L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.

 

Così Paul Klee palesava la funzione rivelatrice dell’arte, cioè quella capacità delle opere di schiudersi in un fiume di messaggi e riflessioni ogni qual volta qualcuno si ponga in ascolto di esse. 

 

Cosa meglio della bellezza, dello stupore e del turbamento possono stimolare il nostro pensiero? 

 

Per questo gli artisti possono essere definiti “portatori di consapevolezza”: trasmettono sensibilità e stimolano l’empatia. Ora, come in molte epoche passate, questa abilità si fa più che mai necessaria poiché il nostro sguardo è sempre più cieco di fronte ai grandi crimini che l’uomo compie contro ciò che lo circonda e, inevitabilmente, contro se stesso. Proprio a causa di ciò non può che tornare (o sarebbe meglio dire “restare”) attuale una delle grandi forme d’arte contemporanea: la Land Art.

 

Nata negli anni Sessanta  e fiorita principalmente negli Stati Uniti, la Land Art o Arte del territorio partecipa al nuovo modo di fare arte caratteristico del secondo dopoguerra nel quale il linguaggio artistico abbandona i concetti tradizionali di bellezza e ammirazione per diventare contestazione, scandalo. Il desiderio di opporsi al crescente Modernismo portando l’arte fuori dai suoi consueti spazi, si condensa in una corrente artistica che agisce direttamente sugli spazi naturali o, in alcuni casi, su quelli urbani. 

 

Lo scopo principale dei Land-artisti è quello di portare l’attenzione sull’ambiente spesso trascurato o deturpato dall’avidità umana, esprimendo rispetto e, al medesimo tempo, timore verso di esso. Infatti, i progetti scultorei di cui si servono si estendono generalmente per spazi amplissimi e solitari, soggetti ad agenti atmosferici e a tutti i quei processi naturali che inevitabilmente ne decreteranno la fine. Si esprime così il sentimento romantico (nell’accezione storico-letteraria del termine) che nei secoli è sopravvissuto in noi: la Natura così potente ed imperturbabile rende ogni cosa effimera, sovrasta la finitezza umana mettendola di fronte ai suoi limiti oggettivi. È per questo che la Land Art fa uso di opere molto simili a performance, spesso note solo grazie a fotografie o video: l’arte non è più in cerca di qualcosa di definitivo nel tempo e nello spazio, ma mira ad accettare la mutevolezza del suo mondo. 

 

Con questo spirito di venerazione verso il territorio naturale, artisti come R. Smithson (1928-1973) e W. De Maria (1935-2013) si cimentano in opere maestose ma che allo stesso tempo cercano di divenire parte integrante del paesaggio, come mostrano “Spiral jetty” dove gli elementi naturali diventano i materiali specifici della composizione, oppure “The Lightning Field” composto di 400 pali metallici che, fungendo da parafulmini, illuminano ad ogni temporale il deserto del Nuovo Messico.

 

 1- Robert Smithson (1928-1973), Spiral jetty, 1970, Great Salt Lake, Utah

 2-Walter De Maria (1935-2013), The Lightning Field, 1973-1979, Catron County, New Messico

 

Due importanti mostre (“Earthworks” e “The Land Show: Pure Dirt-Pure Earth-Pure Land”) di questa coppia di artisti segnano l’inizio della corrente che troverà la sua denominazione grazie al film “Land Art” (1969) di G. Schum  nel quale sono documentati i lavori dei Land-artisti più attivi e noti del momento. 

 

Per quanto riguarda l’azione del movimento artistico sullo spazio urbano, non si può che fare il nome di Christo (1935) e Jeanne-Claude (1935-2009), i coniugi statunitensi celebri per l’“impacchettamento” di monumenti e per l’uso di grandi teli all’interno di luoghi naturali. Attraverso la loro opera, ciò cui lo sguardo è abituato diventa insolito, si ha una percezione nuova del paesaggio conosciuto potendolo osservare da una nuova prospettiva. Persiste il concetto di caducità dell’opera e assume particolare importanza l’effetto sonoro dell’imballaggio che sembra dar vita ai monumenti.

 

1 – Christo (1935) e Jeanne-Claude (1935-2009), imballaggio del Reichstag, 1995, Berlino

 

 In qualunque maniera gli artisti della Land Art vadano ad operare, sembrano voler ricercare una speciale complicità con l’ambiente, entrare in armonia con la natura per non sentirla così distante come la modernità tende a farla percepire. In questa ricerca di equilibrio, ciò che conta è la tutela del pianeta di cui l’uomo è parte, un pianeta sfruttato e aggredito senza ritegno o lungimiranza: una casa martoriata dai suoi stessi abitanti. 

 

La domanda sorge spontanea: che ne sarà di noi quando avremo abbattuto fino all’ultimo muro?