“La mente ama l’ignoto. Ama le immagini il cui significato è sconosciuto.
Poiché il significato della mente stessa è sconosciuto.”

Magritte

Renè Magritte, capostipite della corrente surrealista, ha consegnato al mondo un’eredità che conta più di ottocento opere, fra tele e disegni.

Artista belga, nato il 21 novembre 1898,fu da sempre costretto a peregrinare in diverse città, trascinato dal lavoro del padre, di professione mercante, giungendo stabilmente a Chatelet nel 1910.
All’età di 14 anni visse il periodo che segnerà per sempre la sua vita: il suicidio della madre; evento che gli ispirò due delle sue opere più importanti “L’histoire centrale” o “Les amants”, in entrambe un lenzuolo copre il volto della donna, poiché la madre fu rinvenuta dal fiume in cui aveva posto fine alla sua vita con il capo avvolto in una camicia da notte.

Tornato in Blegio, entrò nell’accademia di belle arti di Bruxelles, dove si avvicinò alle correnti avanguardistiche del novecento quali futurismo e cubismo, e lavorò come grafico pubblicitario. Ma ammirando l’opera “Canto d’amore” di Giorgio de Chirico ne rimase folgorato, questo incontro segnò la svolta nella sua vita artistica.

Nel 1925 iniziò il suo periodo surrealista con l’adesione al gruppo di Bruxelles, di cui facevano parte Camille Geomans, Marcel Lecomte e Paul Nougè, questi artisti si riunivano a casa di Magritte, luogo che nel 1999 venne convertito nel museo dedicato al pittore.

La tecnica di Magritte vertè su “l’illusionismo onirico”, con l’intento di creare un cortocircuito visivo nell’osservatore. Entrò in contatto con Andrè Breton, massimo esponente del movimento surrealista letterario, con il quale approfondì i propri studi in materia, esordendo con una mostra di circa 61 opere presso la galleria “le Centaure” di Bruxelles.

Le sue opere sono fortemente legate ai sogni, contrappongono oggetti reali per ottenere immagini totalmente assurde, giocando con spostamenti di senso utilizzando sia accostamenti inconsueti che deformazioni irreali.

In relazione all’opera “I misteri dell’orizzonte”, l’autore stesso affermò:

Ogni uomo ha la sua luna. Quando pensa, pensa alla sua luna.
Ognuno ha la sua luna, eppure c’è una luna sola. Questo è un problema
filosofico: come dividere l’unità. Il mondo è un’unità, eppure, quest’unità
può essere divisa. Questo è un paradosso prodigioso. Perciò lo chiamo
il capolavoro. È un paradosso e dobbiamo accettarlo. C’è una luna sola,
ma ogni uomo ha la sua idea della sua luna, che è la stessa luna. […]
Inoltre è un mistero. Il pensiero ha un orizzonte, ed è un mistero che il
pensiero abbia quest’orizzonte: e non spazio, non spazio infinito.”

Renè Magritte

Il “principio di vicinanza” è la chiave di lettura del quadro, che consente di differenziare l’uomo con la propria luna in primo piano, rispetto agli altri due uomini: uno rappresentato di tre quarti e l’altro di profilo, ciascuno sovrastato dalla propria luna, (si avanza un’ipotesi che suggerisce l’idea di uno stesso uomo); crea un cortocircuito che impedisce un’immediata comprensione dell’opera.

Infatti, il principio di vicinanza, contro il fattore della somiglianza, serve a sorreggere il significato. L’autore ha scelto di rappresentare un’unica luna, perché altrimenti ciascun uomo avrebbe avuto un proprio punto di vista sulla stessa luna, ma non avrebbe potuto affermare che ogni uomo possiede la propria.

Magritte sceglie un approccio alla teoria “Mentalista” (approccio psicologico che spiega il comportamento ricorrendo a processi mentali non identificabili dall’esterno), poiché ha strutturato il quadro secondo precisi accorgimenti percettivi.

Considera questa teoria come un realismo, dichiara in un’intervista:

“Suppongo che lei potrebbe chiamarmi surrealista. La parola va bene.
Lei deve usare una qualche parola. Si dovrebbe però dire
piuttosto realismo, benché questa parola venga riferita di solito alla vita
quotidiana, quale si svolge in strada. Realismo dovrebbe significare
invece il reale, unitamente al mistero che è nel reale.”

Lo sguardo è guidato da fattori percettivi di cui Magritte poteva in parte ignorare l’esistenza, ma non le loro regole d’applicazione. Con la frase “c’è una sola luna” il pittore desidera evocare il “mistero”, accostando a questo termine un paradosso rispetto all’inconciliabilità con il primo significato.

Pur essendoci una sola luna, ognuno la percepisce in modo diverso, e questo si amplifica anche nella visione del mondo, che pur essendo unitario ne esistono tante versioni quanti i suoi abitanti. Nessuno può capire fino in fondo la visone dell’altro, per questo si creano spesso incomprensioni, disaccordi ed equivoci.

“Ogni persona è un enigma. E’ un puzzle non solo per se stesso, ma
anche per tutti gli altri, e il grande mistero del nostro tempo è il modo in
cui decifrare questo puzzle.”

Theodore Zeldin