La lunga genesi di questo film è solo un valore aggiunto. Dopo anni di tentativi stroncati, Terry Gilliam, regista di cult come Brazil e Paura e delirio a Las Vegas, porta finalmente a termine il suo progetto più intimo e autobiografico, paragonabile ad altri due capolavori fortemente autobiografici: Otto e mezzo (Fellini) e Dolor y gloria (Almodovar). 

 

Il protagonista, Toby (Adam Driver), è un affermato regista intento a girare un nuovo lungometraggio in Spagna. Annoiato e confuso dalle logiche produttive (sembra che debba girare uno spot, anzi è proprio così!) e dalla vita, in un momento di mancanza di creatività, si imbatte in un suo vecchio film, girato in quella stessa location, ispirato al Don Chisciotte di de Cervantes. Rivedendo la pellicola e riscoprendo quei luoghi e quella gente, tra cui il vecchio calzolaio (Jonathan Pryce) che ritiene, fin dalle riprese avvenute allora, di essere realmente Don Chisciotte, inizierà un viaggio avventuroso e più o meno fantastico. Toby, in qualità di Sancho Panza, dovrà disincantare o assecondare fantasie personali e del compagno di viaggio, riscoprendo cose di sé che credeva di aver perduto per sempre. Del resto, la location si chiama “Los Suenos”…


Questo percorso è, prima di tutto, psicologico ed evasivo, correlato ad un bisogno di riconciliazione con il proprio “io”, per ritrovare le motivazioni perdute. Solo questa necessità di fuggire e allo stesso tempo di rifugiarsi nella memoria, possono riportare linfa vitale e passione nella vita di un artista e di un uomo come Toby, che ottiene le sorprese più grandi proprio da ciò che conosce: il passato. Ma le cose, come le persone, cambiano. Così anche le situazioni che esse vivono dopo anni. Inoltre, diventa sempre più difficile intuire cosa appartenga al passato e cosa no e chi sia restato ancorato ad esso e chi no.

Il percorso è folle e ricco di delirio e le scelte narrative e registiche ce lo dimostrano: il duplice viaggio di Toby (in sè stesso e nella situazione attuale, nel passato e nel presente…) è sconclusionato e non esplicitamente visibile. Non vi è un’alternanza netta di flash back – realtà (se non all’inizio), perchè man mano che ci si inoltra nelle profondità tutto si confonde, proprio come la psiche del personaggio. L’intreccio con la dimensione onirica tende ad infittirsi man mano che si infittisce l’indagine dell’ “io” e che le relazioni tra personaggi si complicano nel districarsi tra ciò che è stato e ciò che è ora.

 

In questo metodo di narrazione, pioniere è stato il capolavoro di Fellini Otto e mezzo e un recente film affine è Dolor y gloria. 

 

Intanto, i tre film hanno in comune la premessa e gran parte della trama principale.

 

Nel primo (considerando la cronologia di uscita) il geniale regista romagnolo inventa un nuovo paradigma ma, prima di tutto, ritrae un regista. Precisamente, sé stesso, depresso, annoiato, che non sa come districarsi in tutto ciò che un tempo amava, nella sua vita artistica e amorosa. Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) è colui che non sa amare più nulla. E allora, ecco il “viaggio” alle terme, evasione dai produttori del nuovo film che lo rincorrono e lo pressano (e Gilliam riprende la stessa scena omaggiandola), dalla moglie che lo rimprovera, ma anche dall’amante che lo soddisfa solo per un momento e poi diventa l’ennesimo peso di cui disfarsi. E allora, ecco che ci si comincia a perdere nei ricordi, spesso tenebrosi, piacevoli ma anche tetri (la madre e il padre nella scena al cimitero) e poi nelle fantasticherie (come l’harem con tutte le donne che sono lì solo per soddisfarlo, nient’altro). Tutto a causa un bisogno di riconciliazione da colmare, anche attraverso la dimensione surreale.

 

Stesso discorso per quanto riguarda Almodovar e il suo alter ego (interpretato da Antonio Banderas). Un regista stanco, annoiato, malato e solo evade dalla vita amorosa e professionale e l’unica fiamma sembra provenire da una vecchia opera restaurata e che lo lega ad un vecchio amico e collega. Questa situazione scateneranno in lui la consapevolezza del periodo di evasione che sta trascorrendo e della sua necessità di riconciliarsi con il passato, con le origini, con la madre, con un vecchio amore, con i malesseri fisici, con le mancanze passionali e artistiche che sembrano averlo abbandonato e che allo stesso tempo lo seguono come un’ombra, con l’amico stesso con cui ha lavorato e con cui alterna momenti di consumo di eroina (attraverso cui ricorda della suo paesino, della casa in cui viveva da bambino etc..) a momenti di litigi e di tentativi di riappacificazione. 


Possiamo trovare delle analogie nelle scelte dei tre autori nel seguire con la narrazione e con le immagini la mente del protagonista, così come funziona.

In questi ultimi due film, il confine tra realtà e immaginazione è sfumato ma abbastanza tangibile o comunque meno delirante che in Gilliam. I finali di Fellini e Almodovar si assomigliano molto nella risoluzione concreta dell’indagine psicologica, che avviene attraverso la passione artistica e la realizzazione di un’opera, esse stese chiavi della riconciliazione affettiva e creativa con sé stessi e con i propri cari. La concretizzazione di ciò cambia nella forma, ma corrisponde comunque alla funzione attiva della dimensione onirica nella risoluzione della situazione reale.

 

Gilliam però rende tutto più matto e cervellotico, anticipando la sovrapposizione dei due piani (reale e immaginario) attraverso il personaggio di Pryce, un personaggio così surreale inserito magistralmente e in modo credibile in un contesto così reale (penso alla scena dell’inseguimento con la polizia). Tutto ciò mentre, nella fase successiva del film, predilige un trasferimento totale del reale nella dimensione onirica, sfoderando, infine, una conclusione folle nella follia, dal sapore amaro, giocando ancora e sarcasticamente  sulla trappola dell’illusione. 

 

E che la chiave non sia, oltre alla narrazione artistica fatta di passione e all’immaginazione con fondamento emotivo, proprio questa stessa follia che ci vuole per immergervisi?