Un passo alla volta.

L’introduzione di alcune serate in difesa dei diritti LGBT nella più importante lega di pallacanestro è decisamente un passo in avanti, può lo sport sconfiggere l’omofobia?

Stati Uniti d’America, stagione NBA 2017-2018. Nell’anonimato di un campionato dominato dai Warriors di Golden State, praticamente perfetti sotto ogni punto di vista tecnico-tattico, una mosca bianca, anzi, dai colori dell’arcobaleno ha generato un vortice di reazioni, ovviamente, contrastanti.

L’iniziativa è dedicare una o più partite alla delicata, sopratutto in America, questione dei diritti LGBT, indossando divise speciali con i colori arcobaleno accanto a quelle che sono le vere e proprie cromature delle squadre NBA, sostenendo pertanto una causa che sta prendendo sempre più piede nel panorama statunitense e non. E’ dal 2016 che l’NBA ha mostrato il suo sostegno all’omosessualità, creando una linea di t-shirt promozionali pro LGBT, generando scalpore tra i fan di uno sport troppo spesso mascolino (la lega femminile del massimo campionato di pallacanestro americano è nata solo nel 1997 ed è tutt’oggi considerata di livello notevolmente inferiore). Sempre nel 2016 alcuni giocatori e dirigenti dei New York Knicks hanno sfilato per le vie della città durante l’annuale Gay Pride.
Ma perché l’NBA è diventata di colpo gay-friendly? Occorre fare un piccolo salto all’indietro e tornare nel 2013, quando una dichiarazione lasciò di sasso atleti e fan di tutto il mondo: in un’intervista su Sport Illustrated (equivalente statunitense di Sport Week, settimanale della Gazzetta dello Sport), Jason Collins, pivot dei Washington Wizards, dichiara la propria omosessualità diventando da quel momento, quasi involontariamente, il paladino della causa LGBT nel contesto sportivo americano, essendo il prima atleta attivo della storia ad aver fatto coming-out. L’NBA è sempre stata al centro di storie “particolari”, come ad esempio la sieropositività di Earvin “Magic” Johnson nel 1991, ma per la prima volta si ritrova ad affrontare la spinosa questione dell’omosessualità non ai margini, ma direttamente sul parquet.
In difesa di Collins, oltre a numerosi atleti e dirigenti, anche l’arbitro Bill Kennedy, dopo aver ricevuto insulti omofobi durante una partita di campionato del 2015, ha risposto alle accuse facendo coming-out in diretta tv al termine della stessa.

E’ solo l’inizio di un processo di apertura che ha portato numerosi atleti, anche di altre discipline, a dichiarare la propria omosessualità: la cestista italo-americana Elena Delle Donne, sposatasi lo scorso anno con la propria compagna Amanda; il marciatore britannico Tom Bosworth, astro nascente del mondo dell’atletica che ha proposto al proprio compagno di sposarlo durante le olimpiadi di Rio; l’ex calciatore tedesco Thomas Hitzlsperger fino ad arrivare alla schiacciatrice della nazionale italiana di pallavolo Paola Egonu, che al termine della finale dell’ultimo campionato mondiale ha dedicato i suoi punti alla sua tifosa preferita, la sua compagna, facendo storcere non poche narici.

Il “butterfly effect” generato dalle dichiarazioni di Collins nel 2013 ha generato uno tsunami di sostegno inaspettato, sopratutto in un’America post-Obama che si è riscoperta chiusa e conservatrice, razzista e xenofoba. Oltre ai già citati Knicks, numerose franchigie hanno dato il via alle #pridenights, partite dedicate appunto all’orgoglio, ma anche alla più semplice tolleranza verso ex-atleti, arbitri, celebrità ma sopratutto semplici fan omosessuali. E’ questo l’obiettivo: sensibilizzare la popolazione ad una tematica delicata ma troppo stesso fitta di pregiudizi, un passo alla volta, un canestro dopo l’altro.
Specchio per le allodole? E’ questo il dubbio che tormenta fan ed esperti, ovvero un sostegno in realtà fittizio mirato al mero guadagno economico e d’immagine: quasi tutte le franchigie NBA sono gestite da imprenditori restii alle numerose innovazioni proposte dall’attuale commissioner della lega Adam Silver (tra le tante un diverso minutaggio, variazione del format del calendario, e le suddette #pridenights), basti pensare che alcuni di essi non solo hanno fatto mancare il loro diretto sostegno all’iniziativa, ma si sono aspramente scagliati contro di essa, definendola una trovata circense e dallo scarso impatto sportivo-sociale.

Può davvero essere lo sport l’arma in più contro l’omofobia? Forse, basterebbe iniziare dai piccoli dettagli, come i particolari arcobaleno delle divise NBA, partire dal dialogo, dal sostegno, educare alla diversità, o più semplicemente aprire gli occhi.
Un passo alla volta.