Ecco un chiaro esempio di cosa voglia dire fare un horror negli anni odierni. 

Perché non è affatto facile. 

Oggi si può creare l’ennesima bambola assassina o il ventesimo sequel del solito killer ma la formula verrebbe sempre la stessa. Il killer sempre più assurdo nel suo voler essere realistico, i protagonisti sempre adolescenti idioti che si perdono ad halloween (come disse in un’intervista Dario Argento)… 

Cito un mio amico, Emanuele Cipollone, che mi ha detto che quei film, fatti oggi, non sono credibili.

Invece Ari Aster (Hereditary) sembra voler trasformare il genere inserendo componenti degni della migliore autorialità europea contemporanea e non solo.

Il film, in realtà, inizia raccontando della coppia di protagonisti (Florence Pugh, Jack Reynor), due giovani studenti americani con alcuni problemi relazionali che, in seguito a discussioni e ad un evento tragico, decidono di fare un viaggio estivo in Svezia per divertirsi e per scrivere le varie tesi.

Lì, verranno ricevuti da una comunità hippie-religiosa, una sorta di setta dagli usi e costumi piuttosto strani, dove uno dei ragazzi della comitiva è cresciuto da bambino. 

Nonostante l’incipit apparentemente piuttosto comune, il taglio è evidente. La carica drammatica e la tensione sono palpabili fin da subito. Le inquadrature sono stabili, i ritmi lenti, i personaggi complessi e da scoprire con calma. L’orrore è presente fin da subito, ma le scene violente sono ben dosate. Il vero lavoro è svolto dall’aspetto psicologico.

Infatti, inoltrandoci in questo mondo, vediamo i personaggi (soprattutto la protagonista) cambiare spesso umore con uno strato di paranoia sullo sfondo sempre meno sottile e pronto a riaffiorare ogni tanto. 

L’uso dei colori è fondamentale per rendere il senso del cambiamento dalla realtà quotidiana, comune e “scura”, a quella di un vero e proprio mondo totalmente diverso. Qui la luce e i colori vivaci dominano. Il candore del bianco degli abitanti del villaggio (come in The Witch o Sussurri e Grida di Bergman), le corone piene di colori come anche il cibo, il prato e la casa-tempio, la cui forma triangolare rappresenta un simbolismo essenziale. Anche il cielo, che non diventa quasi mai blu, richiama i problemi di insonnia e di ansia paranoica tipici dei paesi nordici.

Anche l’uso delle droghe è fondamentale da un punto di vista simbolico: l’inizio del viaggio in un altro mondo, dell’assurdità, dell’onirico, di un posto che di terreno e di conosciuto sembrerà avere sempre meno; con il viaggio l’assuefazione, vero tema centrale.

Assuefazione metaforica intesa come totale immedesimazione in un contesto culturale e sociale con regole (anche etiche) totalmente diverse e che prima di tutto si fondano sul concetto di gruppo, comunità. Quella legittimazione delle azioni in quanto parte di un qualcosa di ideale e idealistico che controlla e comprende una totale unità e comunione. Una religiosità estrema, con riti assurdi che invadono la privacy, l’intimità e l’essenza vitale in nome di una doppia idea: essere parte di qualcosa di più grande e di esserlo tutti insieme.

Anche nel sadismo. E Nel climax finale degli ultimi venti/trenta minuti questo diventa più evidente e ossessivo. Infatti nella condivisione di momenti più intimi di piacere o di dolore, vi è una corale partecipazione, per così dire. Così come condiviso è il principio del sacrificio umano in nome di questi strane tradizioni e idee. Tanto che soprattutto alcuni degli ospiti ne accetteranno le regole fino in fondo, mentre altri ne saranno vittime.

Le riprese sono estremamente interessanti e nonostante le influenze di Kubrick o le affinità con grandi registi europei, passati (Bergman) e contemporanei (Lanthimos, Refn), non ho trovato una vera schiavitù nei confronti dell’importanza della proporzione e delle simmetrie classiche (o quasi per il filmmaker greco).

La macchina da presa si adatta alle asetticità del momento piuttosto che alla follia data dal movimento più libero, spesso con lunghe panoramiche. Ciò che disturba di più è l’espressività continuamente cangiante della protagonista, proprio come il suo umore. Le inquietanti interpretazioni degli abitanti della comunità e il particolare uso della colonna sonora.

I ritmi sono spesso lenti, accompagnati da musiche e cori mai omogenei, indecifrabili (come per la scena della danza per eleggere la regina di maggio), tagliati come le scene di tensione e di violenza, di netto e all’improvviso.

Oppure un utilizzo di musiche “elevate”, quasi epiche e non direttamente ricche di tensione, in sequenze incredibilmente drammatiche o inquietanti.

Quasi a voler rendere sensazioni contrastanti e opposte. Ansia più profonda, disgusto, perplessità, al posto della classica ansietta da jump-scare.

Ancora una volta abbiamo quasi una distruzione e totale ricostruzione dell’horror, costante e meno improvvisa di una più evidente sferzata tra il secondo e il terzo atto vista ad esempio in La Casa Di Jack di Von Trier (altro incredibile tentativo di trasformazione dell’orrore, audace ma ancora vicino al genere classico nella prima parte; inoltre il regista danese è uno dei pochi ad utilizzare delle riprese più movimentate e documentaristiche quasi, che stabili e fisse come di moda…). 

Ciò non toglie che la psicologia lavora in modo ancora più subliminale, ancora più che in Suspiria di Argento, Repulsion o Rosemary’s Baby di Polanski, Madre di Aronofsky.

Ciò che resta nello spettatore è l’angoscia unita ad un insieme enorme di spunti di riflessione. Un senso di disorientamento. Una cupezza nella luce. Il finale ricorda più un classico dramma, una classica tragedia che un horror. 

L’incendio purificatore, inoltre, richiama molti precedenti (Suspiria stesso).

In conclusione, uno dei film più interessanti e liberi di esprimersi degli ultimi anni, nonostante (prevedibile purtroppo) il non eccessivo successo al botteghino.

Andrebbe vista la versione director’s cut, uscita in sala solo negli USA e che recupererò assolutamente, poiché nonostante la lentezza e anche pesantezza, la curiosità e il coinvolgimento emotivo sono stati forti.