Vi è mai capitato di immaginare cosa accadrebbe se la dea dell’amore e della bellezza, riprodotta ed esaltata dalle più nobili forme dell’arte, incappasse in un mucchio di vecchi stracci? Cioè, se le eterne simmetrie classiche si trovassero di fronte al simbolo del disordinato decadimento della modernità? 

Il risultato di un incontro del genere non potrebbe che disorientare, incuriosire e, inevitabilmente, far pensare.

Forse fu proprio questa l’idea che balenò in mente a Michelangelo Pistoletto quando nel 1967, nel suo studio, gli stracci utilizzati per pulire gli specchi rimasero sostenuti da una statua in cemento raffigurante Venere, acquistata istintivamente in un negozio di oggetti da giardino. “Per caso io ho incontrato la Venere, per caso la Venere ha incontrato gli stracci”: nasce così un’opera forgiata dal caso, agente che l’artista accetta come dominatore e motore della realtà, rendendolo, quindi, costante protagonista della sua arte. 

Data la natura poco costosa dei materiali, l’installazione può essere collocata all’interno del movimento artistico dell’Arte povera di cui Pistoletto è massimo esponente. Da questa semplicità dei componenti, trae forza il messaggio dell’opera, prende forma, cioè, lo stridente dualismo tra la bellezza durevole ed elegante della figura femminile e la corruzione della realtà contemporanea rappresentata da un accumulo di vecchi panni. Ecco, davanti ai nostri occhi, un monumento al consumo: un’aspra denuncia del consumismo e della sua epoca, in cui tutto ciò che non è moda viene gettato e sostituito.

Grazie ad un commento dell’opera da parte dell’autore stesso, parliamo della Venere degli Stracci come di un lavoro coerente con l’intera produzione artistica del suo ideatore, non solo per la povertà dei materiali che la compongono, per l’uso di stracci che ritroviamo in altre opere meno note come Orchestra di stracci (1968) e per la critica insita in esse al consumo di massa, ma soprattutto per il concetto di quadro specchiante che sta alla base del suo pensiero. Esso è un tipo di opera che si compone di due elementi, proprio come la Venere: quello statico della memoria e quello dinamico dello specchio, il quale riporta il presente nel suo continuo divenire e mutare. Gli stracci possono essere definiti, perciò, lo specchio del degrado che il consumismo genera, il riflesso della realtà che viviamo ormai da più di un secolo in cui l’industrializzazione induce ad acquisti sfrenati, non guidati da imprescindibili bisogni ma da un’insoddisfazione cronica che i mezzi pubblicitari non fanno altro che alimentare. Spicca così la celeberrima figura greca dalle curve sinuose, ultimo baluardo nell’epoca del naufragio, allegoria della stabilità e del ricordo che si oppongono ad un flusso di cambiamento che sta disintegrando il reale. 

Le idee dell’artista abbracciano le categorie di forma e colore. Alle candide linee definite della dea, risaltate dalla mica (pietra specchiante e riflettente) di cui sono cosparse, si oppone una piramide irregolare, una massa informe di colori indistinti e confusi. All’unità si oppone il molteplice. Alla purezza si oppone la corruzione. 

Quest’opera pone, dunque, di fronte ad un’analisi delle proprie abitudini di consumatore, nell’accezione socio-economica del termine, ma non solo. Siamo davvero solo consumatori “materiali”? O il nostro atteggiamento che cataloga facilmente il reale in “obsoleto”, ci condurrà a seppellire anche le forme artistiche del passato? 

L’incontro tra il simbolo dell’arte per eccellenza e il prodotto più infimo del passaggio umano, il rifiuto, ci presenta la possibilità che questi due poli si fondano e la superficialità assorba in sé  le espressioni dell’animo umano.

Potremmo mai compiere qualcosa di più autodistruttivo del dimenticare?