo, uguaglianza sociale, dignità femminile) condivisibile da qualsivoglia genere musicale. Si va oltre un uomo e le sue parole, ci si trova dinanzi a un flusso ininterrotto, che come il fiume di Eraclito, mai cessa di scorrere e, con l’avanzare del tempo non permette di bagnarci nelle stesse acque. Ciò che comprendiamo oggi dalla sua poesia, non sarà lo stesso di ciò che abbiamo compreso ieri o di quello che apprenderemo domani. Il messaggio quindi appare sempre attuale e mai anacronistico, in questo risiede il genio di Faber. In realtà non ci ha mai lasciato, continua a vivere negli sguardi degli ultimi che a tentoni sopravvivono e in coloro che offrono la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero, non al denaro, non all’amore né al cielo.