PHILLIPS, SUCCESSO MERITATO? FINO A CHE PUNTO?

Alla base del successo di “Joker”(2019) di Todd Phillips vi è sicuramente un certo metodo nel raccontare tematiche difficili e di impegno in maniera accattivante, utilizzando un genere per mostrare altro. Questo processo è sempre intrigante, soprattutto per i critici europei e soprattutto se vi è una conciliazione di forza espressiva e forza di contenuti. 

Con un po’ di freddezza, quel “sicuramente” perde sostanza.

Ci sono dei “ma”.

Se molti critici hanno “storto il naso”, è perché credono di aver riscontrato una certa superficialità nell’aspetto autoriale. Non tanto perché non vi sia qualche tratto caratteristico del regista, ma perché molti sono solo abbozzati o ripresi citazionalmente approfittando della capacità mediatica di un personaggio come “Joker”. 

Un “ma” ancora più grande e coerente con il primo riguarda il fatto che: a) i film che più cita e quasi copia Phillips per dare spessore psicologico, sociale, politico (e soprattutto narrativo) sono degli anni ’70 – ’80 e furono ben più originali e interessanti di quanto possa effettivamente esserlo oggi questo cinecomic snaturato ambientato in quel periodo; b) due citazioni evidentissime per tutto l’arco narrativo riguardano “Taxi Driver” e “Re per una notte”, due film che sicuramente hanno qualcosa di autoriale, ma che sono, prima di tutto, film di un certo Martin Scorsese.

Dunque, chiaramente hollywoodiani, ma con una forte e riconoscibile impronta di stile e contenuti.

Per cui cos’ha davvero di speciale questo “Joker”?

Prima di rispondere, torniamo agli altri due citati. Del primo (1976), famosissimo, è stato detto già tutto. Ricordiamo solo che la psicologia e l’aspetto sociale, a partire dall’ambientazione di questa New York sporca, decadente e rude, sono molto ben concentrati nell’evoluzione del personaggio di Trevis Bickle, un uomo semplice, poco istruito, con un lavoro stressante e mal pagato, che ha ambizioni semplici e cerca solo un posto nel mondo. Un uomo solo, circondato da violenza e precarietà, che riceve delusioni e non sa come appagare le proprie mancanze. L’aspetto interessante è che più la sua immagine e la sua persona ricevono “schiaffi”, più il suo ego depresso e la sua ambizione sentono il bisogno di crescere, fino ad una una rivalsa “eroica” nel finale che è la vera forza critica e del personaggio, e del film stesso.

Arthur sembra vicino a questa descrizione, in quanto recluso e abbandonato a sé stesso anche a causa della sua malattia. Forse però non ha abbastanza motivazioni e troppe contraddizioni, poiché sembra molto disinteressato all’aspetto politico e sociale. Trevis non è un uomo molto consapevole a livello politico, ma esprime più volte la sua opinione nel film, si interessa un minimo ed è coerente in quanto costruito in modo da non aspettarsi una grande capacità critica, essendo poco istruito.  Arthur un momento odia l’autorità, la burocrazia, il che ha senso. Il momento dopo non se ne importa nulla e quello dopo ancora odia solo un certo tipo di figure (né autorevoli, né autoritarie). Da un certo punto, prova fastidio esclusivamente nei confronti di personaggi di classe benestante e che sono sempre i più “stronzi”.

Contraddizione col fatto che la prima volta che viene malmenato, in questo caso da dei ragazzini di colore, ha una reazione molto più pacifica. Certo, questo avviene a inizio film, però si critica proprio il fatto che ciò che accresca la rabbia di Arthur, man mano che si va avanti, è direttamente proporzionale all’aumento dello status sociale di chi lo aggredisce mediaticamente e fisicamente. Un po’ banale come semplificazione. 

L’affresco sociale di Taxi Driver rappresenta il problema probabilmente con lo stesso punto di vista ideologico di base, ma tenendo conto della ricchezza di complessità e di possibilità di una metropoli piena di gente di ogni tipo e con storie individuali diverse; inoltre la critica è più mirata e più sottile.

Altra contraddizione notata da molti è la ricerca di Arthur di empatia, di rispetto e di compassione per il proprio disagio, che però egli stesso non ha nei confronti degli altri (madre compresa). Il rapporto tra lucidità e follia non è molto chiaro e coerente, perché questi assumono valori e capacità motivazionali da un momento all’altro, all’improvviso. Nonostante le semplificazioni, che forse hanno più efficacia metaforicamente, manca un po’ di chiarezza.

Scorsese ha qualcosa di neorealista oltre che di moderno e postmoderno. Phillips insegue il realismo e allo stesso tempo si perde nel tentar di rendere il personaggio fantastico (ma non in un mondo fantastico, come Burton fece).

Veniamo all’esempio più rilevante: “Re per una notte”(1982), per concretizzare ancor di più i ragionamenti precedenti.

Ancora una magistrale interpretazione di De Niro. Stavolta, per raccontare la storia di Rupert Pupkin, aspirante comico televisivo (ma signor nessuno) ossessionato da uno showman di successo. Tanto da illudersi e da sognare, da immaginare di essere un suo amico e futuro collega. Ci sono affinità col capolavoro precedente. L’approccio è leggermente diverso, perché si passa da un prodotto con sfumatura neorealista a uno più realistico. Il taglio stilistico – narrativo è meno caratteristico, i toni meno pesanti (apparentemente), meno graffianti. Sembra quasi che per parlare di tv, anche lo stile sia più televisivo (le scene di “televisione” sono le più artificiose). Si fa leva sull’ironia e su temi affini ma diversi. Qui è più il “sogno americano” ad essere messo sotto accusa. Vi è ancora una certa frustrazione, una certa depressione, una certa solitudine, una  (sì, certa) mancanza di attenzioni e di affetto. Quando il protagonista alla fine fa lo sketch ironizzando sul suo passato, si capiscono tutte le sue insicurezze e il riso diventa malinconia.

Rispetto alla pellicola dei nostri giorni, la trama è praticamente la stessa. Anche in molti dettagli e in molte scelte. Ancora una volta però Scorsese è più bravo. Il protagonista è un disturbato, ma pur essendolo da subito per traumi e storia personale, la parabola di sviluppo del personaggio è ascendente e c’è coerenza. Le svolte sono sempre motivate e il precipitare degli eventi è la più naturale conseguenza di un accumulo di comportamenti e di risposte mancanti che vanno nella stessa direzione nella trama. La tensione cresce perché le speranze che prima arrivano e poi cadono e proseguono in questa oscillazione fino alla capitolazione finale e all’atto di forza rendono l’illusione di Rupert sempre più impegnativa da sostenere e dunque esasperante. E la morale infine è chiarissima:

<< […] Ma vedete, io la penso così: meglio re per una notte, che buffone per sempre!>>

Vi sono intere scene letteralmente riprese, come quella, stupenda, di Rupert che si presenta e fa lo sketch davanti ad un post-cartellone raffigurante il pubblico dello show del paterno e amico (immaginario) conduttore Jerry (in “Joker” invece tutto avviene davanti alla tv; il montaggio sonoro è identico). Oppure la madre che gli urla dall’altra stanza mentre il protagonista, nel suo delirio illusorio, recita la parte del proprio personaggio. Perfino il modo di vestirsi, sopra le righe, ricorda un po’ De Niro. Che, come se non bastasse, recita la parte di uno showman…

Si vede la voglia di catturare l’essenza dei due film citati (e di altri da noi non menzionati), forse semplicemente di omaggiarli, perdendo inevitabilmente qualcosa per strada a causa di tempi, esigenze narrative, complessità ed “esuberanza” di un personaggio come Joker.

Per chi pensa che fin’ora si stia parlando male di “Joker” si sbaglia (in parte). Questo non sarà un capolavoro, ma è bel film. Ha il merito di essere cinema puro. Puro prodotto cinematografico perché, come catalizzatore e come forza espressiva, colpisce e dà comunque qualche spunto interessante: racconta una storia coinvolgente, ha una fotografia e dei colori ipnotizzanti ed emozionanti, una colonna sonora davvero inquietante e allo stesso tempo euforica. 

Ma soprattutto, il suo punto di forza è il fascino. Il personaggio di Joaquin Phoenix è affascinante (pensiamo alle sequenze in cui danza) e dà una parvenza di libertà, di leggerezza (nel fuggire con stile dalla pesantezza), un po’ anche stridenti con il background del personaggio (l’effetto pare essere più positivo che negativo, ma il significato e il “potere” della pazzia sono un po’ ambigui nel film…). Per non parlare dell’impatto emotivo, su cui si è puntato molto.

E questo fascino, per fortuna o purtroppo, è forse un superamento del postmoderno nell’esaltazione massima produttivamente, mediaticamente, e a livello sensazionale, di qualcosa che è ancora troppo hollywoodiano nelle logiche e troppo poco originale per la mia idea di “cinema con qualcosa di nuovo che l’autore ha da dire o da mostrare”. Ma intelligentemente, furbamente, attira, cattura.

Dunque bello, ma non tanto per merito suo.

Il consiglio, è quello di rivedere i due antenati e poi pensarci su.