Personaggi, a cura di Francesco De Massis, Pescara 28/03/2019

 

In concomitanza con la terza settimana del Giro d’Italia, la corsa rosa che attraversa il nostro paese, l’intervista coinvolge Francesco Di Felice, conosciuto sui banchi di scuola e corridore della categoria UNDER 23 di ciclismo su strada. Francesco, presentati ai nostri lettori.  

Ciao a tutti! Sono Francesco Di Felice e faccio il ciclista. Appartengo, come già detto, all’ultima categoria prima del professionismo. Corro in bici ormai da 12 anni militando in tutte le categorie e, negli ultimi anni, essendo nella categoria che conta, mi sono tolto belle soddisfazioni. Purtroppo, oltre che le gioie ci sono anche momenti negativi che inevitabilmente, in qualsiasi sport o momento della vita, bisogna superare, e con questo dico che non è sempre tutto rose e fiori. Ora corro con una squadra del nord Italia in Veneto, la GENERAL STORE: ormai sono 4 anni che sono emigrato dall’Abruzzo al nord Italia, perché purtroppo le gare sono sempre nel settentrione, come anche le squadre organizzate di un certo livello, e di conseguenza sono stato costretto a fare questa scelta di vita, sperando che in un domani non molto lontano mi ripaghi da tutti i sacrifici fatti da me e dalla mia famiglia. La scelta è ricaduta su questo team perché il DS (allenatore) mi ha voluto fortemente con lui: si tratta di Giorgio Furlan, vincitore di una Milano San Remo, Tirreno Adriatico, Campionato Italiano e tanto altro, e questa cosa mi ha reso davvero orgoglioso e sono molto motivato a dargli fiducia.

Da cosa nasce questa tua passione? Cosa ti ha dato il ciclismo come persona?

Questa passione mi è stata tramandata da mio nonno Giovanni, che sin da piccolo mi ha messo in bici. Già a 9 mesi di vita ero su un triciclo, sono stato uno sempre precoce nel fare le cose. Il ciclismo mi ha dato tanto, mi ha fatto capire cos’è la fatica, il sacrificio, il non mollare mai anche quando sembra tutto finito; mi ha fatto conoscere tantissime persone, nuove amicizie che spero vadano avanti tutta la vita. D’altra parte mi ha tolto un po’ di tempo da trascorrere a casa in famiglia, con gli amici con cui sono cresciuto. Questo è inevitabile vivendo lontano da casa e dalla quotidianità come è portato a fare un ciclista.

La canzone “Pedala” di Paolo Belli, che canta: “Guarda la strada che hai fatto…” è stata una delle celebri sigle del Giro; e tu quanta strada hai già fatto? Di cosa si compone il tuo palmares? Quali sono i tuoi sogni ed i progetti per il futuro?

Di strada ne ho fatta tanta e spero di farne ancora di più. Il mio palmares è abbastanza ampio, per fortuna, con tante vittorie nelle categorie giovanili, ma voglio citare quelle delle categorie internazionali, le categorie che contano per far diventare questo sport un lavoro. In queste categorie ho ottenuto vittorie, podi in corse internazionali, podi in corse all’estero, un quinto e soprattutto un secondo posto di tappa al Giro d’Italia 23 nel 2018, che è la vetrina più importante dell’anno oltre al Mondiale. Di questi risultati vado fiero perché ripenso a tutti i sacrifici che ho fatto per raggiungerli e mi sento orgoglioso. Non per ultime posso ricordare delle belle convocazioni in nazionale; vestire la maglia azzurra, e rappresentare la propria nazione è sempre un onore e un privilegio non da poco. Il mio obiettivo, come detto, è passare nei professionisti nel più breve tempo possibile e con una persona come Furlan penso di essere guidato nel migliore dei modi.  Le carte in regola ci sono, e spero che si faccia questo benedetto salto nel mondo dei grandi.

Quali sono le emozioni quando si vince?  

Vorrei veramente che voi lettori le provaste… Sono indescrivibili; non è una frase retorica ma pura verità, adrenalina a mille, gioia e lacrime: ti senti sollevato, in quel momento ti senti imbattibile, il numero uno. Difficile spiegarlo, bisogna provarle.

Che bello il bacio delle miss… (Risate)

(Risate) Almeno quello dopo una faticaccia lasciatecelo…

Ricordiamo un avvenimento triste accaduto il 22 aprile 2017, non solo per gli appassionati di ciclismo ma per tutti: la morte, durante un allenamento, di Michele Scarponi detto “L’aquila di Filottrano” a causa di un incidente stradale. Qual è la strada da seguire per evitare queste tragedie? Cosa devono fare secondo te le Istituzioni per risolvere questo problema e per aumentare la sicurezza stradale sotto il profilo culturale e tecnico?

Un giorno triste per tutto lo sport. Cose così non possono accadere, non si può morire per un errore altrui o comunque mentre si lavora o si va semplicemente a fare un giro in bici. Bisogna cambiare immediatamente il modo di pensare e di agire. Le Istituzioni sicuramente devono applicare pene severissime contro chi commette atti del genere: non si può tornare dopo qualche anno o mese alla normalità, perché quella persona che ha perso la vita non tornerà più a casa dalla sua famiglia. Poi c’è bisogno di piste ciclabili fatte a regola d’arte, non come purtroppo vedo da noi – marciapiedi colorati, tra l’altro all’uscita di case e strade, roba da pazzi, solo per dire che è stata fatta la ciclabile. Faccio un esempio: in Trentino c’è una vasta rete di piste ciclabili, migliaia e migliaia di chilometri costruiti in sicurezza, larghe quasi come una strada normale, che nessun pedone occupa camminando. Per il discorso ciclisti professionisti o comunque per chi deve allenarsi seriamente, è impensabile che vada sulle piste ciclabili: un ciclista si deve allenare su strada, salita e discesa e non su una pista ciclabile sul lungomare. Lì sono in primis i ciclisti che devono rispettare il codice della strada e poi gli automobilisti che devono avere buon senso, calma e consapevolezza che loro sono su una vettura che può far male al corridore facendolo cadere anche semplicemente con uno specchietto. Sono cose che ti porti tutta la vita sulla coscienza. Quindi l’educazione stradale è da insegnare sin dalle scuole elementari. Scusami se mi sono soffermato su questa domanda ma è una tematica troppo importante; oggi capita a una persona sconosciuta, ma pensiamo che potrebbe accadere anche ad un nostro caro. La vita è una sola: rispettatela!

Concludiamo con un consiglio per tutti i giovani. Perché è bello fare sport? Cosa insegna, e quali valori e soddisfazioni trasmette per la crescita nonostante i sacrifici da affrontare?

Come detto in precedenza lo sport insegna a superare le difficoltà che trovi lungo il cammino e questo si riflette inevitabilmente nella vita: i valori, il rispetto… fa capire che senza un lavoro dietro non ti viene regalato niente nella vita ma va tutto guadagnato. Sono di parte, ma dico a tutti di intraprendere qualsiasi sport anche per motivi di salute: si sta meglio, si vive meglio e ci si diverte.