(Recensione con spoiler)

Il film sudcoreano che ha spiazzato tutti a Cannes, vincendo la Palma d’oro del 2019 contro il favoritissimo Almodovar, è anche candidato all’Oscar e sta ottenendo un grande successo sia di critica che di botteghino, nonostante un budget limitato (solo circa 12 milioni di dollari).

Protagonista è la famiglia Kim, che vive in una situazione di discreta povertà in una sorta di taverna-scantinato, esplicitamente mostrata sotto il livello della strada e senza comodità (come il Wi-Fi). I Kim sono quattro: padre-marito, madre-moglie, figlia-sorella, figlio-fratello e sono più che motivati nel cogliere la prima occasione disponibile per “salire di livello” e calpestare coloro che in questa società li hanno relegati allo status di “poveri”. Entra in gioco allora un’altra famiglia benestante, che avrà un legame involontariamente stretto con i protagonisti, condividendo perfino lo stesso tetto…

Alcune cose colpiscono subito, altre installano una voglia di rilfessione.

Tra le prime, una velata superstizione tipicamente orientale e una vita in casa tipicamente occidentale. Rappresentate, ad esempio, dalla “roccia” (che poi assume altri significati, tra cui anche quello materialistico), contrapposta al cibo e alla “roba”.

L’ironia del bambino che ama gli indiani d’America e non i cowboy.

Momenti di fallimento, di crollo e di scontro che mostrano una guerra tra poveri, in cui non possono che essere i poveri a perdere. Altri in cui lo scontro invece assume altre connotazioni…

Domanda: è la situazione sociale ed economica, “il sistema”, che ci impone di essere così egoisti, opportunisti, competitivi e cinici e, appena raggiunta una condizione migliore, di colpo conservatori (in “Snowpiercer” e qui questa sembrerebbe apparentemente la strada più plausibile secondo quello ci fa vedere il regista), o è in virtù dell’egoismo umano insito e naturale che ci spingiamo a comportarci così e ad agire in un sistema voluto così? La mancanza di empatia verso il marito della domestica, che rappresenta ciò che fino a poco prima era la famiglia protagonista (e che torna ad essere con l’incidente del diluvio), è da ricondursi forse ad un egoismo di fondo? O ad una condizione di “mors tua, vita mea” o di un pluricitato “homo homini lupus”, dati da un sistema che non ti permette di fare altrimenti? Senza quest’ultimo non sarebbe forse tutto comunque così? Non cercheremmo comunque di ottenere sempre di più? E il marito protagonista alla fine perché sceglie di fare qualcosa che va contro sé stesso? Per empatia (in realtà qui forse è proprio ciò che manca), per vendetta, forse semplicemente per ideologia? O ancora per orgoglio? Messaggio profondo, condito da pillole come la critica esplicita all’inutilità di organizzare e pianificare la propria vita.

Questo discorso politico sociale viene portato avanti con alcuni elementi di sceneggiatura forse rivedibili (come l’esagerata distrazione dei ricchi soprattutto nel non voler fare sapere certe cose per salvare la faccia, permettendo l’inserimento, attraverso l’inganno, nei meccanismi di raccomandazione; o la questione chiave della “puzza”, interessante ma sviluppabile meglio nella credibilità di alcune scene), che pongono dubbi su dubbi e ci mostrano un’idea di lotta di classe cinica e, a tratti, nella versione più violenta, senza risparmiare però né ricchi né poveri riguardo alla moralità e alla capacità di empatizzare. La regia è pulita e funzionale, non particolarmente caratteristica ma esteticamente ineccepibile, soprattutto nella capacità di creare una grande immersione nella diegesi, nel sapore della narrazione. Prende mentalmente e tiene sulle spine. Genera emozioni con un ritmo spedito. Ha una grandissima capacità di darsi allo spettatore e di permettere a questo, con grandi raccordi e interessanti soggettive, di immedesimarsi, di giocare con il punto di vista attraverso la macchina da presa. Senza rinunciare a inquadrature oggettive e di dettagli più statiche ma cariche di tensione degne di Hitchcock e di orientali del calibro di Kurosawa. Il tutto condito da un’ironia tagliente.

Forse ci si aspettava una sceneggiatura più complessa e strutturata, che potesse conferire più profondità, anche utilizzando  quella pesantezza positiva, nei film d’autore ben fatti (tornando a Kurosawa), in grado di permettere un riflessione giustamente più tormentata e duratura di fronte questi temi (che comunque emergono). La sanzione finale infatti prova a rallentare la frenesia che si mangia un po’ il film.

Dunque riflessioni su ricchi e su poveri, sui difetti di entrambi nel rapportarsi agli altri. Ad esempio la distrazione data dai soldi che non compra l’educazione e il giusto modo di seguire dei figli. Stesso discorso per la non necessaria positività dei valori di chi non è benestante, che si può dimostrare ugualmente se non maggiormente avido. E la metafora dello stare sotto o sopra, evidente e resa fortemente figurativa.

Una pellicola che alla fine punta molto sull’intrattenimento. Ci sono film che sono riusciti ad essere più cinici e più forti di questo seppur sempre utilizzando il genere, come “The Lobster”. Ciò non toglie tuttavia che riesca meglio di un “Joker”, sia nell’aspetto dell’autore e nell’originalità, che nell’inserire questi in un thriller multi genere che intrattiene (articoli su questi due film si possono trovare qui, sul sito). Da non sottovalutare anche il riuscire ad essere molto attuale sia per temi che per contesto, grazie anche alle scenografie e alle location.

Come detto, più che la lotta di classe, il dubbio più grande è se si agisca così per il fine ultimo, per la posizione di prestigio, per lo status superiore o in virtù di una natura umana compromessa. E il regista, che pare avere una chiara idea politica, ha dimostrato di essere interessato anche al livello più esistenziale e profondo della questione.

Chi ha una risposta certa e facile probabilmente commette un errore.