Personaggi, a cura di Francesco De Massis, Chieti 29/03/2019

Questo appuntamento prevede uno speciale. La rubrica PERSONAGGI dal rosso e blu, si tinge decisamente di rosa per un’intervista tutta al femminile a Giorgia e Daria Masciulli. È risaputo che gli italiani sono popolo di santi, poeti, navigatori, velocisti e scalatori e per questo nel parterre di ospiti non poteva mancare una miss del Giro d’Italia. Giorgia, presentati ai nostri lettori.

Ho 24 anni, sono di Chieti. Nella vita faccio la Modella per un’agenzia a Roma, la YourWay Management, e a Milano nella 26 Models Milan, quindi spesso per lavoro mi muovo. Sono una miss del Giro d’Italia per quest’anno, il 102°, e lo sono stata nel 2016 per l’edizione 99, nel 2017 per il Giro 100 e nel 2018 al Giro 101. Una curiosità: sono l’unica miss del Giro fino ad ora ad esserci stata per quattro anni consecutivi.

Adesso tocca a te, Daria.

Sono una tua amica, ho 20 anni, sono diplomata all’IPSSAR De Cecco di Pescara. Sono appassionata di sport. Mi diverte seguirlo anche con le schedine di calcio; sono juventina; adoro il motociclismo e la Moto GP e sono una fan di Valentino Rossi, il “dottore”, il grande 46. Per il ciclismo ho il ricordo del mio papà che mi porta a vedere una tappa del Giro del 2013 e di Vincenzo Nibali che mi sfreccia davanti.

Giorgia, ma chi è Daria?

(Risate) Mia sorella è completamente diversa da me, ma se ci conoscono meglio ci somigliamo molto; ci hanno detto anche che parliamo uguale.

Daria, chi è Giorgia?

(Risate) Mia sorella è tante cose. È una consigliera ma anche un po’ scaricatrice di porto, lo capisci quando ci vivi tutti i giorni. Sono contenta di una cosa: è molto umile.

Daria, da cosa nasce questa tua passione per lo sport, un ambito erroneamente considerate come esclusivamente maschile? Le recenti performance delle nostre atlete dicono il contrario.

Bisogna essere assolutamente chiari: le donne, per fastidio o per paura dell’aumento della competitività, sono state tenute per troppo tempo in disparte. Purtroppo ancora oggi assistiamo a cadute di stile per delle mentalità che si possono definire sbagliate. Se io un domani dovessi avere una figlia che vuole andare in moto o un figlio che vuole fare danza non esiterei ad assecondare le loro passioni. Ognuno deve fare ciò che più lo appaga, che gli piace, che ama: se una cosa si fa col cuore non esistono differenze.

Un esempio è il caso del giornalista sportivo che, commentando una partita di calcio femminile, ha definito uno “schifo” la guardalinee.

Un “signore” con la s minuscola. È impensabile che un arbitro non possa essere donna. Sono ragionamenti obsoleti per il nostro tempo. Vorrei parlare anche del divieto di ingresso alle donne negli stadi in Arabia Saudita. Ho sentito questa notizia in televisione e trovo sconcertante che sia necessario l’accompagnamento del marito per permettere ciò.

Giorgia, come vivi e da cosa nasce la passione che hai per la tua professione?

La mia passione parte da molto lontano. Se tu a sedici anni mi avessi chiesto cosa avessi voluto fare da grande, avrei voluto essere una campionessa di motocross. Si comprende che tutto ciò che faccio adesso non ha a che fare col mio sogno. Un giorno, in un centro commerciale, fermandomi, mi hanno proposto di collaborare con un’azienda produttrice di prodotti per capelli. Iniziando questo lavoro, pian piano, si sono aperte nuove porte che non avevo mai preso in considerazione, anche perché oltre a queste passioni un po’ mascoline pensavo solo allo studio; non mi interessava il mondo della bellezza. Successivamente ho partecipato a Miss Italia, un’esperienza che per me, purtroppo, non è andata a buon fine. Nel 2014, alla tappa del concorso New Model Today in piazza Salotto a Pescara mi sono classificata seconda accedendo alla finale di Riccione, dove mi sono piazzata in settima posizione. Dopo questo concorso, sono andata a vivere alle Mauritius dove ho fatto la modella; l’agenzia mi ha contattata e da li è iniziata la mia carriera: con Alta Roma ho iniziato a fare le mie sfilate con brand come Gattinoni, Renato Balestra e Rani Zakhem. Adesso lavoro anche a Milano, che per me non è cosa da poco: Milano è la capitale italiana della moda.

Quali sono le altre tue esperienze come professionista della bellezza?

Oltre alla partecipazione al Giro d’Italia – in onda a maggio su Rai 2 – nel ciclismo, sono stata miss all’edizione del 2018 al Tour of the Alps, il vecchio Giro del Trentino. Sempre su Rai 2, ogni giovedì alle 11:50, sfilo nella rubrica “Angolo Moda” nel programma “I fatti Vostri” condotto da Giancarlo Magalli.

Adesso parliamo del Giro d’Italia: la corsa più bella al mondo, nel paese più bello del mondo. Da dove comincia questa tua esperienza?   

Devo essere sincera: al casting per il Giro d’Italia, non sapevo neanche che i vincitori si baciassero col famoso “Podium Kiss” sulla guancia. Il reclutamento era classificato in due tipologie: hostess e miss ed io ero impreparata anche sulla differenza. Dieci giorni dopo, mi arriva una chiamata in cui mi dicono che mi hanno presa come miss dicendomi: “ci devi mandare il passaporto che si parte in Olanda con la cronometro di Alpedoorn”; è stato il mio primo Giro nel 2016: una partenza col botto!

L’anno in cui ho conosciuto alla partenza della Tappa Sulmona-Foligno uno dei miei idoli, Vincenzo Nibali, ed il primo anno della sfilata col Trofeo Senza Fine.

Sì, nella prima tappa sul suolo italiano, a Catanzaro, sono stata la prima miss a sfilare col vestito rosa e col premio per il vincitore della corsa da nove chili. (risate)

Per te le passate edizioni e questa del 2019, in partenza da Bologna l’undici maggio, sono state e sono vetrine importanti. Sotto tutti i punti di vista, cosa ti hanno dato?

Mi piace paragonare il Giro a Napoli: piangi quando arrivi, e quando poi parti: è una realtà completamente diversa dalla quotidianità. Non può essere considerato un lavoro a tutti gli effetti: 24 ore su 24 sei in viaggio o in macchina, in hotel diversi; hai tantissime opportunità di scoprire nuove città, nuovi posti dove mangiare, altre culture; ti insegna a convivere anche con altre persone trovandone il lato positivo: impari ad adattarti alle avventure. È un’esperienza di vita che ti insegna ad essere tollerante, a farti andare oltre la stanchezza, ad essere più laborioso.

Oltre la premiazione con le bollicine e le foto, in cosa consiste il lavoro delle miss?

Parecchie cose che non ci si aspetta: le miss viaggiano con le auto dell’organizzazione portando i vestiti della premiazione, gli ombrelli, le maglie da premiazione; preparano il palco, le bottiglie, i premi, i fiori, controllano il retro-palco, che a volte è veramente piccolo e non è accessibile a tutti per motivi di sicurezza.

Il grande evento che è il Giro costituisce anche un lavoro di public relations. Come ti senti nel rapporto con molte altre persone?

Credo che per avere contatto con il pubblico, una persona dev’essere prima di tutto solare, sorridente ed umile, perchè queste cose colpiscono subito: se a qualsiasi persona che ti chiede un’informazione o una foto rispondi sembrando inarrivabile non va bene. Questo per me non esiste! 

E poi i fan quantificano il successo…

Esatto, ma io non mi identifico come una persona da seguire, famosa o che ha dei fan. Nelle varie edizioni ho potuto vedere che la figura della miss è vista come una delle “chicche” dell’arrivo. È capitato che delle persone mi chiedessero delle foto o degli autografi, io però mi sentivo sempre in difficoltà, perché sinceramente non mi sento una celebrità.

Con te, ho l’occasione di approfondire le mie curiosità da appassionato di ciclismo: come fanno i corridori al momento della premiazione a prestarsi alle foto con le miss belli, puliti e profumati, dopo aver corso tappe da minimo duecento chilometri?

(Risate) Come sappiamo in molti, i corridori hanno a disposizione un motorhome dove possono, dopo il defaticamento, farsi proprio una doccia, oppure nelle tappe di montagna in cui il villaggio è molto lontano dal palco, hanno a disposizione un gazebo a loro riservato con gli integratori, bagnoschiuma secco, shampoo secco, tavoli e sedie: dentro diventa una vera e propria spa ed i poveri massaggiatori diventano anche degli orsetti lavatori. Fortunatamente, i ciclisti non puzzano. (risate)

Quanto dura il podium kiss?

Tre secondi per le foto, da protocollo. (risate)

Com è il rapporto con le colleghe?

Di indole sono già una persona predisposta all’attaccamento; le persone sono tutte diverse, con alcune ho avuto più rapporto e con altre meno. L’anno scorso è stata l’edizione in cui mi sono trovata meglio, con Sofia Manna e Asia Fornari ho stretto un rapporto quasi di sorellanza: appena possiamo ci vediamo; ci scriviamo in continuazione e sembra che il tempo non sia passato: è come se stessimo ancora dormendo insieme. Ancora ricordo: “Quanto è lontana la prossima tappa?”, “Ho sonno, guida tu!”. Voglio spezzare una lancia a favore delle persone come me caratterialmente: il Giro lo vivi bene se parti positivo; se trovi il lato che ti fa sorridere vivrai trenta giorni bellissimi ed io mi trovo bene con le persone positive.

Nella tua esperienza hai potuto notare le emozioni dei campioni. Cosa provano? E le loro emozioni trasportano le miss?

Comincio con un’altra curiosità: il palco non è altro che un motorhome che viene trasportato tutti i giorni: si apre il cassone e diventa un palco. Nel retro-palco, come ho detto, possono accedere poche persone: chi partecipa alla premiazione e non ci entra, ad esempio, non può starci e si posiziona davanti al led wall degli sponsor. Siamo presenti noi quattro miss, il vincitore, il cameraman della Rai, il tecnico del led e una persona delegata dal ciclista. Essendoci così poche persone, le facce dei ciclisti prima di salire sul palco le vediamo solo noi, quindi aver visto Thibaut Pinot piangere come un bambino dopo la vittoria di tappa è una fortuna che fa osservare il lato umano e non solo professionale dei campioni. Queste cose le persone non le possono vedere. Oppure anche, senza fare nomi, persone “super-musone” che sfoggiano sorrisi smaglianti davanti al pubblico. Ricordo il grande Michele Scarponi: dopo la sua vittoria alla Cima Coppi al suo ultimo Giro, nel 2016, è stata un impresa premiarlo; una bella persona, un giocherellone che ha fatto ridere tutti quanti in quel momento. Una cosa positiva, il lato umano che qualifica il campione. Cito Vittorio Adorni, la nostra mascotte del palco: ci aggiusta le fasce, ci da le bottiglie in mano… è pazzesco, gli vogliamo tutti bene. Ho avuto l’onore di conoscere anche l’autista della macchina di inizio corsa, mi ha detto: “Sai chi sono io? Se io non parto la corsa non parte…”; un signore di ottant’anni, anche figo! (risate)

Com’è stato premiare il nostro Vincenzo Nibali?

Al Giro d’Italia del 2016, l’edizione 99, alla tappa Pinerolo-Risoul (FRA) ho premiato per la prima volta Vincenzo; noi quattro miss dell’epoca abbiamo pianto, è stato proprio bello! Avere un italiano che vince il Giro d’Italia è sempre un vanto. Ho premiato nel 2016 anche Giulio Ciccone, il corridore di Chieti alla sua prima tappa del Giro d’Italia la Modena-Asolo, è stato emozionante ed anche divertente! Posso farti una domanda? Che sensazione hai quando parli con una donna che capisce un po’ di ciclismo? È bello?

(Risate) È la prima volta che mi capita questo fuori programma. È molto bello e poi, trovare un parere femminile su uno sport considerato ancora di nicchia è una cosa spettacolare. A proposito, che cosa hai potuto vedere di questo sport?

Stando dentro questo sport ho compreso la forza di volontà dei ciclisti che si allenano tutti i giorni con pedalate da cinque ore, hanno un’alimentazione rigorosa, costanza e impegno; trasformano ciò in una cosa pazzesca e fortissima per arrivare a certi livelli. Voglio però ricordare anche gli altri: non solo la macchina organizzativa e gli sponsor, ma anche tutte quelle persone che curano il Giro d’Italia: i fotografi, gli allestitori della tappa, gli spillatori dei cartelloni, che partono di notte un giorno prima rispetto la corsa per allestire il percorso, i camionisti che portano gli stands, coloro che si occupano della sicurezza aiutando i ciclisti: i carabinieri e tutte le forze dell’ordine. È stato emozionante vedere la catena umana degli Alpini che ha omaggiato il Giro. Ringrazio anche chi non ho citato: il Giro è lo specchio del nostro Paese, l’Italia.

Concludendo, testo la tua memoria storica sul Giro d’Italia: 1930; sapevi che Alfredo Binda, che aveva già vinto quattro edizioni di cui tre consecutive, venne pagato 22.500 lire dalla Gazzetta dello Sport per non partecipare? Un po’ come la tua storia, quando Patrizia Mirigliani ti ha chiesto di non partecipare più a Miss Italia per non abbattere tutta la concorrenza…

(risate) Anche se l’esperienza è stata negativa, mi ha aiutato a formarmi. 

Giorgia e Daria, avete l’occasione per vedermi ciclista e per correre al Giro d’Italia (purtroppo credo con scarsi risultati). Daria, quando partecipi al casting del Giro per diventare miss? Sarebbe una grande emozione farmi premiare da voi…

(risate) Tu però prima pensa al mio sogno: dovresti organizzarmi una cena con Valentino Rossi…