Il 19 marzo del 1994, veniva ucciso a Casal di Principe (CE), il sacerdote Don Peppe Diana.

Il presbitero, affettuosamente chiamato Don Peppino, rimase vittima di un agguato della Camorra, la quale vedeva
in lui una grande minaccia per i propri piani malavitosi. Diana nasce a Casal di Principe il 4 luglio del 1958, figlio di una famiglia di proprietari terrieri, decide di entrare in seminario giovanissimo nel 1968.
A questa attività affianca anche una grande passione, quella dello scoutismo. Si iscrive all’AGESCI dove diviene caporeparto, ovvero responsabile dei ragazzi dagli 11 ai 16 anni. Nel 1982, a 24 anni, è ordinato sacerdote. Dal settembre del 1989, diviene parroco della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, storica roccaforte della criminalità da cui il Clan dei Casalesi prende il nome. Da qui inizia il suo impegno civile, cerca di offrire un’alternativa ai giovani del luogo, altrimenti condannati a divenire manovalanza della Camorra. Organizza laboratori vari, dove imparare a suonare, o anche apprendere dei mestieri. Tutto ciò non passa inosservato agli occhi dei boss, e Francesco Schiavone detto Sandokan, storico capo dei Casalesi, non resta indifferente alle azioni del parroco. Inoltre, durante il Natale del 1991, Don Peppe, assieme ad altri parroci della Diocesi di Aversa, diffonde tra le famiglie lo
scritto “Per amore del mio popolo”, che costituisce un vero e proprio manifesto del pensiero e dell’opera di Don Peppino.

“Siamo preoccupati

Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”. Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.

La Camorra

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno,
regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili,
che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione,
veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

Precise responsabilità politiche

È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga
dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più
tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per
essere credibili.

Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti.

Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio.
(Ezechiele 3,16-18);

Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare”, riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte
della nostra Speranza.

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello

Le nostre Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.»

Lo scritto si pone in netto contrasto ai progetti della criminalità organizzata. I sacerdoti i quali la sottoscrissero, non ebbero il timore di esprimere con parole ardite le proprio idee, e hanno il coraggio di chiamare direttamente in causa la Camorra, lanciandole la principale accusa di aver privato la terra e la popolazione campana della speranza nel futuro. Sono anche tra i primi, in tempi non troppo sospetti, ad additare la presenza della criminalità organizzata all’assenza dello Stato, il quale con le sue inefficienze e destinata allo sfacelo della corruzione, ha fatto sì che si venisse a formare uno stato parallelo dove a dominare non sono la legalità e la Costituzione, ma il codice criminale e lo sfruttamento dei più deboli.
Curioso notare come, in Italia soprattutto, certi appelli cadano nel dimenticatoio, e prima che l’opinione pubblica o le Istituzioni si accorgano di una situazione pericolosa, vi sia la necessità di un evento
drammatico. Esattamente ciò accadde a Don Peppe, un evento drammatico. La mattina del 19 marzo 1994, poco prima di officiare la Santa Messa, Don Peppe viene raggiunto in sagrestia da un assalitore, il quale spara cinque colpi che non lasciano scampo al sacerdote. Da notare come il Clan abbia voluto uccidere Diana il giorno del suo onomastico, San Giuseppe. L’assassinio del parroco voleva assumere per i Casalesi un grande significato simbolico, chi voleva mettersi contro i piani del boss, non avrebbe mai più avuto
giorni felici da ricordare, come compleanni e onomastici. L’uccisione in un giorno importante per il defunto, fa sì che i famigliari debbano ricordare con maggior amarezza quello che avrebbe dovuto essere un giorno di felicità.

Il giorno successivo si ebbero molteplici reazioni. Lo sbigottimento aleggiava nei media nazionali, ancora scossi dall’uccisione di Don Pino Puglisi avvenuta pochi mesi prima. Mentre da un altro lato iniziavano a venir fuori accuse infamanti, volte a sminuire l’omicidio di Diana. Il sacerdote venne accusato di pedofilia,
assiduo frequentatore di prostitute e affiliato stesso della malavita locale. Celebre è il titolo diffamatorio de
Il Corriere di Caserta “Don Diana era un camorrista”.

Nel 2003, il boss Nunzio De Falco viene condannato all’ergastolo come mandante nell’omicidio. Viene condannato a 14 anni, pena ridotta per aver collaborato, Giuseppe Quadraro, autore materiale dell’uccisione. Nel 2004 vengono condannati all’ergastolo Mario Santoro e Francesco Piacenti come
coautori dell’omicidio.

Per commemorare i 25 anni dalla sua scomparsa, oltre diecimila scout sono scesi nelle strade di Casal di Principe, sua città natale.

Oggi 19 marzo, è doveroso ricordare uno martire, il quale alla propria sicurezza ha anteposto il benessere di
una terra e del suo popolo, senza mostrar timore nei confronti dei malavitosi signori della morte. Il messaggio di Don Diana non deve essere dimenticato, e se oggi Casal di Principe, e in generale la Campania,
soffrono meno la presenza della criminalità, è anche grazie a simili personalità che con il loro esempio e
sacrificio hanno smosso le coscienze comuni.

Per amore del mio popolo non tacerò!