“ci vuole tempo per ricominciare, per abituarsi alla fine” cantavano i Ministri nell’omonima canzone nel, oggi più che mai, lontano 2011. Quello che si è chiuso alle 23:59 dello scorso 31 dicembre è stato il decennio più prolifico di un genere musicale che ha invaso radio e mercati, salvo poi spegnersi, fievole come una candela, silenziosamente: è finita la Golden Age dell’Indie italiano.

Come sia divampato il fuoco dell’indie nel nostro Paese è difficile da determinare, come lo è altrettanto definire tale genere musicale. Il dizionario fa derivare il termine dall’inglese indiependent, designando quegli artisti e quelle band che, secoli musicali fa (ironia), si esibivano senza il supporto di un’etichetta produttrice. Oggi però la musica è cambiata, in tutti i sensi. Negli ultimi anni l’indie ha contagiato playlist di milioni di ascoltatori, e si è venuta a creare un’autentica formazione calcistica di artisti, con annesse sostituzioni e dirigenza. Così come i ragazzi degli anni ’60 sapevano a memoria la formazione dell’Italia vittoriosa a Madrid nell’82, sulla bocca di tutti ci sono almeno una dozzina di artisti indie.
In ordine sparso: Calcutta, Ex-Otago, Gazzelle, Lo Stato Sociale, Pinguini Tattici Nucleari, Tre Allegri Ragazzi Morti, Canova, The Zen Circus, Ministri, Baustelle, Motta. Artisti e gruppi tanto diversi quanto variegati: suoni artificiali e testi apparentemente senza senso, amori mai iniziati o mai finiti, e tanta malinconia, elementi che caratterizzano ogni canzone indie che si rispetti.

D’altro canto, c’è anche spazio per riflessioni e ironia, soprattutto negli ultimi tempi. Si è infatti una sottile tendenza all’allegria, al chill, altro termine che ha mille significati e zero contemporaneamente, con la leggerezza di artisti come Carl Brave, Franco126, Cosmo e Frah Quintale. E non è un segreto che, apprezzando o meno il genere in questione, almeno una volta sia capitato a tutti canticchiare che “la tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000”.

C’è però un dato estremamente preoccupante, d’altronde titolo e immagine lasciano poco spazio all’immaginazione. L’indie è morto, e nessuno riesce a capire perché.
L’indie ha vissuto nel biennio 2018-2019 un periodo di assoluto dominio del panorama musicale, regalandoci album che segneranno, nei giorni a venire, la storia di questo genere: Il fuoco in una stanza degli Zen Circus, Evergreen di Calcutta, Stanza Singola di Franco126, Vivi per sempre dei Canova, giusto per fare qualche nome e cognome, che sembra andare di moda ultimamente.
E poi? Con le dovute eccezioni, il nulla assoluto.

Il 2020, anno sicuramente sfortunato per ben altre circostanze, ha decretato la morte dell’indie italiano. Arrivati a maggio, sono relativamente pochi gli album pubblicati, e ancora meno quelli in lavorazione. Merito (o colpa) di un mercato musicale che si è evoluto velocemente e sempre più rivolto al pop, facendo tornare l’indie (o alternative) al genere di nicchia che era prima della sua esplosione.
Per comprendere meglio quanto detto finora, basta dare un’occhiata ai partecipanti degli ultimi Festival di Sanremo. Nel 2018 Lo Stato Sociale si “accontenta” di un secondo posto, l’anno dopo gli Zen Circus si regalano quindici minuti di popolarità con L’amore è una dittatura, mentre lo scorso febbraio Levante e soprattutto i Pinguini Tattici  Nucleari hanno infiammato il palco dell’Ariston.
Ed è a questi ultimi, e pochi altri, che si deve la pubblicazione di album nel 2020, anche se nel caso del gruppo bergamasco si tratta unicamente di un best of, con qualche novità qui e là.

Ovviamente, il demerito non è solo di chi ascolta, o diffonde: se è vero che chi si accontenta gode, la stragrande maggioranza degli artisti indie contemporanei si è accontentata di quanto raggiunto, forse perché senza stimoli, o semplicemente stufi di un mercato musicale troppo saturo.

Resta comunque viva la speranza di un ritorno di fiamma tra gli ascoltatori italiani e l’indie, con una duplice e ferrea volontà: i primi devono liberarsi dei luoghi comuni che caratterizzano questo genere musicale, i secondi devono ripartire da sonorità nuove senza perdere il legame con quanto fatto. Da questo punto di vista, il duo indie-rap PSICOLOGI si è distinto, portando freschezza e novità, una lieve e piacevole folata di vento in un deserto di anonimato.

L’indie è morto, ma risorgerà della proprie ceneri, come una fenice. Forse. Ma questo è in fondo ciò che caratterizza questo genere: l’imprevedibilità