Quando un corpo parla, è davvero difficile che una verità resti sepolta, perché quella verità si palesa agli occhi di chiunque, soprattutto di chi non vuol guardare. Eppure ci sono voluti dieci anni per estorcere una verità così trasparente. Ci sono voluti dieci anni affinché bocche contaminate di menzogne e silenzi parlassero.

Il 22 Ottobre del 2009 moriva, in circostanze poco chiare, Stefano Cucchi e da quel giorno una sequela assurda di bugie inconfessabili.

Soltanto un mese fa, il 9 Aprile, il carabiniere Francesco Tedesco ha chiesto scusa alla famiglia e ha raccontato il pestaggio di cui il ragazzo fu vittima.

 Intanto, l’arma dei carabinieri ha iniziato l’ opera di pulizia interna: in una lettera indirizzata ad Ilaria Cucchi, sorella della vittima, il comandante generale dell’ arma, Giovanni Nistri, dichiara: <<riteniamo doveroso che ogni singola responsabilità nella tragica fine di una giovane vita sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un’aula giudiziaria>>.  

La giustizia italiana, per troppi anni, ha ordito una fabbrica di menzogne che ha tolto campo d’azione alla verità e ha permesso che la famiglia del ragazzo provasse più collera che dolore.

Il silenzio è servito per ammortizzare colpe che, in una gerarchia di ruoli, hanno interessato sempre i più inviolabili e non palesabili volti, quelli di una regia invisibile che ha permesso l’evitabilissima morte del geometra. 

Colpire per non essere colpiti, la morte di uno per preservare la dignità di molti.

All’opinione pubblica italiana, il fatto che Stefano fosse stato ripetutamente reo non è mai piaciuto, ma non è mai stato valutato a chi il ragazzo facesse male con le sue azioni poco lodevoli: faceva male a sé.

Gli altri, gli acquirenti, i suoi clienti si procuravano da lui del male scegliendo loro la “dose” di male da comprare, non era certo Stefano a imporgli nulla.

In fondo, in questa storia, non ha alcun senso giudicare le azioni di quella che è la vittima; è bene che si restituisca alla luce la reale dinamica di ogni singolo passaggio della vicenda e che si delimiti minuziosamente cosa è stato commesso e come è stato commesso.

Non andrebbe giudicato neppure l’atteggiamento italiano, tuttavia, tolti gli innocentisti e i colpevolisti di turno, i più criticabili sono stati coloro che hanno pensato bene di declinare l’interesse; in casi come questi la pressione prodotta dall’opinione pubblica è fondamentale. Basti pensare al grande ruolo che ha giocato il film “Sulla mia pelle”, opera seconda del regista Alessio Cremonini. 

È stato spaventoso vedere, in questo decennio, la difficoltà di molti di scegliere da che parte stare: dovrebbe essere naturale schierarsi dalla parte di una persona, di un ragazzo al quale è stata tolta la possibilità di redimersi, di maturare sogni, di soffrire l’amore e di catturare ambizioni sane. Bisognava schierarsi da una sola parte, dalla parte di Stefano Cucchi. Non si tratta di difendere un ragazzo, si tratta di difendere i principi: se non sappiamo neppure distinguere l’umano dal disumano, finiremo, prima o poi, per mutare la nostra percezione del bene e del male. Lo stesso Giovanni Cucchi ha più volte sottolineato di sperare, per la nostra società, che la storia di Stefano possa servire da modello a tante altre situazioni simili; lo dice sempre con quell’intelligenza tipica di chi, nonostante porti con sé gli strascichi di un dolore lancinante, sa che la vita di altri ha qualche chance in più grazie a quelle sottratte a suo figlio. 

 

“Ma adesso, dove sei tu, puoi scegliere. Puoi riprenderti il corpo che più ti aggrada negli anni migliori della tua giovinezza […] E “lì”, nei fantastici paesaggi dell’Universo, potrai sentirti contemporaneamente bambino, adolescente, giovane e adulto. Poiché non ci si può dimenticare che ogni essere, per il solo fatto di essere, è uno, è vero, è buono ed è bello. E tu, adesso, hai conosciuto e avuto la conferma del quinto valore: ogni essere è eterno”.