LA LOGICA DEI PERCHÉ: PERCHÉ COSÌ TANTI PERCHÉ?

Il mondo va avanti a perché e ciò viene sottovalutato.


La curiosità umana è spesso accantonata e sovrastata dalla noia del non voler rispondere.
Non sei sicuramente una persona orribile se hai desiderato ardentemente di tappare la bocca ad un bambino o rinchiuderlo in una stanza insonorizzata all’ennesimo perché sulla vita, riempiendoti conseguentemente di tanti complessi tali da far concorrenza a quelli dei testimoni di Geova e la loro domanda di rito “secondo lei, cosa c’è dopo la morte?” alle nove di domenica mattina. Non sei un essere spregevole ma forse sei esasperato da tutta questa determinazione infantile nello scoprire il mondo e ogni sua sfaccettatura, cosa tra l’altro impossibile, se non vogliamo fare tutti la stessa fine del caro Dottor Faust.

Non si ha una risposta a tutto e questo è umanamente normale. Frustrante? Anche. La curiosità è insoddisfazione ma se da una parte l’insoddisfazione brutta genera noia – accertato da un tale di nome Schopenhauer, drama queen e dirigente del club degli annoiati cronici –, dall’altra sponda abbiamo il senso di tendenza verso lo sconosciuto, una sorta di Sehnsucht che ci porta ad infilare i piedi in un lago senza sapere quanto in realtà sia profondo. Ed è questo sentimento bellissimo del perché che ha mosso le più grandi menti a scoprire cose impensabili, a scrivere capolavori che moriranno col tramontare della razza umana. A rendere il mondo “il migliore dei mondi possibili”, come ci ha saggiamente illuminati Leibniz.


La curiosità genera dialogo e, come una catena di montaggio, esso richiede capacità argomentativa alla quale si deve coniugare una certa capacità linguistica. Ma la verità è che questo è solamente un “circolo vizioso”, perché nemmeno il più intelligente degli intelligenti è riuscito ad argomentare senza prima farsi quattro domande e darsi – sfortunatamente – due risposte. Nonostante tutti questi quesiti irrisolti, c’è un fattore che gioca a nostro favore: sappiamo che questo processo del confronto, del dialogo e del voler sovvertire il mondo tra un perché e un come mai ha un nome e la scienza linguistica lo ha brevettato come “funzione euristica”.

Questa funzione, che a dirla tutta potrebbe essere scambiata con il titolo di una tragedia greca, non è altro che il processo secondo il quale un umano normodotato a partire dal secondo anno di età comincia a chiedere il “perché” di tutto ciò che può avere una spiegazione e non.

La “bellezza” di questo procedimento risiede nella sua bifunzionalità, infatti si dà il caso che, dal punto di vista di chi compie la domanda, il processo euristico attivi la relazione causa-effetto, ovvero capire che ogni azione ha una causa, e dal punto di vista, invece, del ricevente, esso metta in moto la capacità di decentramento. E se storci il naso leggendo questa parola non avendo la minima idea di cosa significhi, ritieniti fiero di te stesso, dal momento che hai appena imparato che il decentramento è la capacità di calarsi in panni di altri individui con opinioni diverse dalla propria. Niente di troppo complicato.


Inutile additare i bambini: il procedimento è insito in ogni essere umano, ma bloccare la funzione euristica in particolar modo di un bambino in è un boicottaggio al suo futuro livello culturale, alla sua intelligenza, alla sua persona.
Bisogna chiedersi perché. Bisogna essere curiosi, cercare risposte, confrontarle ed entrare in conflitto con le altre. Il dialogo è fondamentale; discutere, nei limiti del rispetto, è più formalizzante di quanto lo sia una semplice lezione scolastica o universitaria che sia.


Siamo umani, non siamo robot. Essere ignoranti con la facoltà di smettere di esserlo è uno dei più grandi poteri dell’uomo e ancora più grandioso, meraviglioso, strabiliante è il fatto che tutto l’ordine cosmico, tutto ciò a cui noi siamo abituati da quando mettiamo piede al mondo a quando lo abbandoniamo, gira attorno ad un’unica parola: perché?