Durante la prigionia, Rudolf Höss (spesso traslitterato con la grafia di Höß), ufficiale tedesco e comandante del campo di concentramento di Auschwitz, scrisse la sua autobiografia intitolata Comandante ad Auschwitz

Primo Levi, autore di Se questo è un uomo, così comincia la prefazione all’edizione Einaudi dell’autobiografia di Höss:

Di solito, chi accetta di scrivere la prefazione di un libro lo fa perché il libro gli sembra bello: gradevole da leggersi, di nobile livello letterario […]. Questo libro sta all’estremo opposto. È pieno di nefandezze raccontate con una ottusità burocratica che sconvolge […]. Eppure questa autobiografia del Comandante di Auschwitz è uno dei libri più istruttivi che mai siano stati pubblicati […]. Secondo ogni previsione, Höss sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell’ordine […]. Invece, passo dopo passo, si è trasformato in uno dei maggiori criminali della storia umana.” 

Effettivamente bisogna dar credito a Levi, in quanto da un mero punto di vista letterario, l’autobiografia appare asciutta, priva di virtuosismi di alcun tipo, a tratti noiosa. L’interesse che ruota attorno all’opera è esclusivamente storico, poiché Höss descrive oggettivamente la situazione di Auschwitz e ne parla con la leggerezza che contraddistingue l’impiegato che parla della sua giornata lavorativa una volta tornato per cena. 

[Höss] è stato uno dei massimi criminali mai esistiti, ma non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato tedesco, sta tutta nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere”.

Viene quindi ribadita una descrizione di un Höss mediocre, non carnefice e sadico uccisore di milioni di innocenti, ma semplice esecutore di ordini imposti dall’autorità vigente. Al contrario di Eichmann, il principale fautore della Soluzione Finale, il ritratto che ne esce fuori non ha tratti satanici, proprio poiché Höss si crogiola nella sua mediocrità di funzionario rispettoso dell’ordine e della disciplina. La sua biografia aiuta a comprendere meglio questi aspetti del suo carattere.

Nato in una famiglia di commercianti, il padre vorrebbe che divenisse sacerdote, ma al contempo lo sottopone a una rigida disciplina militare. Divenuto presto orfano partecipa appena quattordicenne alla Grande Guerra, ormai il suo universo morale si riduce al Dovere, alla Patria, al Cameratismo e al Coraggio. 

Nel primo dopoguerra, si arruola in un corpo volontario, con il quale viene coinvolto in un assassinio politico, è condannato a 10 anni di prigione.

Il regime carcerario è duro, ma gli si confà: non è un ribelle, la disciplina e l’ordine gli piacciono, anche espiare gli piace; è un carcerato modello. […] Ordine ci vuole, in tutto; le direttive devono venire dall’alto, sono buone per definizione, vanno eseguite senza discuterle.

Qui si intravede l’aspetto mostruoso di Höss, egli difatti è un cieco osservatore del comando, qualsiasi esso sia, anche se fuori luogo e aberrante per la dignità delle persone. Sono questi i peggiori mostri, coloro ingenui, privi di senso critico, i quali dietro i nomi altisonanti di “Dovere” e “Patria” si macchiano dei peggiori delitti. 

Il comandante stesso in una pagina del suo diario afferma: “Devo confessare di aver assolto il mio compito con coscienza ed attenzione, di non aver avuto riguardi verso i prigionieri, di esser stato severo e spesso duro” .

È interessante vedere come nonostante la fine del Conflitto, e la successiva condanna del regime nazista, Höss non ammetta completamente i suoi torti verso gli ebrei, i quali vengono apostrofati come “abbastanza perseguitati”. In questo Levi ci offre una delucidazione: “Proprio il tema degli ebrei ci fa vedere quanto abbia pesato sulla Germania la propaganda di Göbbels, e quanto sia difficile, anche su un individuo arrendevole come Höss, cancellarne gli effetti”. La macchina della propaganda messa in atto da Göbbels, Ministro per l’Istruzione pubblica e la Propaganda, viene tutt’ora additata tra le principali cause dell’ascesa al potere del partito Nazionalsocialista. Qui si impone il regime totalitario del Reich, in quanto totalizza ogni aspetto della vita, pubblica e privata, dei suoi cittadini. Dalla prima infanzia, sino all’età adulta, lo Stato deve imporsi come espressione collettiva di ogni singolo individuo, e così sarà. Lo stesso Höss nelle ultime pagine del suo diario affermerà: “Io sono nazionalsocialista come prima, nel senso che questa è la mia concezione della vita”.

Di ulteriore chiarimento è l’articolo di Alberto Moravia intitolato “Il Mostro Mediocre” apparso sul Corriere Della Sera il 15 luglio 1960. 

La mostruosità di Höss, tutta culturale e storica, deriva dal fatto che ai nostri tempi, per la prima volta forse, all’uomo medio sono stati proposti idoli e idee mediocri, in cui credere e morire; ossia, in altri termini, se stesso e le proprie idee”. Qui Moravia stigmatizza alla perfezione il comportamento dell’uomo del Novecento, il quale si erge a oltre uomo invincibile, slegato da ogni convenzione sociale e impunibile dalla legge terrena. Si porta a compimento ed esasperazione quella tendenza iniziata nell’Ottocento quando l’individualismo, prendendo forma, ha dato origini ai moti rivoluzionari, prima quelli del’20, poi quelli del ’30 ed infine quelli celeberrimi del ’48. Con l’avvento del Novecento, l’individualismo forma l’uomo leviatano, consapevole di dominare sulla materia ovvero il mondo. 

Evidentemente le idee di Hitler oltre ad essere mediocri erano anche distruttive […]. Ma la mediocrità, ossia la limitazione meccanica e utilitaria della persona umana, porta alla disumanità e questa la ritroviamo così nei campi di sterminio”. Si potrebbe tentare un paragone ardito: ciò che accadde negli anni ’30 in Germania con Hitler, non è in fondo così diverso (con i dovuti paragoni e sfumature di contesto storico) da quanto accade oggi nel mondo di Internet. Una volta il mediocre dava libero sfogo alle sue convulsioni mentali seduto al bancone di un bar dopo un bicchiere di troppo, senza danneggiare la collettività poiché il discorso terminava lì. Ora invece la Rete ha dato parola eterna – in quanto nulla è realmente cancellabile – a orde di mediocri (o imbecilli che dir si voglia) eletti a uomini-modello i quali hanno la stessa rispettabilità di Premi Nobel, come affermava lo scrittore Umberto Eco. Guardiamoci da chi sputa sentenze in nome della verità. Chi ha questa presunzione sbaglia già in partenza.

Höss diviene anche egocentrico nel suo peccato indicibile, poiché mentre parla dei bambini che finivano nelle camere a gas spiega: “Non c’è cosa più dura che dover passare sopra queste cose con freddezza e senza pietà né sentimento”. Qui il gerarca nazista vuol spostare l’attenzione non sull’atrocità dell’infame delitto, ma al suo sentimento di dolore e rassegnazione, nutre una vera e propria esclusiva dei sentimenti. Come evidenzia Moravia: “Il dramma del carnefice che soffre di essere costretto ad assassinarli”. 

Altro importante punto di vista ci giunge dallo scrittore triestino Claudio Magris che nella sua opera Danubio fa una piccola digressione su Höss:

Per questo il libro è un monumento, la registrazione delle barbarie, preziosa contro i reiterati e abietti tentativi di negarla o almeno di smussarla, sfumarla. Il comandante di Auschwitz. Assassino di centinaia e centinaia di migliaia di innocenti, non è più abnorme del professore Faurisson, che ha negato la realtà di Auschwitz”.

A seguito dell’aberrante scoperta dei campi di sterminio e della stima delle vittime (ad oggi si stima che il regime nazista abbia totalizzato tra i 15 e i 20 milioni di morti), sono nati vari movimenti revisionisti, i quali ridurrebbero il numero delle vittime, o addirittura negazionisti, i quali negano completamente l’esistenza dell’Olocausto. Il professor Faurrison, francese con cittadinanza britannica, è sicuramente il più noto e autorevole tra questi. La comunità storica si è dissociata dai suoi studi, i quali sono stati ritenuti fallaci e privi di nessi logici. 

Aggiunge Magris: “Il libro di Höss è terribile- terribilmente istruttivo- perché la sua epica concatenazione di fatti mostra come nella meccanica ruota delle cose si possa giungere, un passo dopo l’altro, a diventare non solo vigili urbani o cuochi dell’esercito del Terzo Reich, comparse dell’orrore, ma anche primattori e registi dello sterminio, comandanti ad Auschwitz”. 

La Giornata della Memoria, non è fine a sé stessa, non deve ridursi al minuto di silenzio delle pubbliche Istituzioni, o alla maratona settimanale sui film a tema Olocausto. Deve, invece, essere da monito alla collettività. La storia, con le dovute condizioni societarie, è ciclica e nulla potrà impedire il ricrearsi di certe situazioni analoghe agli anni ’30. L’unica arma a nostra disposizione risiede nella cultura e nella consapevolezza che l’uomo mediocre se mitizzato dà forma a forze distruttrici mortali per l’uomo. 

Concludo citando lo stesso Höss, il quale in una lettera al figlio Klaus scrive: 

“Mio caro Klaus! Tu sei il più grande. Stai per affacciarti sul mondo. Ora devi trovare la tua strada nella vita. Hai delle buone capacità. Usale! Conserva il tuo buon cuore. Diventa una persona che si lascia guidare soprattutto dal calore e dall’umanità. Impara a pensare e giudicare responsabilmente da solo. Non accettare tutto acriticamente e come assolutamente vero, impara dalla vita. Il più grave errore della mia vita è stato credere fedelmente a tutto ciò che venisse dall’alto senza osare d’avere il minimo dubbio circa la verità che mi veniva presentata. Cammina attraverso la vita con gli occhi aperti. Non diventare unilaterale: esamina i pro e i contro in ogni argomento. In ogni tua impresa non lasciare parlare solo la tua mente, ma ascolta soprattutto la voce del tuo cuore”.