Personaggi, a cura di Francesco De Massis, Pescara 4/03/2019

 

Il protagonista di questo appuntamento è Stefano D’Ottavio, architetto di Pescara; si presenti ai nostri lettori.

Stefano D’Ottavio; nato a Pescara il 27 febbraio del 1976; quarantatré anni; cresciuto e formato prevalentemente a Pescara; insegnante di liceo di Disegno e Storia dell’Arte e architetto.

Professore, quali sono i trascorsi della sua carriera, premettendo quelle che sono le esperienze post-laurea? Le sue sono sicuramente molto dinamiche…

Partiamo dal percorso universitario: inizia da Milano nel 95’ nella Facoltà di Architettura del Politecnico nel Ramo del Disegno Industriale, cioè design e grafica pubblicitaria. Dopo due anni di scuola milanese, per vari motivi, sono rientrato in patria all’università di Pescara, dove sono stato piacevolmente sorpreso della qualità della formazione nella Facoltà di Architettura di Pescara in quegli anni, quasi al pari del Politecnico, che aveva un parterre di insegnanti di altissimo livello. Da lì, laureatomi, ho intrapreso la mia carriera da architetto per un anno qui a Pescara, e successivamente è iniziato il mio nomadismo: ho lavorato in varie città tra cui Milano, Genova, Pavia, Firenze, Roma, fortunatamente in un crescendo di esperienze; sono partito da un piccolo studio pescarese, fino ad arrivare a collaborazioni con lo studio Archea di Firenze e, per concludere al punto di arrivo, il più alto, con l’architetto Jean Nouvel nel suo studio romano, toccando un’esperienza di livello internazionale che mi ha dato tanto dal punto di vista della formazione.

Un percorso ciclico che evidenzia il bello del cambiamento. Ci parla dal suo bellissimo studio con vista su Pescara Vecchia di queste esperienze importanti. Tutto ciò può essere uno stimolo per i giovani, ad esempio per alcuni che non si accorgono delle opportunità che ci sono all’esterno?

Bisogna partire e provarci, poi decidere in maniera serena, man mano che la vita va avanti, la scelta migliore per se stessi, per quanto riguarda il periodo che si sta vivendo: fare progetto a lunga scadenza è bello, sognare è bello e necessario ma non è fondamentale, bisogna stare bene.

Ha evidenziato anche il “ripensare” la propria professione. Come si articola la sua?

Assolutamente. La professione dell’architetto è bellissima, poi c’è l’altro lavoro che è anche bellissimo: quello dell’insegnamento, un lavoro che arricchisce anche dal punto di vista umano e professionale, perché nel momento in cui si ha l’opportunità di lavorare in scuole come l’Acerbo si possono approfondire anche temi professionali, cercando di renderli fruibili a una platea di ragazzi che sono completamente digiuni dell’argomento. Questo aiuta tantissimo i professionisti a utilizzare un linguaggio più semplice, senza avvitarsi in panegirici complessi.

Quindi l’insegnamento è un valore aggiunto per la professione…

È formativo, è un valore aggiunto per la propria professione sia dal punto di vista dell’arricchimento professionale e umano, ma anche per i ragazzi che usufruiscono dell’insegnamento perché hanno dei contributi da uno che non solo fa l’insegnante, ma che sperimenta sul campo giorno per giorno le tematiche che poi vengono affrontate a scuola.

Parliamo di infrastrutture, certamente un discorso molto ampio. Una tragedia, il 14 agosto 2018, ha colpito il nostro paese: il crollo del Ponte Morandi a Genova; le eventuali responsabilità verranno accertate da chi ne ha il dovere, ma le voglio chiedere: cosa pensa sull’innovazione delle infrastrutture?

L’Italia è un paese ormai vecchio che ha bisogno di cambiare radicalmente il proprio sistema di vita, quindi ci sono dei processi in atto che mettono in gioco avanzamenti, rispetto alla contemporaneità, per un discorso infrastrutturale. Purtroppo abbiamo un sistema di mobilità vetusto; un sistema industriale abbastanza arretrato rispetto a realtà che sono più dinamiche e più snelle delle nostre, perché il nostro è un percorso di sviluppo iniziato nell’immediato dopoguerra e che ha proiettato l’Italia ad essere una delle sette potenze economiche mondiali, però oggi, purtroppo, non possiamo fare più affidamento sulla rendita e su sistemi e stili di vita che ormai non sono più attuali.

Ha parlato di mobilità. Prendiamo come esempio la nostra città, Pescara. Qual è la ricetta per una città come questa, che ha l’aspirazione, legittima, di respiro europeo, e che però pecca in alcuni suoi sistemi? Che contributo può ricevere dai suoi architetti, dato che Pescara è la città del centro Italia con più professionisti del settore?

Sì, è uno dei centri in cui c’è il più alto numero pro-capite di architetti ed anche di palestre… (Risate)

Architetti palestrati… (Risate)

Molto spesso però non vanno d’accordo le due cose… (Risate) la ricetta non la ho, però Pescara ha tante opportunità che coinvolgono il trasporto su rotaia, che potrebbe essere molto semplice in una città con una maglia molto regolare e piccola nel suo complesso; per cui è più semplice lavorare qui rispetto che in una metropoli come Roma o Milano, ed è solo una questione di buona volontà da parte degli amministratori. C’è l’opportunità del mare, sviluppando degli spostamenti che sono alternative a quelli convenzionali e in più c’è una grande vocazione della città verso una mobilità eco-sostenibile, ad esempio fatta con la bicicletta, che andrebbe incentivata e sviluppata; e lo dico pur essendo uno di quelli che si sposta spesso in macchina, però se avessi un’opportunità diversa la potrei abbandonare per muovermi con i mezzi pubblici o la mobilità ciclabile.

Come vede collocati i giovani nel futuro?

Per fortuna ho un osservatorio abbastanza privilegiato, che è quello per l’appunto scolastico, quindi il confronto quotidiano con i ragazzi, a volte, ti fa disperare e a volte ben sperare; ti rendi conto che tutte le generazioni hanno bene o male gli stessi percorsi e vanno solo letti in modo appropriato rispetto al tempo che corre. Ovviamente, pensare di vivere con gli stessi obiettivi e gli stessi stili di vita di vent’anni fa per un ragazzo di oggi è poco contemporaneo, quindi, molto semplicemente, è vero che abbiamo la fortuna di vivere in un luogo bellissimo, indipendentemente dalla bellezza o dalla bruttezza della città in cui viviamo; ma allo stesso tempo è vero che siamo in un luogo fortunato ricco di opportunità. L’importante è aprirsi verso le differenze, al futuro; sperimentare, provare, partire, conoscere, vedere, anche se si vuole rimanere a Pescara come in Abruzzo, quindi a Teramo, L’Aquila, Chieti, come a Spoltore o Città Sant’Angelo. Perché dovunque si può vivere bene, stare bene e vivere al passo coi tempi, senza soffrire troppo la distanza con i nostri popoli più vicini che tanto ci sembrano più avanzati rispetto a noi. Ci vuole coraggio, sia per rimanere che per partire.