Dal pensiero di Dostoevskij, alla spiazzante realtà dei giorni nostri.

È possibile affermare ancora oggi che questa frase rispecchia la società contemporanea? È davvero sulla bellezza che si basa la ricerca dell’uomo, in particolare dei ragazzi di oggi?

Innanzitutto,bisogna chiarire il concetto di bellezza che ha angustiato, straziato e tormentato tutti gli artisti nel corso dei secoli. Per gli antichi romani era “mens sana in corpore sano”, per i greci era l’attenta e minuziosa ricerca volta al raggiungimento della perfezione attraverso canoni ben definiti, per Dante era qualcosa che andava vissuta, non spiegata, ciò che libera e scatena emozioni che le parole non potrebbero esprimere, per Winckelmann il bello ideale è “nobile semplicità e quieta grandezza”.
Ma oggi che cos’è, o meglio, come viene vissuta la bellezza?

Il panorama che si scorge affacciandosi nel mondo del rapporto fra arte e giovani non è dei migliori, sempre meno ragazzi sono interessati e appassionati di opere d’arte o della stessa storia dell’arte, questo si può notare già dalla scelta delle scuole superiori, spesso il liceo artistico viene etichettato come“il luogo dei nullafacenti”, mentre invece potrebbe essere al pari di un qualsiasi altro liceo degno di questo nome, spesso si dà all’arte un ruolo marginale: l’ultima sponda a cui appoggiarsi quando non si hanno altre alternative.

Probabilmente l’atteggiamento dei ragazzi è solamente una risposta a ciò che la società contemporanea offre loro, basata sul “tutto e subito”, i giorni vengono vissuti freneticamente, ciò che preme è riempire ogni secondo, ogni minuto, ogni ora; raramente ci si prende un momento per pensare, per chiudere gli occhi e riflettere, tanto meno per passare del tempo in un museo “pieno di robaccia vecchia, ormai passata”.

Non c’è da stupirsi se sta accadendo ciò, è molto più comodo rimanere a casa sul proprio divano a guardare un talent o una serie tv piuttosto che uscire per rinchiudersi in un posto dove le figure non si animano, rimangono fisse a fissarti, questo costringerebbe a riflettere, a prendere il coraggio di confrontarsi con la consapevolezza di avere davanti l’infinito, con la consapevolezza di essere finiti. Sono i limiti associati alla propria fragilità che spesso spaventano, l’arte non fa altro che riflettere quella stessa fragilità, trasmutandola in forza.
Non si può banalmente attribuire questo disinteresse solamente alla tecnologia che sta prendendo sempre più piede, ma è la comodità che frena le menti e la voglia di conoscere, quella stessa voglia di spostarsi per poter vedere ciò che tranquillamente si trova a portata di clic; nessuno avrebbe più la folle idea di scolpire un David di due metri o ricercare e rappresentare i moti dell’anima attraverso un dipinto.

Ma nonostante questo ci sono molti ragazzi che non hanno paura di innamorarsi dell’arte, di lasciarsi trasportare in questa galassia ignota, magari sono la piccola scintilla che potrebbe riaccendere un falò.