Per definizione, l’invecchiamento è una condizione fisiologica caratterizzata da una serie di cambiamenti fisici, sociali, ma soprattutto cerebrali.

Prima di cominciare a parlare di cosa sia l’Alzheimer, mi sembra opportuno innanzitutto fare una distinzione tra invecchiamento “sano” (o meglio fisiologico) e invecchiamento “patologico”. Cominciamo con il primo.

L’invecchiamento “ritenuto sano” è quell’invecchiamento dove il soggetto anziano, a causa anche dell’avanzamento dell’età, ha una maggior lentezza nell’elaborazione delle informazioni,ha qualche deficit di memoria (non così determinante come per l’Alzheimer) e , inoltre, ha difficoltà a inibire una risposta piuttosto che un’altra. Proprio per questi motivi, infatti, egli tende a privilegiare i cosiddetti processi “bottom up”, ovvero tutti quei processi automatici che si svolgono nella routine. 

Da un punto di vista strettamente cerebrale, si pensa che chi invecchia perde gran parte delle cellule nervose, ma così non è! Infatti, ciò che cambia con il progredire dell’età, è sostanzialmente la densità sinaptica e quindi l’arborizzazione dendritica. Cosa vuol dire questo? Significa che, l’invecchiamento fisiologico, comporta con sé una perdita di contatti sinaptici a livello cerebrale con un conseguente peggioramento nell’area dell’ippocampo, il quale risulta essere maggiormente compromesso rispetto ad una persona giovane, oltre ad avere un volume inferiore.

Questo, ripetiamo, nell’invecchiamento fisiologico perché nell’invecchiamento patologico, invece, si ha una perdita delle cellule nervose. 

Ma cosa è l’invecchiamento patologico?

Quando si parla di invecchiamento patologico si fa riferimento a quelle malattie neurodegenerative che molto spesso sono geneticamente complesse, ossia non si conosce la causa o il fattore genetico da cui derivano. Una fra tutte, l’Alzheimer. 

L’Alzheimer è appunto una malattia neurodegenerativa geneticamente complessa, con l’eccezione dell’Alzheimer familiare che è geneticamente determinato. 

La malattia comincia con un danno monodominio, ovvero un danno cognitivo puro di memoria; successivamente la malattia degenera (e quindi continua) fino a portare il soggetto  ad avere una povertà di linguaggio e alla fine ad essere talmente invalidante che molto spesso si finisce allettati. 

Il decorso della malattia, purtroppo, non consta di tempistiche precise: può durare pochi anni così come anche 5, 6 o 10 anni! Varia da soggetto a soggetto. 

Come si accennava prima, essendo una malattia neurodegenerativa, è caratterizzata da una perdita neuronale: in particolare da un accumulo di proteine mal processate ( e pertanto disfunzionali ) quali la proteina Beta – Amiloide e la proteina Tau. Queste proteine sono presenti in tutti noi e hanno una funzione normale: diventano patologiche nel momento in cui vengono mal elaborate! 

Il soggetto con demenza di Alzheimer, inoltre, è caratterizzato da un cervello che assomiglia ad una noce avvizzita, con la formazione di solchi che sono molto più ampi e larghi (in quanto c’è una riduzione della sostanza grigia). 

Tra i fattori di rischio che possono portare ad avere l’Alzheimer ( ma in generale una demenza) riscontriamo l’età e, da un punto di vista prettamente neuronale, un taglio beta (anziché alfa) con il conseguente accumulo e aumento di peptidi beta-amiloidi.

Quindi, per cercare di prevenire una qualsiasi forma di demenza, è opportuno tener presente i cosiddetti fattori protettivi, come:

  • Fare attività fisica (anche camminare un’ora al giorno, andare in bici, fare sport, ecc.. );
  • Avere un’alimentazione sana e corretta (per prevenire anche il diabeteo l’obesità);
  • Fare attività cognitivamente stimolanti (come lettura, scrittura, ecc.. );
  • Avere una vasta rete sociale;
  • Non fumare;

In definitiva tutti questi fattori protettivi, possono essere tradotti  nella definizione “assumere comportamenti  che abbiano come fine ultimo  uno stile di vita sano e corretto” ( così come è apportato anche dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità).