Giverny: un paesaggio pittoresco situato in Normandia, precisamente nel cantone del Vernon. Un paesino francese che ha scritto la storia dell’arte dei primi decenni del Novecento in quanto testamento di uno dei più grandi pittori impressionisti mai esistiti: Claude Monet, il “genio” dei colori della luce e delle ninfee più celebri al mondo, ma anche un artista melanofobo che non esitò a dipingere sua moglie Camille sul letto di morte, ormai nelle spire della vita eterna. 

Ne emerge un uomo polivalente, tutto dedito alla passione della sua vita: l’arte è un’arma a doppio taglio che può donare vitalità e soddisfazione, ma, al contempo, può vanificare gli sforzi e le speranze di gloria dell’artista il quale è proverbialmente “l’eterno incompreso”, l’albatro baudelairiano tra le frecce dei marinai. Lo stesso binomio lega Giverny alle pagine di “Ninfee nere”, romanzo noir di Michel Bussi, maestro dell’alchimia che mescola manipolazione, emozione e suspence.

Un giallo geniale che terrà il lettore incollato alle pagine senza fargli mai intravedere la verità sopita.

“La faccenda durò tredici giorni. Il tempo di un’evasione. Tre donne vivevano in un paesino. La terza era quella con più talento, la seconda era la più furba e la terza la più determinata. Secondo voi, quale delle tre è riuscita a scappare? La terza, la più giovane, si chiamava Fanette Morelle. La seconda Stéphanie Dupain, la più vecchia ero io.” 

Il narratore è omodiegetico e si identifica con una signora anziana che tutti conoscono come la “strega della torre”, un topolino nero insospettabile che sembra nascondere tra le sue mani grinzose tutti i segreti man mano rivelati e che agli occhi del lettore sembrerà avere un doppio volto, una sorta di “dottor Jakyll e signor Hyde” al femminile.

La vicenda si snoda a partire da un evento-chiave tipico del genere giallo: l’omicidio di un conosciuto oftalmologo di Giverny, Jérome Morval, trovato con la testa immersa nello stagno delle ninfee, il cranio fracassato da una grossa pietra e una ferita da taglio sul petto. Ecco che la scena del delitto sfuma i suoi contorni realistici e sembra che il criminale abbia architettato il tutto così da trasformarlo in uno dei tanti quadri impressionisti che richiamano turisti e scolaresche in quello spaccato soleggiato della Francia. 

“Qua viviamo in un quadro, siamo murati vivi! Crediamo di essere al centro del mondo, siamo convinti che valga la pena di fare un viaggio per venire qui, ma alla fine il paesaggio, la scenografia, ti cola addosso, come una specie di vernice che ti incolla alla scena. Una vernice quotidiana di rassegnazione, di rinuncia…”

L’innovazione sta nel fatto che gli indizi, in questo caso, non conducono alla risoluzione del delitto, bensì svolgono esattamente la funzione opposta, allontanando i due poliziotti incaricati, l’ispettore Laurenç Sérénac e il suo vice Sylvio Bènavides, dalla verità e aprendo un ventaglio di piste che si intersecano e si infittiscono vicendevolmente.

Un omicidio causato da un figlio non riconosciuto? La vittima era coinvolta nel traffico illegale di opere d’arte? Oppure si è trattato di un movente passionale, date le numerose amanti  che adombravano il matrimonio dei coniugi Morval?

Del resto è sempre l’amore a rimescolare le carte, a complicare ancor di più ciò che già è folle e insensato di suo: 

“Perché fuggire? La risposta alla sua domanda è banale e vecchia come il mondo, è la malattia delle ragazze che si sognano diverse, la sete d’amore della Bérénice di Aragon, la noia insopportabile della donna che peraltro non ha niente da rimproverare all’uomo con cui vive… Nessuna scusa, nessun alibi. Solo la noia e la certezza che la vita sia altrove, che da un’altra parte esista una complicità perfetta, che quei capricci non siano dettagli ma cose essenziali… E che nulla conti più di poter condividere la stessa emozione davanti a un quadro di Monet o a un verso di Aragon.”

Gli strati di un pittura scura, nerissima come la pece eclissano la realtà dei fatti e quello che il lettore osserva non è altro che la patina superficiale, cosa che gli impedisce di arrivare alle pagine risolutive con un nome certo da accusare. In un epilogo da leggere tutto d’un fiato, il lettore spoglierà il vero delle sue “tre” maschere, tra passato, presente e futuro, rendendo concreto il relativismo pirandelliano: alla base delle relazioni umane c’è incomunicabilità e questo grande macigno è la causa di molti delitti.  

Come ci ricorda il poeta Louis Aragon, forse l’unico modo per fuggire dai propri demoni è sognare:

“Acconsento a che si instauri il delitto di sognare
Se sogno, sogno ciò che mi viene vietato
Mi dichiarerò colpevole. Mi piace avere torto
Agli occhi della ragione il sogno è un bandito.”