Gustav Klimt (1862-1918), Le tre età della donna, 1905, olio su tela, 180×180 cm, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

“Le tre età della donna” è un’opera appartenente alla maturità del pittore austriaco Gustav Klimt. Prova di uno spirito simbolista e fortemente espressionistico, il dipinto venne esposto per la prima volta nel 1910 alla Biennale di Venezia, cinque anni dopo il suo compimento. In occasione dei 50 anni dall’Unità d’Italia, l’anno seguente, venne riesposto e acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. La sua cruda rappresentazione della caducità delle forme umane, in particolare quella femminile, non poté che suscitare scandalo fra il pubblico del primo Novecento, non ancora abituato alla “sincerità” del periodo espressionista di cui Klimt si era fatto portatore. Lo scopo di tale onestà era di certo quella di fornire una forma allo straripare dell’emozione umana, di fissarla nei contorni nella realtà incoronando regina la soggettività dell’artista.

Spicca il tratto caratteristico dell’arte dell’austriaco: il decorativismo geometrico, che richiama le intarsiature di un mosaico bizantino, si compone di forme che ricordano l’oro, le sete raffinate e le pietre preziose.
L’immagine centrale si colloca, grazie al pulviscolo grigio che la circonda, in una dimensione di universalità facendosi portatrice del concetto di tempo, l’abbraccio che vita e morte stringono attorno ad ognuno di noi. Essa è composta da tre figure di donna, ognuna delle quali è allegoria di una fase della vita femminile: infanzia, maternità e vecchiaia. Nella parte destra, il simbolismo floreale risalta l’arancione dei capelli e la pelle candida della giovane madre, la quale stringe a sé un’infante dalle guance rosee e la assorbe con un abbraccio. Eppure è l’anziana donna, sulla sinistra, a possedere la maggior potenza espressiva poiché, rappresentata con forte realismo nel modellato, porta su di sé i segni del vissuto: la pelle debole e cadente, il ventre, ormai infecondo, memoria di una passata maternità, la schiena ricurva, testimonianza del duro lavoro svolto. La mano e i capelli argentati nascondono il volto in segno di vergogna: come potrebbe accettare la propria condizione se rivolgesse lo sguardo verso ciò che per lei è inevitabilmente passato? Si aliena, così, dalla dimensione sacra in cui è posta la giovane con la sua bambina, si posa su un’altra tonalità di sfondo e lascia la scena della vita alle altre.

L’opera sembra essere una rappresentazione simbolica di una linea temporale che inevitabilmente scorre verso la morte, un progressivo deterioramento del corpo che pone a contrasto la sacra giovinezza e l’imbarazzo della vecchiaia. Eppure il messaggio di Klimt è un altro.
Il pittore non vuole certo negare l’inevitabile fluire del tempo, tutt’altro. Pretende di unificarlo. Se le figure sembrano essere in contrasto tra loro a causa dei cambiamenti corporei, in realtà le tre donne sono racchiuse in una stessa area geometrica: un prezioso sarcofago egizio le stringe insieme, le avvolge in una sfera di colori caldi separata dal grigiore circostante di uno tetro sfondo astratto. È con questo marcato simbolismo geometrico che l’artista esprime l’unità della vita: il nostro tempo è interamente importante e degno di essere vissuto in ogni suo attimo. Ogni parte del nostro percorso è frutto di un qualcosa che è stato vissuto precedentemente, poiché siamo la conseguenza di ciò che eravamo e, necessariamente, la causa di ciò che saremo. L’anziana dovrebbe togliere la mano dal suo volto, rinunciare ad un’inutile vergogna, guardare indietro con la gratitudine di chi porta fieramente i segni che l’esperienza ha lasciato sul suo, ancora, bel corpo.
Troppo spesso lasciamo che gli stereotipi di bellezza ci portino a temere l’imprescindibilità del tempo: la speranza di un’eterna gioventù ci preclude la possibilità di godere della nostra limitata esistenza.

Accettare la nostra finitezza impreziosisce il nostro vivere.