Pensate a un mondo senza regole: sarebbe un’ incommensurabile bellezza o un incontrastabile pericolo? 

 

Io, ad esempio, credo che una società senza  “istruzioni d’uso” lasci troppi nervi scoperti. 

 

Ci sono ambiti, tanti, in cui le regole sono stilate, create, eppure restano immobili e cristallizzate nella loro forma teorica. Questa dicotomia ‘teoria-pratica’ colpisce come una malattia irreversibile anche l’uso della lingua italiana. 

 

La nostra lingua vive da sempre una trasformazione, nel tempo e nello spazio (come è naturale che sia), ma oggi, più che mai, è vittima di una corsa al ribasso. Questa condizione è maturata anche per un uso errato della nostra lingua in politica. Le persone comuni, sentendo articolare un pensiero in maniera stropicciata in ambito amministrativo, credono di parlare, comunicare bene: quella modalità è simile alla loro. 

 

Dal 1994 la politica dirotta il proprio linguaggio e impara ad adeguarlo a quello del destinatario, creando per lui “spazi domestici”, cercando di allacciare una relazione confidenziale e complice. La nuova strategia ha portato a credere che il consenso non sarebbe mai stato interamente riducibile ad un valore di scambio, quando cercava di fare proprio questo.

 

La politica classica era autoreferenziale, usava il politichese, indecifrabile e tecnico. Un occhio tecnico noterà però che a una retorica se ne è solo sostituita un’altra. Oggi l’uomo politico vuole che il suo uditore si  rispecchi in lui e questa intuizione l’ha avuta un imprenditore che, dalla metà degli anni ’90, ha padroneggiato la scena politica del nostro paese: Silvio Berlusconi; riecheggia ancora nella memoria di molti la frase <<bisogna farla finita con una politica di chiacchiere incomprensibili>>. 

 

Si è approssimato ad un uso simile, cioè volutamente popolare, Umberto Bossi. Quest’ultimo ha fatto grande ricorso al turpiloquio, alla koinè di appartenenza e a una esasperata forma di violenza verbale. Assunta la fortunata “lingua di tutti”, nei soggetti politici è diminuita la quota di lessico filosofico, giuridico e letterario.

 

Nel tentativo di arrivare pienamente al paradigma del rispecchiamento, la politica ha iniziato ad abbandonare la norma linguistica, sottraendola agli imperativi della funzionalità e utilità. L’uso chiaro dell’italiano è sempre meno rilevante nella routine della vita politica quotidiana. I politici della vecchia generazione erano grandi oratori, oggi hanno difficoltà con la grammatica. Ciononostante, associare il buon uso linguisico a un pezzo di carta è sbagliato. Il dilettantismo potrebbe essere peculiarità anche di plurilaureati. Esiste, a mio avviso, una curiosità personalissima che porta ad ambire alla perfezione d’uso e che prescinde dal percorso scolastico e universitario.

 

Insomma :”da un politico, se di talento, non si pretende che abbia un trascorso tra i banchi”.

 

Oggi, l’uso intensivo di internet, e del suo linguaggio, sono amplificatori di un uso confuso delle regole dell’italiano; l’ italiano in rete risponde a regole nuove, vive una condizione libera e meno controllata. Ormai la politica adegua i tempi e le esigenze a quelli dei media; la scrittura sui social network  non prevede mediatori, controllori o correttori e i politici spesso non hanno uno staff che cura le loro pagine, ma scrivono in prima persona. 

 

Qualche esempio dal web: 

“ha fare” ( Daniela Santanchè)

“spero vi servi” (Alemanno)

“migrante definito gerundio” ( Salvini)

“soddisfamento” ( Alessandro di Battista) 

 

In altre sedi: 

 

“breve e circonciso” ( in luogo di conciso) 

“le notizie corrino” ( Nicola Zingaretti) 

Purtroppo oggi interessa far recepire il messaggio, senza tener conto della forma. C’è chi ha catalizzato l’attenzione attraverso i propri strafalcioni, si pensi all’ onorevole Antonio Razzi.

 

Secondo alcuni si tratta di una strategia consapevole:

 

“Nel bene o nel male, purché se ne parli”.

 

La grammatica non è un accessorio. La grammatica è come un balsamo, rigenera la lingua. Coloro che conoscono le reali impalcature dell’idioma, sono ormai dominatori silenti di una grande risorsa.

 

“La trasformazione in senso ‘populista’ rappresenta oggi la più vistosa caratteristica della scena politica”.