Dopo i sabotaggi dei droni agli oleodotti arabi, anche l’Arabia si inasprisce a seguito dell’accusa di Washington a Teheran.

Washington accusa Teheran dei sabotaggi di alcune petroliere saudite e degli Emirati Arabi, avvenuti tra sabato e domenica al largo di Fujairah. Le navi sono state attaccate in acque territoriali degli Emirati Arabi Uniti, e proprio Abu Dhabi ha chiesto agli Stati Uniti aiuto nelle indagini. Da quanto riferito da funzionari americani, citati dai media, le valutazioni preliminari indicherebbero che l’esplosivo usato contro le navi sarebbe di origine iraniana

A collocarsi sul piede di guerra, quindi sono proprio gli Stati Uniti, che hanno recentemente spostato la portaerei Abram Lincoln pericolosamente vicino ad obiettivi sensibili iraniani nel golfo persico, esattamente nello Stretto di Hormuz.

Il segretario di stato Mike Pompeo (già fin troppo noto per i dibattiti nordcoreani), ha denunciato delle perpetrare ostilità da parte dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti e, ad onor del vero, sono state diverse le proteste “anti-Usa” svoltesi a Teheran nelle ultime settimane. 

Federica Mogherini, alto rappresentante europeo per la politica estera e la sicurezza europea, si è rivelata preoccupata per il rischio di una possibile escalation in una regione che non ha bisogno di ulteriori elementi di tensione e di destabilizzazione. 

Dobbiamo ricordare la perenne cupidigia degli Stati Uniti e dell’Europa nei confronti di oleodotti ed idrocarburi, sempre più essenziali per mantenere un fabbisogno energetico in crescita.

Nel frattempo l’Iran nega e reclama l’apertura di un’indagine ufficiale riguardo ai sabotaggi nel Golfo Persico.

Teheran tuttavia mette in guardia gli “avventurieri stranieri”, cercando come al solito di restare neutrale ma in posizione dominante.

Sarebbe sciocco non rendersi conto che l’Iran è un tassello importante nel mosaico mediorientale, attualmente è probabilmente il paese più indipendente da un punto di vista strutturale.

Ma con la guerra dei dazi in corso, i sabotaggi nel Golfo e l’emergenza terrorismo, le macerie del conflitto siriano e un Europa instabile e precaria alle prese con una pesante involuzione, l’ultima cosa che occorre è una Quarta Guerra del Golfo, scenario fin troppo probabile.

Ciò che è certo è che se ci fosse davvero un nuovo conflitto di tale portata ci toccherebbe aprire l’ombrello perché volerebbero schiaffi e stavolta, molto probabilmente, saremo proprio noi a prenderli.