Personaggi, a cura di Francesco De Massis, Pescara 11/02/2019

In questo articolo della rubrica ho l’onore di avere come ospite Giulio Galli, musicista di una certa fama (e lo dico assumendo le mie responsabilità) (Risate) che si presenta ai nostri lettori. Chi è Giulio Galli? Come nasce questa passione verso la musica?

La mia passione per la musica è forte. Oggi sono un insegnante di musica, di chitarra, nello specifico, ed anche di materie musicali come il solfeggio che necessariamente contornano l’insegnamento dello strumento e sono un chitarrista. Suono e mi occupo di musica dal vivo, per locali, per piazze e teatri. In realtà, la mia passione nasce in un certo senso dal nulla, da certi ascolti che ho incontrato sulla mia via in maniera casuale tra le medie e le superiori; anche da fatti spiacevoli, perché il gruppo che mi ha spinto all’amore per la chitarra, per il rock e quindi ad iniziare lo studio, sono stati i Guns ‘n’ Roses; li ho conosciuti, di fatto, per un lutto anche abbastanza tragico, perché morì un compagno di classe di mia cugina, un ragazzo che aveva quattordici anni, in primo superiore. Mia cugina ascoltava in quel periodo a ripetizione tra le canzoni preferite di questo ragazzo, un pezzo dei Guns ‘n’ Roses: “Don’t Cry”. Io mi sono innamorato di questa canzone da cui poi ho scoperto il resto del gruppo, e da lì in poi ho ascoltato questi assoli lunghissimi e pensando: “Sai cosa? Dev’essere veramente fighissimo suonare la chitarra elettrica!” E da lì è iniziato tutto. Tra l’altro, ti dico una curiosità di cui vado particolarmente fiero: penso di essere l’unico sulla faccia della terra che è andato da sua madre a dirgli: “Mamma, io voglio fare il chitarrista professionista”, prima di aver mai messo le mani sulla chitarra.

Ecco, citando, con il dovuto rispetto, la signora Angela, mi hai dato l’assist per chiederti: com’è seguire una passione? Quanto è difficile? E quanto conta anche la motivazione, nel portare  a termine i propri obiettivi?

La motivazione è tutto, e anche più importante del talento, senza di quella non puoi fare niente. Sicuramente è l’aspetto più importante. Io, nel mio piccolo, sicuramente posso dire di essere stato determinato e di esserlo tuttora; quello non mi è mancato, per fortuna. E’ una scelta fuori dall’ordinario: non è stato facile, l’ho sempre dovuta imporre nell’ambito familiare; non è stata una cosa accolta a braccia aperte, anzi, diciamo che non mi hanno osteggiato in maniera del tipo: “non ti faccio studiare, non ti compro la chitarra”, te ne accorgi quando sei piccolo; questo no, mi hanno sempre permesso questo, però mia madre era molto preoccupata, di conseguenza, diciamo che c’è stata un po’ di “guerra psicologica”, soprattutto a cavallo del periodo di fine superiori, inizio università, ci sono stati un po’ di attriti, discussioni, turbe.

Poi però con il successo si è appiattito tutto… (Risate)

(Risate) Quale successo?! Poi ha capito che, per riallacciarci al discorso di prima, io sono sempre stato convinto, che se uno è fortemente motivato e fa le cose con preparazione, con determinazione, con serietà, da qualche parte qualcosa di buono lo trova, anche se l’ambito che si è scelto è particolarmente difficile. Ad un certo punto penso che anche lei si sia resa conto che in quella strada stavo cominciando ad avere dei riscontri, seppur piccoli, però, sai, seminando un po’ alla volta vedi che le cose crescono, ingranano e quindi piano si è convinta che era la cosa migliore per me, la strada anche più produttiva per me, quella che facevo più volentieri. 

Quello che dici non è applicabile soltanto alla musica, ma a qualsiasi cosa. Quindi ci vuole passione anche per fare le minime cose che poi ci portano al raggiungimento degli obiettivi. Che percorso ha avuto la tua strada da quando hai iniziato a studiare musica?

E’ un percorso che comincia ad essere lunghetto, perché è nel 2001 che di fatto, ho iniziato a prendere le prime lezioni di chitarra, quindi ormai parliamo di diciotto anni. E’ iniziato con delle lezioni che mi dava il mio vicino di casa, Claudio Di Giovanni, che fortunatamente suonava più di uno strumento, tra cui la chitarra. È stato molto bravo, mi ha insegnato delle cose che sono rimaste per me molto importanti, perché la lettura musicale, una corretta impostazione sullo strumento, mi ha avviato bene. Poi ho proseguito avendo diversi insegnanti, quello più importante, da un punto di vista sia umano che di tempo passato insieme è stato Gianni De Chellis; un chitarrista lancianese, che veramente è stato quello che tra i diciassette e i ventun anni mi ha dato tutti i mezzi per poter dire: “ok, posso fare questo lavoro”, sentivo che mi stava preparando, e poi mi ha dato un riscontro, perché è stato il primo a darmi fiducia in questo senso; ad un certo punto mi ha detto: “sì, secondo me sei in grado”, e chiaramente essendo lui il modello da raggiungere, quando ho avuto il riscontro da lui, mi sono rassicurato un po’, perché ero tutt’altro che sereno, ero motivato sì, però ero anche preoccupato di non essere abbastanza bravo, perché poi ti metti in discussione…

Poi mettendosi in discussione ci si consolida sul proprio percorso, qualunque sia. Cita qualche tappa del tuo percorso, legate anche ad altre tue esperienze, come l’Università…

Senz’altro, infatti, alla fine delle superiori, ho provato parallelamente, non lasciando mai la musica, ad iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo. Sono durato, credo, un paio d’anni, forse anche tre, però la verità è che facevo il minimo sindacale per fare contenta mia madre per ragioni in cui non ci addentriamo. Insomma, ho fatto veramente il minimo fino a quando ho avuto la possibilità di iscrivermi in Conservatorio a Pescara, e quello è stato un po’ il momento forse decisivo, perché lì mi sono reso conto che non c’era più un piano b, che stavo andando solo nella direzione che avevo cercato, che stavo cercando proprio la professione nella musica, a tutti gli effetti. Quello è stato il 2009, un anno di svolta, perché ho iniziato a vedere le cose sotto un’altra ottica; non ti nego che è stato anche un po’ difficoltoso in certi momenti.

Certamente, è stato un investimento a rischio sul tuo futuro. Quali sono le tue esperienze professionali e di studio, come la laurea in Chitarra Jazz.

Assolutamente, ne sai più di me; brevemente, io ho fatto un percorso di laurea spezzato, ho conseguito il triennio in Popular Music e poi nel biennio ho continuato con Chitarra Jazz, perché c’era un insegnante, che reputo uno dei più grandi chitarristi italiani e forse mondiali: Rocco Zifarelli, che suona da vent’anni per un “certo” Ennio Morricone, quindi direi che si presenta abbastanza da sé; chitarrista strepitoso, un insegnante fantastico ed è uno a cui devo tanto, mi ha fatto crescere tanto studiare con lui. Precedentemente c’era Gianni De Chellis, con cui ho conseguito un titolo presso l’Accademia Musicale Pescarese, un’istituzione conosciuta perché era ed è tuttora una delle scuola più importanti d’Abruzzo. E, ovviamente, all’inizio dei miei studi, la licenza di solfeggio quando avevo quindici o sedici anni.

È doveroso citare, in conclusione, la tua esperienza in proprio, quella della Lizard, come anche le tue ultime collaborazioni sul territorio, perché la musica non ha confini e quindi guarda all’esterno, ma si può rimanere legati a molte realtà del territorio che ci contraddistinguono.

Sicuramente, per quanto riguarda il fronte della musica dal vivo, la mia ultima collaborazione, quella più recente è con il comico Vincenzo Olivieri, un nome ben conosciuto a tutti gli abruzzesi e anche a livello interregionale e nazionale. Un’altra esperienza è stata quella con i Vaskomania con Stefano Giannini di Chieti, un gruppo di cui io non faccio più parte per motivi di conciliazione di impegni professionali; con lui sono stato benissimo due anni insieme, con lui e con tutti i ragazzi con cui ho condiviso questo gruppo. Precedentemente, ti posso menzionare anche i Paint Box, che sono una tribute band splendida e tuttora assolutamente in attività.

Tutte queste esperienze non solo incentivo all’attività, ma anche fonte di motivazione per chi poi vi segue, vi ascolta e decide di studiare musica, una cosa positiva.

Spero di sì, magari a qualcuno abbiamo fatto questo effetto. Precedentemente, un’altra bella esperienza è stata quella con Miriam Ricordi, una cantautrice pescarese, con la quale in Germania, a Berlino, ci siamo esibiti con opening act, cioè come apertura del concerto di Eugenio Finardi. C’erano anche i Modena City Ramblers. Faccio una piccola digressione sul lavoro che ho presentato alla laurea, che è in attesa di essere pubblicato su un cd, un progetto che verrà presentato nel prossimo futuro. Nel frattempo, da settembre, sto dirigendo la Lizard di Pescara; la Lizard è la prima scuola di musica moderna in Italia, fondata nel 1981, un’istituzione al pari di centri prestigiosi come il Saint Louis, Percentomusica su Roma, CPM di Milano, parliamo di una delle scuole dei nomi più prestigiosi a livello nazionale per la didattica; di recente, anche a livello internazionale, per le nuove aperture in Cina, Spagna e nel futuro prossimo in Inghilterra e negli Stati Uniti; una realtà in espansione a cui sono più che felice di farne parte con questo ruolo perché dal 2009 al 2018 ero comunque un insegnante; dal momento della sua apertura ne ho sempre fatto parte. Un’evoluzione di cose mi ha portato a diventarne direttore.

Concludiamo con questa domanda: come vedi il tuo futuro? Come consideri il futuro della musica e soprattutto, come si fa a catalizzare una propria passione in un qualcosa che dà stabilità economica ma anche di idee?

Sono domande difficili. Per il futuro non mi voglio precludere nessuna possibilità: mi auguro che continuando a seminare e a dare il massimo, spero di continuare a crescere professionalmente, quindi a confrontarmi con situazioni più grandi, più difficili e stimolanti. Sinceramente, sono abbastanza felice della direzione che hanno preso le cose, che è già quella che volevo perché comunque amo insegnare ed ho la possibilità di farlo. Mi piace anche l’aspetto live della musica, un doppio filo che mi permette da una parte di avere un lavoro “quasi normale” e dall’altra di fare di più il musicista, il “bohemienne”. Il mio futuro lo vedo come la prosecuzione del mio presente positivo. Mi auguro semplicemente di potermi confrontare con artisti più importanti, di poter fare qualcosa a nome mio, sperando in un riscontro positivo e, di portare avanti la didattica cercando di diventare sempre più bravo nell’insegnare, nel passare ad altri la mia passione.