L’autorevole psicologo Giacomo Stella, a più riprese, non ha mancato occasione di ribadire che la scuola italiana è una struttura giudicante, quando dovrebbe essere una struttura educante.

Non è sbagliato allora notare come il giudizio non educhi; quante volte noi tutti, consapevoli di essere sottoposti a giudizio, diamo il minimo del nostro potenziale massimo? È naturale!

Non c’è la pretesa di stringere in poche righe un argomento che meriterebbe un ampio spazio di discussione, ma si ha voglia di creare uno spunto di riflessione.

La scuola italiana è per pochi eletti, intendiamoci: chi è bravo catalizza l’attenzione ed è accompagnato nelle scelte, aiutato nell’apprendere, indirizzato, e a volte è anche oggetto di lode; i ‘bravi’, gli ‘intelligenti’ assurgono ben presto a divenire modello da ammirare. Tutto ciò però a discapito di quelli che vengono marchiati come i “non bravi” (se vogliamo minimizzare, dato che il più delle volte vengono chiamati “asini”).

È il giudizio che il professore regala a condannare o assolvere i bambini e gli adolescenti, futuri adulti.  I titoli, soprattutto quando regalati senza cognizione di causa, pendono sulle coscienze, gravano sulla vita di chi li riceve. Il giudizio si tramuterà ben presto in una mancanza di autostima.

La scuola dovrebbe promuovere il talento insisto in ognuno: è erroneo associare una buona condotta scolastica a una particolare predisposizione ad essere dei vincenti nella vita.

Ma anche un’ eccessiva considerazione, un’ eccessiva e spropositata attenzione rivolta a chi riesce negli obiettivi imposti, potrebbe avere un risvolto negativo: la scuola per molti è un rifugio, ma la scuola prima o poi finisce e non è detto che quell’atmosfera si ripeta nello spazio e nel tempo sempre uguale. Se un ragazzo fidelizza con un luogo diverso da altri, una volta fuori si troverà disorientato.

Spesso l’ istruzione italiana cede alle lusinghe di una teoria che è diversa dalla pratica: si insegna un ‘comportamento’ che poi non è applicabile. Questa polarizzazione tra uso e norma è svantaggiosa e, lasciatemelo dire, dannosa.

Ci saranno tanti gradi di giudizio nella vita: ci sarà la società ad attendere i ragazzi, non lo dimentichiamo. La scuola dovrebbe dare gli strumenti atti ad affrontare, a dominare le eventualità  e non tentare di livellare le ambizioni: nella società serve il medico, ma serve anche il falegname; serve l’ avvocato sì, ma serve anche il panettiere.

Non abituiamo e non abituiamoci a tentare di raggiungere soltanto i ranghi alti, è controproducente; se i ruoli si riducessero ad essere sempre gli stessi, pensate alle conseguenze…

C’è un atteggiamento sano laddove vi è un controllo reciproco, una censura reciproca e nel mondo della scuola tutto questo manca.

Forse dovremmo arrivare a una guerra tra giudicati e giudicanti, perderebbero di sicuro i secondi perché se non è vero che la scuola è per pochi, è al contrario vero che l’ insegnamento non è per chiunque.

Chi insegna deve imparare a guardare il mondo con occhi diversi, con un punto di vista alieno rispetto al proprio. Deve insegnare con l’infanzia e l’ adolescenza in mente.