Il 18 gennaio 2017, a Rigopiano, frazione del comune di Farindola (PE), una valanga colpiva l’albergo Rigopiano-Gran Sasso Resort. L’evento costituisce la più grave tragedia causata da valanga avvenuta in Europa dal 1999 (la precedente era avvenuta a Galtür in Austria, il 23 febbraio del 1999).

A partire da gennaio 2017, la penisola e in particolar modo il centro e il sud Italia, erano stati interessati da un’ondata di freddo eccezionale. Le nevicate non hanno risparmiato nemmeno la costa adriatica e, nella zona degli Appennini, si sono formati accumuli di oltre un metro e mezzo di neve. Tutto ciò generò una situazione di forte disagio, sia per la viabilità a causa dei disservizi stradali, sia numerose difficoltà legate all’approvvigionamento elettrico. Il bollettino delle valanghe, emesso da Meteomont per il 18 gennaio, riportava un rischio valanghe di 4 su una scala di valutazione di 5, e descriveva così lo stato del manto nevoso: “Strati di neve fresca asciutta a debole coesione su strati debolmente consolidati. Il manto nevoso è debolmente consolidato e per lo più instabile su tutti i pendii ripidi”.

All’alto rischio valanghe, va aggiunto anche l’alto numero di scosse sismiche registrate nella giornata del 18. Tra la mattina e il pomeriggio vengono registrate dall’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) più di 200 movimenti tellurici di magnitudo superiore ai 2 gradi, con epicentro tra le province dell’Aquila e di Rieti. I movimenti hanno quindi provocato lo smottamento della massa nevosa che ha investito la struttura alberghiera. Lo spiega in maniera dettagliata il geologo Gian Gabriele Ori, professore di geologia stratigrafica e sedimentologia presso l’università D’Annunzio di Chieti, il quale afferma che l’hotel Rigopiano è stato investito da “un’enorme colata di detriti, un fenomeno raro, che ha acquisito forza e velocità notevoli sotto la pressione della neve abbondante, dalla debolezza del terreno. Il terremoto lo ha innescato, come una miccia”. La forza dei detriti ha portato con sé anche il bosco situato dietro all’albergo. “Di solito – osserva Ori- i boschi resistono a slavine e valanghe”. Probabilmente il tutto è iniziato come slavina, ma a causa della massiccia presenza nevosa, la slavina ha assunto dimensioni maggiore. Spiega ulteriormente Ori: “La slavina si è caricata di roccia, trasformandosi in un enorme flusso di detriti che, a grande velocità, ha travolto il bosco e poi l’albergo con una potenza distruttiva “.

Non solo, nel canalone dove era situata la struttura si erano già verificati fenomeni simili. Due carte idrogeologiche del 1991, mostravano già gli evidenti rischi connessi alla costruzione nel luogo dove poi sarebbe sorto l’hotel Rigopiano.

Già dalle 15, gli ospiti erano pronti per andare via, e attendevano lo spazzaneve per poter attraversare le strade. L’arrivo dello spazzaneve però viene posticipato alle 19. Ciò si rivelerà fatale.

La valanga, travolge quindi il resort tra le 16:47 e le 16:48 del 18 gennaio. La struttura viene spostata di dieci metri rispetto alla posizione iniziale, questo per dare idea della forza dell’impatto. Il primo allarme è lanciato alle 17:40 con una telefonata fatta da Giampiero Parete, uno dei due scampati da subito, al suo datore Quintino Marcella “È caduto, è caduto l’albergo!”

Quest’ultimo, una volta chiamati i soccorsi, deve superare una certa incredulità dei responsabili dei soccorsi, in quanto da poco era stato sentito il direttore dell’albergo, Bruno Di Tommaso, il quale non aveva accennato ad alcun tipo di problema. La catena dei soccorsi non partirà prima delle 19:30. Solo alle 4:00 del 19 gennaio i soccorritori della Guardia di Finanza e del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, raggiungono con gli sci la struttura ormai travolta dalla neve. Soccorrono immediatamente G. Parete e Fabio Salzetta, manutentore del resort.

Tornando all’incredulità della chiamata ecco lo scambio tra la funzionaria del centro di coordinamento soccorsi della Prefettura di Pescara, indicata con F, e Quintino Marcella, indicato con M.

F: “Come si chiama quel cuoco?”. M: “Giampiero Parete. È quello della pizzeria, è il figlio di Gino…”. F: “Sì, lo conosco benissimo il figlio di Gino, conosco lui, conosco la mamma. È da stamattina che gira ‘sta cosa. Il 118 mi conferma che hanno parlato col direttore due ore fa, mi confermano che non è crollato niente, stanno tutti bene”. M: “Ma come è possibile?”. F: “La mamma dell’imbecille è sempre incinta. Il telefonino… si vede che gliel’hanno preso…”. M: “Ma col numero suo?”. F: “Sì”.

La funzionaria pensa quindi a uno scherzo, poiché alle 17:40 cioè quaranta minuti prima della chiamata con Marcella, avevo telefonato il direttore Bruno Di Tommaso, il quale non aveva ravvisato alcun tipo di problema. Di Tommaso però, non aveva modo di sapere le reali condizioni della struttura, in quanto il quello stesso momento si trovava a Pescara e non a Rigopiano. Per ciò la funzionaria mal sopporta la telefonata e la interrompe in questo modo:

F: “Due ore fa, le confermo, al 118 hanno parlato con l’hotel. Non le dico una bugia! Ma se fosse crollato tutto, pensa che rimarremmo qua?” M: “Si metta in contatto col direttore…”. F: “Non so se si rende conto della situazione… Abbiamo gente in strada, gente con la dialisi, anziani. E io per lei… Provi lei a mettersi in contatto con il direttore. Non è scortesia. Arrivederci”

I soccorsi termineranno il 26 gennaio, e delle 40 persone che si trovavano all’interno della struttura solo undici si salveranno. La maggior parte delle vittime, è deceduta per asfissia a causa dell’impatto e non di ipotermia. Solo Paola Tommasini, sopravvissuta per oltre 40 ore dopo la valanga, è morta di ipotermia. Strazianti sono gli ultimi messaggi che ha provato ad inviare sulla chat di famiglia: “Vi amo tutti salutami mamma”.

Le indagini

La Procura di Pescara ha aperto un’inchiesta per disastro colposo e omicidio plurimo colposo, onde verificare tutte le circostanze relative alla struttura, alla formazione, e successiva caduta della valanga, alla viabilità e all’accesso. L’inchiesta evidenzia come, nel 2007 a seguito della ristrutturazione del resort, i responsabili fossero già stati indagati per occupazione abusiva di suolo pubblico, tutti assolti nel 2016 perché “il fatto non sussiste”. In molti però, sapevano che quella struttura era stata costruita in una zona soggetta a valanghe e slavine, tanto che nel 1999 la guida alpina Pasquale Iannetti riportava in una sua relazione: “In merito alla possibilità di caduta di masse nevose, slavine o valanghe nell’area di Rigopiano, non vi è dubbio che sia il piazzale antistante il rifugio Acerbo che la strada provinciale che porta a Vado di Sole possano essere interessate da caduta di masse nevose o valanghe”. A pochi metri dal resort Gran Sasso era situato il Rifugio Acerbo, miracolosamente scampato alla valanga. Aggiunge poi Iannetti, posto a capo della Commissione valanghe del Comune di Farindola: “Con questi dati la Commissione valanghe potrà fornire indicazioni certe affinché per il futuro si possa garantire la sicurezza delle infrastrutture alberghiere, delle strade e dei parcheggi di Rigopiano”.

La commissione dirama altri due comunicati, prima nel 2003 e poi nel 2005, salvo poi perdersene definitivamente le tracce.

Lo scorso 26 novembre, dopo ventidue mesi di indagini, viene chiusa l’inchiesta della Procura di Pescara. Si confermano le accuse di omicidio colposo e lesioni colpose per la società Gran Sasso Resort oltre i 24 indagati, tra cui il Presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, il direttore dell’hotel Bruno Di Tommaso e diversi dirigenti e funzionari pubblici. Scagionati da ogni accusa i presidenti della Regione Abruzzo, O. Del Turco, G. Chiodi e L. D’Alfonso. Si aggrava la posizione del prefetto Francesco Provolo, indagato anche per omissione di atti d’ufficio e falso ideologico, in quanto avrebbe circa l’orario di attuazione del centro di coordinamento soccorsi. Da queste conclusione ripartirà il processo.

Di questi giorni è la notizia per cui Alessio Feniello, padre di Stefano Feniello una delle vittime della tragedia, sia stato multato per aver violato i sigilli per porre dei fiori nel luogo della strage. La legge non conosce sentimentalismi di sorta, e Feniello ha consapevolmente violato i sigilli posti dalle Forze dell’Ordine, per cui la multa era inevitabile. Invocare però, la stessa rapidità usata contro il Feniello anche per le indagini sulla valanga, pare quantomeno precipitoso, specie se si vuole evitare lo spettro del giustizialismo. Le indagini portate avanti dalla procura per ben ventidue mesi, hanno tutt’altro peso rispetto a una semplice infrazione di un articolo legislativo. 29 persone non hanno avuto più la possibilità di realizzare i propri sogni, perciò la sentenza deve essere giusta e non deve lasciare spazio ad equivoci. La comunità non ha bisogno di colpevoli da esporre su un carro da corteo, ma di giustizia vera, esempio e monito per il presente e per il futuro. A due anni dalla tragedia, in ricordo delle vittime, che non ci siano altre Rigopiano.