“Il futuro appartiene a coloro che credono alla bellezza dei propri sogni”

-Eleonor Roosevelt-

 

Per lungo tempo, nel cantiere del duomo di Firenze, rimase indisturbato il “Colosso” o il “gigante” : così fu soprannominato l’enorme blocco di marmo destinato ad ornare lo sprone della cattedrale.

 

Due scultori, Agostino di Duccio e Antonio Rossellino, avevano provato ad abbozzare quel titano ma entrambi fallirono. Inizialmente la realizzazione del David fu considerata una sconfitta, sia per le ciclopiche dimensioni che per la scarsa qualità del blocco, nessuno ebbe il coraggio di dare forma a quel marmo che lentamente si stava sgretolando, rimase esposto alle intemperie e ai forti raggi del sole per anni.
Ciò che scoraggiò i due scultori già affermati, non ebbe lo stesso effetto su un ragazzo che era appena giunto ai cantieri del duomo, un ragazzo che cercava di affermarsi e che sentiva il peso del confronto con i già noti Leonardo Da Vinci, Lorenzo Ghiberti, Filippo Brunelleschi.

 

Il 9 settembre del 1501, Michelangelo Buonarroti, toccò per la prima volta ciò che sarebbe stata la sua sfida più grande, si avvicinò a quel blocco di marmo con ostinazione, doveva portare a termine quello che altri non erano riusciti a fare. Gli fu affidato un compito che intimoriva tutti.

 

Michelangelo si identificò con l’iconografia commissionata: due giovani ragazzi che decisero di affrontare la loro sfida più grande, lo stesso scultore ha detto “Davide con la frombola (fionda), e io con l’arco (scalpello ad arco, strumento preferito dallo scultore). Entrambi affrontarono con un’arma molto piccola una sfida insormontabile, qualcuno identifica addirittura il volto del David con l’autoritratto dell’autore.

 

Il ragazzo è raffigurato un attimo prima di scagliare la pietra contro il gigante Golia, ai suoi piedi, secondo l’iconografia tradizionale, sarebbe dovuta esserci la testa del gigante, ma Michelangelo non era uno che si atteneva agli schemi, scelse di aggiungere un’altra sfida: far reggere quel colosso forando la base, vinse anche questa sfida, aggiungendo un tronco di albero dietro alla gamba destra del David.

 

Ogni minimo dettaglio fu curato, nulla lasciato al caso; per realizzare la statua, Michelangelo, studiò attentamente l’anatomia umana e le leggi della ponderatio; avvicinandosi saltano all’occhio le vene leggermente gonfie sulla mano e sul collo, segno di concentrazione.

 

Con lo stupore di tuti gli architetti che operavano nella fabbrica del duomo e di tutti gli abitanti della città il 25 gennaio il David fu considerato quasi finito: mancava di attribuirne la collocazione, fu considerato troppo bello per essere rilegato in una delle nicchie della cattedrale, la commissione chiamata a giudicare l’opera decise di esporla in Piazza della Signoria, luogo simbolo della democrazia e del potere della città di Firenze.

 

Michelangelo Buonarroti ebbe l’abilità di trasformare un anonimo pezzo di marmo, denigrato e scartato da tutti, nell’attrazione più ammirata e conosciuta della città.

 

Ognuno lotta contro una sfida che crede di non poter vincere, è facile pensare di non essere all’altezza, come Michelangelo non scolpiva il marmo ma eliminava “il marmo in eccesso” facendo solamente emergere le figure che già erano all’interno, nessuno si rende conto delle proprie capacità.

 

Se Michelangelo si fosse lasciato scoraggiare da tutti coloro che gli dicevano “non sei abbastanza” il mondo non avrebbe i suoi più belli capolavori, ottenuti dopo anni e anni di duro lavoro, e non lo faceva per il denaro o per la fama, ma perché sentiva di avere una missione verso il mondo, e dopo secoli è ancora uno degli artisti che di più ispira le nuove generazioni.

 

Ognuno può, nel proprio piccolo, realizzare il proprio David, sicuramente gli sforzi del giovane Michelangelo non sono stati vani: è la dimostrazione che nessuna sfida è troppo grande da non poter essere affrontata.

 

“Se oggi non valgo nulla, non varrò nulla nemmeno domani; ma se domani scopro in me dei valori, vuol dire che li posseggo anche oggi. Poiché il grano è grano anche se la gente lo prende per erba”

-Vincent Van Gogh-