Edvard Munch, L’urlo, 1893-19010, olio, tempera e pastello su cartone, Galleria Nazionale, Oslo

“L’egoismo è sempre stata la peste della società, e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società […]”
-Giacomo Leopardi-

Quest’opera, del celebre artista norvegese Edvard Munch, è frutto dell’ispirazione che l’artista ebbe improvvisamente nel 1893, lui stesso racconta:

Camminavo lungo la strada con due amici
quando il sole tramontò
il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue
mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto
sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco
i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura
.

Al centro della rappresentazione vi è una figura, privata della sua condizione di uomo, fa pensare ad uno spirito fiammeggiante: è assente ogni connotato umano come i capelli; il naso è quasi accennato; gli occhi sono terrorizzati e allucinati; la pelle è giallastra; la bocca, centro compisitivo del quadro, si apre in uno spasmo innaturale, le mani comprimono il viso, sono il tentativo di ampliare la forza del grido.

Dall’urlo dell’uomo si propagano le onde che compongono l’intera opera, conferendole un andamento ondulato e fiammeggiante, accentuato dai colori complementari combinati insieme (rosso-verde / azzurro-arancio): i colori caldi sono utilizzati nella parte superiore del dipinto, più ci si avvicina all’uomo più sono freddi, accentuando il suo distacco dalla vita reale.

Si distinguono dalla rappresentazione il ponte e le sagome dei due uomini che, probabilmente, si allontanano dall’uomo, incuranti di ciò che sta provando, lasciandolo indietro. L’urlo rimane solo un grido sordo che non può essere avvertito dagli altri ma rappresenta tutto il dolore che vorrebbe uscire, senza mai riuscirci. Così l’urlo diviene solo un modo per guardare dentro di sé, ritrovandovi angoscia e disperazione.

Il sentimento espresso dall’opera è distintivo del pessimismo “fin de siècle” caratterizzante quel periodo, che vide messe in discussione tutte le certezze dell’essere umano, si iniziava ad esplorare l’inconscio grazie agli studi di Sigmund Freud.

Nonostante oggi si viva nel periodo “post contemporaneo”, i sentimenti che provano donne e uomini sono i medesimi: senso di angoscia per un futuro incerto, di inettitudine per le scelte politiche, le crisi e le guerre. In una condizione di instabilità e insicurezza si instaura nell’uomo la paura.
La paura è la peggior nemica dell’uomo, che lo porta a compiere scelte che non si sarebbe mai aspettato di poter fare, o pensieri che credeva lontani da lui.

Avvertendo un pericolo l’uomo cerca in tutti i modi di sfuggirne, di utilizzare ogni mezzo per non soccombere, anche se nel farlo deve sacrificare il benessere o addirittura la vita altrui.
A volte basta poco per evitare che l’egoismo si impadronisca di noi, non soltanto non pensando solo a se stessi ma non giudicando le scelte delle altre persone:

“L’egoismo non consiste nel vivere secondo i propri desideri, ma nel pretendere che gli altri vivano a quel modo che noi vogliamo”
-Oscar Wilde-

É l’egoismo a diventare protagonista di questi tempi incerti, come afferma il poeta Giacomo Leopardi: “l’egoismo è la peste della società”, che spezza la “social catena” descritta nella “Ginestra”:

[…] Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo contro l’empia natura strinse i mortali in social catena, […]

-La Ginestra, Giacomo Leopardi-

Un cordone unito di uomini che lotta contro l’insofferenza e il dolore, è l’unico modo che l’umanità ha per restare tale, per non declassarsi nella condizione animale.

L’uomo si distingue dal mondo animale per la sua capacità di pensiero e razionalità, l’egoismo rende aridi, facendo prevalere l’irrazionalità.