Un quadro che promette l’Oriente, i campi lambiti dal Nilo e il calore che quasi acceca. Un quadro venuto al mondo nel 1928 dal genio creativo di Paul Klee. Lui, che amò profondamente ed in egual misura la pittura, la poesia e la musica, tanto da farle quasi diventare una cosa sola, attraverso il tramite della sua tecnica pittorica. 

 

La tela di “Strada principale e strade secondarie” nasce quindi dopo un primo viaggio, fatto in Tunisia, ed un secondo fatto proprio in Egitto. Terre così conosciute e allo stesso tempo misteriose ed oscure, che da subito affascinarono il pittore per metà svizzero e per metà tedesco. Mistero che un po’ si riversa anche su ciò che su di essa viene riportato, comprenderne il significato più profondo è complesso e non richiede soltanto spirito di osservazione. Quello sarebbe sufficiente se guardassimo la perfezione delle venature della mano del San Giorgio di Donatello, o la veste della Nike di Samotracia che sembra davvero muoversi nel vento. Invece no, per questo quadro, è necessario scendere nel profondo, e decodificare la successione aritmetica di linee e colori dietro le quali si celano i paesaggi d’Egitto, le nostre vite e quella di Klee stesso legati indissolubilmente.

 

Osservando meglio infatti, tra quelle linee, si riconoscono i campi coltivati delle pianure egiziane, che declinati attraverso varie e numerose tonalità di giallo, accompagnano lo sguardo verso le strisce orizzontali in azzurro, poste nella parte alta, che invece parlano del Nilo e della sua forza, sciagura e fortuna di coloro che vi si rapportano.

 

Al centro della rappresentazione però, c’è per cui davvero si dipana la storia intera del quadro, come Klee ci lascia scritto nel titolo, la strada principale. Una serie di rettangoli regolari e posti in modo da creare l’effetto prospettico di una via che si dispiega davanti a noi, affiancata a destra e sinistra da quelle che sono invece le strade secondarie, irregolari e dalle colorazioni più intense e accattivanti quasi. 

 

Attenzione però, non ci troviamo davanti a uno dei semplici quadri di paesaggio, realizzato sulla scia dei grandi maestri come Corot e reinterpretato in chiave astratta. Quei colori e quelle linee, diventano summa e metafora. Ma di cosa?

 

Della vita del nostro pittore, e della nostra stessa vita. Perché in fondo è questo che fa ogni forma di rappresentazione artistica. La poesia con le parole, la musica con le sue note e le sue sospensioni. 

 

Paul Klee, con la mediazione di linee e colore.

 

“Strada principale e strade secondarie”, venne quindi letto dalla critica anzitutto come una sorta di compendio della vita del pittore che lo ha portato alla luce, considerato l’anno emblematico in cui viene portato a termine, lo stesso in cui egli compì i suoi cinquant’anni. Dimostrazione di ciò che aveva realizzato fino ad allora, e di ciò che avrebbe realizzato da quel momento in avanti. Come ho già anticipato però, credo che non solo il vissuto di Klee sia legato a questi campi e a queste strada egiziane, inevitabilmente lo è anche il nostro.

 

Cosa c’è di più rappresentativo di una strada principale che si intreccia alle tante e numerose strade secondarie, per rendere la metafora di una vita?

 

Penso nulla. Anche nelle similitudini più semplici, quelle che la maestra presenta ai bambini di una classe delle elementari, la vita è presentata in questa maniera. Però effettivamente sono sempre le cose più semplici che lasciano il segno. In quelle “strade secondarie” che il pittore lascia sulla tela, in realtà molto più numerose dello spazio che di cui disponeva, c’è ogni singolo istante delle scelte che facciamo. 

 

Ci sono quelle strade che non verranno mai esplorate, per paura, per ignoranza, per ipocrisia, per errori accumulati.

 

Ci sono quelle strade che esplorate, hanno portato a un vicolo cieco.

 

Ci sono quelle che invece hanno portato alla luce paure, insicurezze e dolori.

 

Ci sono quelle che hanno rivelato la presenza di persone pronte a ferirci, anche in maniera crudele.

 

Ma ci sono anche quelle strade che hanno tirato fuori la nostra forza, il nostro coraggio, la nostra volontà di farcela. Quelle che ci hanno fatto scoprire persone disposte a tenderci la mano nei momenti del bisogno. 

 

Le più belle però, a mio parere non sono neanche le strade secondarie, sono quelle che scopri ancora dopo, quelle che imbocchi dopo che ne stai già percorrendo una e solo, al buio e senza aiuto. Perché una volta arrivato all’incrocio, quando ti rendi conto che finalmente puoi vedere qualcosa di diverso, il cuore ti salta un battito, e torna la speranza. E tutto d’un tratto senti le forze tornare di nuovo nel tuo corpo. Ed è in quel momento che torni a guardare il mondo nel modo in cui dovrebbe essere guardato, con positività, perché nulla può esserti tolto se non quello che decidi tu stesso di toglierti.

 

Certo, a questo mondo la troppa positività non fa mai troppo bene, bisogna sempre cercare di rimanere obiettivi, e questo mi permetto di affermarlo per esperienze pregresse. Però niente è bello come tornare a vedere il sole, dopo aver camminato per una strada buia. È come una sorta di primavera, quando dai rami secchi, nascono i boccioli dei nuovi fiori, tutto acquisisce il suo significato e il suo posto all’interno del puzzle.

 

Persone che ci hanno ferito, scelte sbagliate, momenti in cui non abbiamo parlato, altri in cui abbiamo parlato a sproposito, una carezza non data, uno sguardo non ricambiato. Anche quello che ci ha fatto soffrire sopra ogni cosa, diventa significativo, perché ci ha rafforzato e siamo persino in grado di goderci la luce del sole con più consapevolezza.

 

Perché è a questo che servono le strade secondarie credo. Darci consapevolezza di ciò che scegliamo e soprattutto di ciò che già abbiamo.

 

Strano ma bello come un quadro di linee e colori, possa invece rivelarsi estremamente profondo.