Per i più è stato ed è, solo uno dei tanti nomi che allunga la lista di quei pittori etichettati come “maledetti”. Loro, che andavano ad evocare il mito dei poeti decadenti disillusi e lontani dalla società; loro che traghetteranno l’opinione pubblica che tanto avevano sconvolto, verso il grande orrore della Prima Guerra Mondiale.

Ma, era davvero solo questo Amedeo Modigliani? Droga, alcool e amanti, questi i suoi unici lasciti?

No.

I suoi occhi, la sua essenza, li troviamo riflessi nei suoi quadri. Quadri che però non hanno un proprio sguardo, che non possono relazionarsi con noi come la candida Gioconda di Leonardo o la bionda Venere di Botticelli.

Ma la grandezza di Modì, così com’era soprannominato soprattutto negli ambienti parigini, risiede in questo.

Lui non ci ha restituito gli occhi dei suoi soggetti, non ha tratteggiato col pennello le loro espressioni, il colore dei loro occhi o le sfumature degli sguardi, perché gli occhi trascendono ciò che può essere riportato sulla tela; questa, attraverso la mano dell’artista, restituisce una nostra immagine speculare, quasi fosse uno specchio, eppure, proprio come lo specchio non può superare il limite impostogli dal suo essere “cosa”. In quanto tale, non è sicuramente in grado di cogliere, il soffio vitale che ci anima; neanche se dovesse intervenire l’aiuto della mano del più grande tra gli artisti.

Languido candore, morbide di linee, la calda figura di Jeanne Hébuterne nel “Nudo sdraiato”. La donna che Modigliani amava, la donna che ha accompagnato i suoi ultimi respiri.

Lei lo ha amato, talmente tanto da non riuscire a sopportare di continuare a vivere senza di lui: chi avrebbe potuto comprenderla e riportarla sulla tela in maniera più accurata e fedele?

Modì però decide di creare una composizione perfetta, in linee, colori, forme, avanguardia, tralasciando però quel che ci avrebbe permesso di cogliere il bagliore d’amore della donna nei suoi confronti, gli occhi. Vuote pupille nere, nient’altro. Possiamo apprezzare la scelta cromatica ristretta, ridotta a tre o quattro colori declinati in sfumature differenti, come tutte le parti del corpo che, avrebbero potuto “disturbare” le morbide curve della donna sono state accuratamente omesse dalla “scena”.

Si può altresì ammirare la scarsa presenza di dettagli decorativi, ciò che primeggia è il corpo, la donna, Jeanne. Ma non ci è dato di conoscere la sua espressione, se dolce e piena dell’amore che provava per quell’uomo, suo amore e tormento, o spazientita, o divertita. Modigliani ha portato con sé il segreto degli occhi di colei che ha tanto amato.

Perché?

“Non dipingerò nei miei quadri gli occhi fino a quando non conoscerò l’anima delle persone”

Ecco, troppe volte ho sentito pronunciare la frase “i tuoi occhi parlano per te” da persone che in realtà di me avevano capito poco o niente, il pittore livornese invece non incorre in questo errore. Era consapevole che negli occhi è racchiusa la chiave per comprendere davvero una persona, così come era al corrente che dipingerli, avrebbe stravolto l’essenza dei suoi soggetti.

Se ci pensiamo un momento, è lo stesso errore che si può fare in una conoscenza, identificare l’altro con l’idea che ci siamo fatti della sua persona. Nell’arte è un problema che si ripropone in maniera piuttosto evidente, dato che, qualunque genere di artista, va a riportare quella che è la sua personale visione delle cose. Le eccezioni non mancano, basti pensare ai pittori realisti o ai classicisti che però, si attenevano a canoni di rappresentazione ben precisa, dai quali, a mio parere, esulava comunque l’intento di raccontare l’intimità profonda delle persone.

Modigliani, invece, vive le avanguardie artistiche e il loro mostrare al mondo quella che era la visione personale dell’artista, da cui però il Livornese giudica necessario omettere gli occhi. Essi devono assolutamente trascendere la rappresentazione artistica, gli occhi dei protagonisti dei quadri sono e rimangono di loro esclusivo possesso; egli stesso, non avrebbe potuto dipingere gli occhi della sua amata secondo la sua visione. In quel modo avrebbe rischiato di stravolgerne il significato, lo sguardo di Jeanne di certo non si muoveva in base alla percezione che lui ne aveva: lo sguardo di Jeanne apparteneva solo a lei.

Il punto di vista dell’artista può essere riproposto in un quadro impressionista, in un’installazione di Duchamp o in un quadro del Blaue Reiter, tutti però partivano da istanze ben differenti da quelle che il nostro conterraneo voleva portare avanti.

Molti di coloro che hanno posato per Modigliani, hanno affermato che, nelle poche sedute che egli utilizzava per portare a compimento il quadro, si sentissero quasi scavare dentro l’anima. Una strana sensazione che il pittore stesso ci mostra essere inesatta o quantomeno, che l’azione non è giunta a compimento in maniera totale.

Come avrebbe potuto infondo, lui un pittore, conoscere l’anima di coloro che andava a rappresentare?

In alcuni casi neanche coloro che passano insieme una vita intera riescono a conoscersi a fondo. Ed è per questo che mancano gli occhi, perché Modigliani ci insegna una grande lezione di umiltà come uomo e come artista. Come artista, in quanto mostra come l’arte non possa essere comprensiva di tutto e come, nonostante la tela rifletta quello che è il mondo, quest’ultimo non possa superare certi limiti, quelli che gli sono imposti dalla sua stessa natura umana. Come uomo, lancia un chiaro invito a superare le cosiddette “prime impressioni”, cercando magari un maggiore contatto con chi abbiamo accanto. Ed è forse questo uno dei moniti più importanti che ho letto nei suoi quadri, riscoprire quelle sensazioni, emozioni che in questo periodo si stanno perdendo purtroppo, come i sani e genuini abbracci o le bellissime chiacchierate di sera in camera con un’amica.

Tante piccole cose che però, sono fondamentali per poter comprendere “gli occhi” di chi abbiamo al nostro fianco.