La tetralogia de “L’amica geniale” (in ordine “L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, “Storia della bambina perduta”), resa celebre negli ultimi due anni grazie alla serie Tv andata in onda su Rai Uno e diretta da Saverio Costanzo, è diventata un caso mediatico oltre che editoriale: complice la mente altrettanto “geniale” che ne ha edificato l’impalcatura narrativa, Elena Ferrante. 

 

Già autrice di “Cronache del mal d’amore” (nel quale sono confluiti “L’amore molesto”, “I giorni dell’abbandono” e “La figlia oscura”), è considerata tra le donne più influenti al mondo, ma anche tra le penne più “misteriose” nel novero degli scrittori odierni a causa della sua scelta di mantenere l’anonimato e firmarsi con uno pseudonimo, riprendendo una pratica molto diffusa tra le donne scrittrici in età vittoriana.

 

Si tratta di un desiderio di “auto-conservazione”, di tutela verso se stessa, come se volesse tenere scisse all’interno della sua vita le due realtà, quella interiore e quella esteriore, che riesce sagacemente a integrare attraverso l’universo napoletano e i suoi residenti. 

 

Lo stesso sentimento di protezione del proprio privato, del proprio “genio” nascosto, che caratterizza una delle due protagoniste dei romanzi, Raffaella Cerullo, meglio conosciuta come Lila.

 

È lei la mente brillante che muove i fili degli eventi che animano il rione, che circuisce e detta le direttive delle azioni dei suoi conoscenti, come se fossero delle marionette nel teatro della vita e lei se ne servisse solo ed esclusivamente per raggiungere i suoi scopi. Tuttavia questo non la rende, agli occhi attenti del lettore, un’egoista senza mezze misure: Lila è anche a suo modo altruista, capace di comprendere gli aspetti più introversi dell’essere umano, di arrivare, con i suoi caratteristici occhi stretti in due fessure, al cuore delle questioni e delle persone a lei care. Tutto ciò la rende sensibile, “smarginata” (per utilizzare un termine da lei stessa coniato) dal resto del mondo e allo stesso tempo al centro di esso, persino più “umana” rispetto alla sua co-protagonista, Elena Greco, peraltro narratrice in prima persona degli avvenimenti. Lenù, come la chiamano amici e famigliari, appare un’ombra incolore, persino una “brutta” copia della sua amica di infanzia, capace di slanci determinanti solo in poche occasioni di grande difficoltà, quei momenti in cui proprio non si può fare a meno di agire.

 

Se, inizialmente, il lettore avrà dei dubbi circa quale delle due sia “l’amica geniale” alla quale allude il titolo, non tarderà a dissiparli: le dinamiche ci mostrano una genialità superficiale, fatta di agiatezza, studi sterili e accademici, fama professionale, propria di Elena, e una genialità autentica, vera, quella di Lila, che trae la sua linfa in scelte avventate ma preventivamente studiate, in doti tenute nascoste o mostrate raramente, in furbizia, lungimiranza e forti passioni. Il mondo che sta dentro è più entusiasmante e brillante del mondo che sta fuori, pur essendo meno sfarzoso e più povero. 

 

Lila e Lenù crescono insieme e ci raccontano, attraverso le fasi delle loro vite, una Napoli degradata, abitata da mentalità retrograde che avviliscono gli sforzi dei giovani nel difendere i loro diritti allo studio, alla libertà, al lavoro; una realtà non troppo lontana nel tempo che evidenzia la dialettica oppositiva tra il Sud, sempre più caotico e disorientato nei nuovi scenari storici/politici/culturali italiani, e il Nord dalla mente più elastica e progressista, che non fa fatica ad accettare idee “nuove” quali il divorzio, una donna in carriera, l’attivismo politico.

 

Altri temi si aggiungono nella trama tessuta dalla Ferrante: il matrimonio di “convenienza”, l’adulterio, amori mai realizzati  e mai finiti, subalternità di classe e conseguenti lotte, le difficoltà del lavoro operaio, la povertà in cui versano molti residenti del rione, le difficoltà della donna di essere al contempo madre, moglie, lavoratrice, la difesa del femminismo; nel vasto ventaglio di tematiche, tuttavia, l’autrice decide di dare maggior rilievo al complesso rapporto donna-donna nelle sue diverse sfumature: madre-figlia, moglie-amante, donna in famiglia-donna sul lavoro, donna amica di un’altra donna. Legami inevitabili che attraversano la quotidianità e che si concretizzano nel vincolo di amicizia “geniale” tra Lila e Lenù. 

 

“Erano anni complicati. L’ordine del mondo dentro cui eravamo cresciuti si stava dissolvendo. Le vecchie competenze dovute al lungo studio e alla scienza della giusta linea politica sembravano di colpo un modo insensato di impegnare il tempo”.

 

A stringere gli ingranaggi e a fare da perno centrale alle vicende ci pensa Napoli: viva e popolare, la città fa da spettatrice silenziosa a delitti e segreti asservendo al suo ruolo di ambientazione narrativa; ma, allo stesso tempo, è l’attrice che riunisce i pezzi sparsi del puzzle, anche quando i nodi sono ormai al pettine e i fragili equilibri rischiano di spezzarsi: come un organismo fagocitante, assorbe vicende e persone che lì sono nate e lì sono destinate a morire, seppur tentino di allontanarsi dalle loro origini. Nella descrizione del rione, la scrittura della Ferrante si carica di un estremo realismo e al lettore sembra di sentir riecheggiare le urla d’amore della “pazza” Melina, il rumore del carretto ortofrutticolo di Enzo Scanno, Lila che rifiuta le sorbe offertole dal ragazzo, le pietre che bambini e bambine si lanciano dai due lati opposti della strada, la maestra Oliviero che elogia o bacchetta le sue alunne, il rombo del Millecento dei fratelli Solara.

 

“Gli spiriti, mi diceva, si trovavano anche nei palazzi di vico san Mandato e vico Mondragone. […]Abitavano a Pizzofalcone e in altre località- le aveva detto- anche molti spiriti di bambini morti. Una bambina si vedeva spesso la sera dalle parti di Porta Nolana. Esistevano sul serio, non esistevano? Zia Lina diceva che gli spiriti esistevano, ma non nei palazzi, nei vicoli e vicino alle porte antiche del Vasto. Esistevano nelle orecchie delle persone, negli occhi quando gli occhi guardavano dentro e non fuori, nella voce appena si comincia a parlare, nella testa quando si pensa, perché le parole ma anche le immagini sono zeppe di fantasmi”.

 

Il lettore odierno vivrà e si unirà alle voci del coro dei residenti del rione vecchio di Napoli, assisterà ai cambiamenti avvenuti dagli anni ’50 del secolo scorso sino ai suoi giorni e non potrà desistere dal lasciarsi trasportare dalle emozioni dei suoi compagni di viaggio.

 

Un pezzetto del suo cuore resteranno sempre lì, ancorate a quelle pagine, a Lila, Lenù, Carmen, Pasquale, Tina, Imma, Rino, Enzo…